Né nati, né fatti per la guerra: leggere “La gente normale non va in giro armata” di Artem Chapeye

Stanchezza o non stanchezza, è una questione di sopravvivenza. (p.120)

In lingua originale si intitola Non nati per la guerra (Ne narodženi dlja vijny) ed è uno di quei rari libri che ti tolgono il diritto di restare indifferente. Parliamo di La gente non va in giro armata – Pensieri sul pacifismo, quando il tuo paese viene invaso, di Artem Chapeye, tradotto dall’ucraino da Alessandro Achilli per Altrecose (marchio de Il Post e Iperborea).

Colpisce proprio la scelta di un titolo così forte, che si rivela molto di più che un semplice adattamento editoriale. Lo spostamento di prospettiva è evidente e, a ben pensarci, inevitabile. Se il titolo ucraino guarda all’indietro, quasi a rivendicare un’innocenza perduta, quello italiano, La gente normale non va in giro armata, punta dritto al cuore del paradosso che attraversa tutto il libro: la contraddizione tra l’essere ‘normali’, pacifici (e pacifisti), e il ritrovarsi a imbracciare un’arma all’improvviso. 

È un titolo (e un libro) che non consola e non ha la pretesa di spiegare nulla, ma che mette il lettore occidentale – abituato a pensare alla guerra come a qualcosa che riguarda “altri”, per definizione anormali e forse pure guerrafondai – di fronte a una domanda scomoda: cosa succede quando a dover scegliere se armarsi è qualcuno esattamente come te?

La gente normale non va in giro armata non è una lettura necessaria perché spiega la guerra – nessun libro, in fondo, riesce davvero a farlo da fuori – ma perché racconta di persone che hanno continuato a essere padri, mariti, amici anche mentre imparavano a sparare. Non elogia soldati o eroi, li rende umani.

I tanti modi in cui ci si può sentire in colpa sono uno degli aspetti psicologici più strani e per quanto mi riguarda più inaspettati dello stare in guerra. È stata la Russia ad attaccare l’Ucraina, ma è l’Ucraina che si vergogna.

(p.77)

La lettura è scorrevole, i concetti espressi in maniera chiara e privi di giochi linguistici e filosofici pretenziosi; si legge in poche ore, ma ti lascia addosso una sensazione forte e indescrivibile a parole.

la gente normale non va in giro armata

Quando avanzano le Tenebre

Kyiv è una città decisamente lontana dal fronte. Appena arrivato da Pokrovs’k, ogni civile che vedevo mi metteva a disagio. Poi ho capito che non sempre riesco a distinguere i militari dai civili, e questo ha alleviato la tensione.

[Intervista del 04/06/2026 ad Artem Chapeye per The Ukrainians]

È la sera del 23 febbraio 2022, Artem mette a letto i figli come sempre, nella sua casa di Kyiv, senza sapere che poche ore dopo, all’alba del Ventiquattro, dovrà svegliarli di corsa per portarli in salvo in campagna dai nonni, nell’ovest del paese, mentre la città viene invasa e bombardata dai russi. Da lì, quell’uomo che si era sempre definito pacifista e contrario a ogni nazionalismo prende una decisione che stravolge la sua vita: arruolarsi nell’esercito per difendere la propria terra. 

La gente normale non va in giro armata non è un saggio di analisi politica, ma la cronaca in prima persona della vita di un civile che diventa soldato: narra la quotidianità dei commilitoni, gli incontri e le amicizie nate in condizioni estreme, il legame mantenuto a distanza con la moglie e i figli costretti a rifugiarsi all’estero attraverso videochiamate piene di emozioni. 

Insieme al racconto degli eventi che diventano normalità, emerge una riflessione più ampia su come l’esperienza diretta della guerra costringa l’autore e intellettuale a rivedere idee che prima sembravano scontate – come il pacifismo e il patriottismo – mettendo alla prova convinzioni maturate in tempo di pace quando queste si scontrano con la necessità di difendere sé stessi, la propria famiglia, la propria casa e il proprio paese.

