L’emergenza freddo che attanaglia l’Ucraina – e in particolar modo la capitale, Kyiv – durante l’inverno più lungo dall’inizio della guerra d’invasione russa, rivela come il concetto di “casa” sia diventato il terreno dove si combatte una guerra parallela, quella che vede come protagonista l’anomala resistenza quotidiana dei cittadini ucraini in attesa di una pace irraggiungibile.
Il Cremlino ha escogitato una nuova strategia per sfinire e sottomettere Kyiv: Mosca sta deliberatamente usando il freddo come arma, privando la popolazione ucraina dell’energia necessaria alla sopravvivenza: luce, acqua e riscaldamento. Beni, questi, che si sono trasformati in privilegi, un lusso a cui nemmeno i più ricchi riescono talvolta ad accedere.
Dal 9 gennaio le abitazioni della capitale sono rimaste prive di calore; l’energia è pari a zero. La centrale termoelettrica di Darnycja della capitale, situata in uno dei quartieri sulla riva sinistra del fiume Dnipro, è costantemente sotto attacco combinato di droni e missili russi dall’inizio dell’inverno e, secondo gli esperti, ci vorranno almeno due mesi per ripristinarne il funzionamento.
Fuori il termometro continua a segnare temperature che sfiorano i venti gradi sotto lo zero, mentre la primavera tarda ad arrivare. Il problema, però, è dentro le case: qui le temperature oscillano tra gli zero e i cinque gradi di media.
Da settimane gli ucraini si svegliano – se riescono a dormire senza il suono ininterrotto delle sirene antiaeree – avvolti in sacchi a pelo e coperte pesanti, con il respiro che forma nuvolette bianche nell’aria gelida dei loro appartamenti, trasformatisi in ghiacciaie. Si alzano sperando di avere abbastanza acqua per lavarsi i denti e prepararsi una bevanda fumante prima di affrontare l’ennesima giornata di guerra, questa volta con il gelo che entra nelle loro viscere. Sono pronti a raggiungere l’ufficio o qualsiasi altro locale che offra loro un posticino al caldo, anche se accompagnato dal fastidioso ronzio incessante di un generatore.
In alcuni edifici, i sistemi fognari si sono congelati e non potranno essere riparati prima dell’estate. Come si può allora chiamare “casa” un luogo dove non è più possibile usare il bagno?
Se casa dovrebbe essere rifugio, cosa accade quando non protegge più? “Casa non è più casa”, si sente dire nei bar, nei punti di ristoro o nelle stazioni metro mentre fuori risuonano i bombardamenti.
Per gli anziani soli, le persone con disabilità, le famiglie con bambini piccoli, lasciare l’appartamento è spesso impossibile. I cosiddetti “punti di invincibilità” offrono ristoro e calore, ma ciò significa anche abbandonare quello spazio privato che, per quanto inabitabile, resta comunque il proprio. “C’è chi sta peggio. Almeno io ho un tetto sopra la testa”, dice qualcuno.
A febbraio 2026, a pochi giorni dal quarto anniversario dell’invasione del 24 febbraio 2022, il concetto di casa subisce un’ennesima trasformazione. Oltre seimila edifici residenziali sono rimasti senza energia, mentre decine di migliaia di persone vivono al limite della sopravvivenza. Eppure, c’è chi una casa non ce l’ha più da tempo.
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Il peso politico del freddo
“Questa è una delle più gravi crisi energetiche dall’inizio del conflitto”: esperti e analisti non fanno che ripeterlo da settimane. Gli attacchi russi mirati alle infrastrutture energetiche hanno creato una situazione che va oltre il disagio temporaneo.
La “tregua energetica” annunciata dal presidente statunitense Donald Trump è durata in realtà poche ore. I bombardamenti sono ripresi quasi subito, anche durante i negoziati trilaterali ad Abu Dhabi, che hanno prodotto un accordo sullo scambio di 314 prigionieri – il primo in cinque mesi – ma che sulla questione cruciale della pace restano in una situazione di stallo. Il nodo irrisolto è quello territoriale: Mosca continua a pretendere l’intero Donbas, comprese le aree che non ha mai conquistato.
Ma c’è un altro aspetto che emerge dai colloqui e che raramente viene analizzato: cosa significa negoziare la pace mentre si distrugge deliberatamente ciò che rende possibile la vita domestica?
Dove la casa scompare
Se a Kyiv si combatte per mantenere abitabili le proprie case, nei territori occupati del Donbas il concetto stesso di casa è scomparso in modo ancora più definitivo. Questi territori sono deserti. E cederli in queste condizioni significherebbe abbandonare la poca gente che non può o vuole abbandonarli. Un’altra catastrofe umanitaria su cui riflettere.
Il numero di chi ha abbandonato la propria casa è altissimo. Alcuni hanno intrapreso viaggi estenuanti: un corridoio di due chilometri tra l’Ucraina orientale e la Russia, camminando a fianco della linea dei combattimenti, attraversando controlli di filtraggio e perquisizioni interminabili. Un viaggio che richiederebbe, di norma, poche ore è diventato un’odissea di oltre un giorno per aggirare la linea del fronte.
È questo il paradosso dei territori contesi: non sono solo linee su una mappa o obiettivi strategici nei negoziati. Sono case abbandonate, strade deserte, città fantasma dove chi è rimasto vive in condizioni sempre più impossibili e disumane. Nei territori occupati, riferiscono le organizzazioni umanitarie, chi non ha acquisito la cittadinanza russa entro luglio 2024 rischia la detenzione o la deportazione. Il governo ucraino stima a circa sedicimila i cittadini detenuti in questi territori e in Russia.
Forse è qui che il concetto di casa rivela la sua dimensione più profonda: non si misura in metri quadrati, né nella temperatura delle stanze, ma nella capacità di restare umani quando tutto ciò che dovrebbe proteggerci viene meno. Non è più solo il luogo da cui siamo partiti o quello in cui speriamo di tornare, ma quel legame che continuiamo a costruire, anche tra le macerie, anche al freddo, anche lontano.