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Come nasce Non nati per la guerra

Per l’autore, originario dell’Ucraina occidentale, il bisogno di scrivere nasce prima di tutto dall’urgenza di testimoniare, di lasciare una traccia onesta di un’esperienza che altrimenti rischierebbe di essere raccontata solo dall’esterno, con la retorica di chi la guerra non la vive sulla propria pelle. Sì, perché finché qualcosa non ti tocca da vicino è difficile mettersi nei panni degli altri.

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Chapeye, da scrittore e giornalista – nonché intellettuale che ha sempre partecipato attivamente a movimenti politici e sociali ucraini – sente la responsabilità di raccontare la quotidianità del fronte senza abbellirla né trasformarla in qualcosa di epico o eroico, ma restituendo dubbi, paure e contraddizioni. 

A ciò, si aggiunge anche una motivazione più intima e personale: il libro nasce anche dal bisogno di dare un senso, per se stesso prima ancora che per il lettore, a una scelta che ha ribaltato la sua identità di pacifista e antinazionalista, e di capire come possa continuare a guardare negli occhi moglie e figli sapendo di aver imbracciato un fucile. 

Nell’esercito ho visto che molti uomini piangono — e non se ne vergognano. Soprattutto nei primi giorni era molto evidente. Per me anche questo fa parte della mascolinità: saper riconoscere le proprie emozioni e non aver paura di mostrarle.

[Intervista del 04/06/2026 ad Artem Chapeye per The Ukrainians]

Infine, c’è la volontà di rivolgersi proprio a quegli intellettuali e a quelle persone occidentali che, di fronte all’invasione, hanno scelto l’ambiguità o il silenzio: raccontare la guerra dall’interno diventa così anche un modo per chiedere a chi vive lontano dal conflitto di confrontarsi con una realtà che il pacifismo teorico, da solo, non basta a spiegare.

Il “pacifismo astratto” di Chapeye

Come scrive Chapeye – ma è un pensiero comune a molti – quando hai a che fare con l’invasore e l’arrivo delle Tenebre, la resistenza non violenta significa morti e torture anche tra i civili. Si scopre così che una petizione contro le bombe e la guerra, da buon pacifista, non porta proprio da nessuna parte.

C’è un momento, nel libro, in cui crolla una certezza che l’autore aveva coltivato per tutta la vita: quella di essere, prima di ogni altra cosa, un pacifista. Non un pacifista di comodo, ma uno che aveva costruito su quell’idea gran parte della propria identità politica, insieme a un rifiuto viscerale per ogni retorica nazionalista. 

Poi arrivano le bombe su Kyiv, e in poche ore quella certezza si sgretola: non perché Chapeye smetta di credere nella pace, ma perché scopre che il pacifismo, quando la guerra ti entra in casa, nelle viscere, smette di essere una posizione e diventa una domanda senza risposte comode.

È qui che il libro tocca un nervo scoperto per chi si riconosce, come l’autore, in una tradizione di sinistra: il sospetto che certo pacifismo, visto da fuori, funzioni solo finché resta teorico. Chapeye non usa mezzi termini quando racconta lo sconcerto verso intellettuali che ammirava (in particolare Noam Chomsky, a cui risponde pubblicamente con una lettera – p.29-30) e che, davanti all’invasione, scelgono l’equidistanza o il silenzio. 

Non è un attacco gratuito, ma la semplice testimonianza di chi si è ritrovato a dover scegliere, per davvero e non in un dibattito, se restare fedele a un principio astratto o difendere la vita concreta della propria famiglia. E la differenza, dice implicitamente il libro, non è tra chi ama la pace e chi ama la guerra, ma tra chi può permettersi il lusso della coerenza ideologica e chi no. Di nuovo, una storia di privilegi.

Nel 2014 ne abbiamo discusso con l’attivista per i diritti umani e giornalista Maksym Butkevyč. Già allora lui diceva di volersi arruolare, e io non lo capivo (Maksym Butkevyč si è arruolato nel 2022, è stato catturato dai russi poco dopo ed è stato liberato nel 2024 — ndr). […]. Credo che allora non avessi ancora compreso appieno, in primo luogo, il potere della propaganda e, in secondo luogo, la differenza tra ‘non sostenere il Majdan’ e ‘non sostenere l’Ucraina’. Ma poi ho visto che anche coloro che sostenevano, per così dire, l’anti-Majdan, si sono arruolati nell’esercito per combattere contro la Russia. […] Quindi, per dirla in modo sarcastico, nel 2022 Putin ha unito l’Ucraina.

[Intervista del 04/06/2026 ad Artem Chapeye per The Ukrainians]

Quello che rende il libro credibile, però, è che Chapeye non trasforma questa scelta in un vessillo. Non diventa un guerrafondaio pentito né un patriota di conversione: resta un uomo pieno di dubbi, che impugna un fucile continuando a chiedersi se sia stata la scelta giusta. E lo fa senza permettersi di giudicare le scelte altrui.

È proprio in questa mancanza di certezze che il libro riesce a dire, meglio di qualsiasi slogan, che il pacifismo vero non è un’etichetta da esibire a distanza di sicurezza, ma un pensiero che va rimesso in discussione ogni volta che la realtà smette di essere ipotetica.

Io non sono per niente felice – da pacifista convinto – di essermi arruolato nell’esercito. Ma considerate le circostanze, e la scelta di fronte alla quale mi sono trovato, sono almeno contento di essere diventato quello che sono. Pur essendo un po’ arrabbiato, e magari troppo sarcastico e a volte depresso, ho almeno protetto la sensazione di avere una mia dignità.

(p.79)

Le Tenebre viste da dentro

Quello che mi sorprende è il fatto che la gente si ricordi di noi. Pensiamo di venir dimenticati, ma nella storia è senza precedenti che, dopo quattro anni, la gente continui a parlare e a pensare alla stessa guerra. Noi, d’altronde, non pensiamo costantemente alla Siria, a Gaza o all’Iran. Le persone all’estero sono sorprendentemente ben informate. Questo dimostra l’ottimo lavoro della nostra diplomazia.

[Intervista del 04/06/2026 ad Artem Chapeye per The Ukrainians]

Chiudo questa recensione con qualcosa di personale, perché non potrei fare altrimenti: vivo a Kyiv, e questo libro l’ho letto da dentro la guerra, con nuove bombe e missili sopra la testa, non da una veranda soleggiata o da un divano al caldo, a distanza di sicurezza. Ed è per questo che per me è stato quasi un testo sacro, nel senso più laico possibile: perché mi ha restituito, messe in fila, tutte le convinzioni che negli ultimi anni ho visto cadere anche dentro di me. Il pacifismo che pensavo di avere, l’idea stessa di difesa, la retorica dell’eroe: sono tutte categorie che la guerra reale smonta una a una, senza chiedere il permesso. 

Ho avuto l’occasione di leggere Chapeye sia in lingua ucraina che nella traduzione italiana, ed è stata proprio la seconda lettura a farmi notare qualcosa che nella lingua originale avevo dato per scontato: una rabbia repressa, che in italiano emerge con più forza, rivolta a quella parte di Occidente che vive il conflitto come un’astrazione. È la rabbia di chi si rende conto che per molti, in Europa, la guerra resta un argomento di dibattito, qualcosa di cui ci si può permettere di discutere con distacco (e talvolta sufficienza) proprio perché non tocca la quotidianità. Una persona normale non sceglie di andare in guerra, è spesso la guerra che sceglie lei.

Chapeye non offre consolazione, e non la offro nemmeno io: quello che resta, chiuso il libro, non è la fine di una storia ma la consapevolezza che la guerra non finisce quando tacciono le armi. Restano le macerie da ricostruire, i corpi e le menti da curare, una società che dovrà reinventare cosa significhi tornare a una vita normale dopo aver imparato, per necessità, a conviverci. Quella “gente normale” del titolo che, semplicemente, un giorno si è ritrovata a dover faticosamente scegliere.

Non posso avere idea di quale sarà la mia scelta finché non l’avrò fatta. Il punto è proprio questo: sarò la persona che sarò solo dopo aver fatto la mia scelta esistenziale.

(p.12)

La gente normale non va in giro armata. Pensieri sul pacifismo, quando il tuo paese viene invaso di Artem Chapeye, traduzione di Alessandro Achilli, Altrecose, 2026
Per chi fosse interessato, il 6 settembre Artem Chapeye presenterà il libro al pubblico italiano, insieme al traduttore Alessandro Achilli, a Cortina d’Ampezzo (BL) nell’ambito del festival Una montagna di libri.

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.