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Tradurre dall’ucraino: intervista ad Alessandro Achilli

Milanese, Alessandro Achilli è docente universitario e ricercatore di lingue e letterature slave. Si è specializzato in slavistica e germanistica presso l’Università degli Studi di Milano, ottenendo nel 2015 un dottorato di ricerca con una tesi sulla lirica del poeta novecentesco Vasyl’ Stus. È traduttore dall’ucraino di prosa, poesia e reportage per svariate case editrici, come Mondadori, Einaudi, Keller e altre.

Tra le opere da lui tradotte dall’ucraino ricordiamo Il principe giallo di Vasyl Barka (Pentagora, 2016), Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš (Keller, 2019) e Il viaggio più lungo di Oksana Zabužko (Einaudi, 2022).
Cosa ti ha portato a scegliere l’ucraino?

Un po’ il caso, un po’ la passione di chi me l’ha fatto conoscere. Giovanna Brogi ha iniziato a insegnare l’ucraino a Milano quando ero studente e, dopo il russo e il polacco, e gli elementi dell’ucraino che avevo colto dalla filologia slava, mi sembrava una scelta naturale. Ma se fosse “comparsa” qualsiasi altra lingua slava avrei potuto prendere un’altra strada.

L’entusiasmo di Giovanna e la sua capacità di stimolare il suo piccolo pubblico a incuriosirsi per una cultura allora (una ventina scarsa di anni fa) praticamente sconosciuta sono stati più che sufficienti per indirizzarmi. La tesi magistrale l’ho fatta in ambito comparatistico russo-tedesco, ma avevo già l’idea di cercare di entrare a un dottorato con un progetto ucrainistico. E dopo un anno in Russia, sono tornato in Italia e sono entrato al dottorato a Milano per scrivere di Vasyl’ Stus e dell’intertestualità nella sua poesia.

Come ti sei avvicinato alla traduzione?

Alla traduzione poetica con la tesi di dottorato, traducendo i versi di Stus su cui lavoravo, che è stato anche un modo per capirli meglio. Ho sempre avuto una particolare passione per la poesia e devo dire che non avevo grandi piani in fatto di traduzioni di prosa, anche se avevo fatto un po’ di pratica con il russo alla magistrale, ma poi, poco dopo la fine del dottorato, mi sono arrivate delle proposte e ci ho preso gusto. L’inizio è stato relativamente soft, con un romanzo tradotto tra il 2015 e il 2016 e un altro tre anni dopo. Più di recente, con l’invasione su larga scala del 2022, c’è stato il boom.

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Qual è stato il primo impatto con l’Ucraina?

Molto buono – oserei dire ovviamente. Sono stato in Ucraina la prima volta nell’estate del 2007, a Leopoli, per un corso di lingua di tre settimane, con un weekend a Kyiv e uno nei Carpazi. “Simbolicamente” ci sono arrivato con un treno dalla Russia, cosa oggi naturalmente inconcepibile. A quel corso ero l’unico studente non legato agli ambienti della diaspora ucraina nordamericana, l’unico senza radici ucraine. Mi ricordo le classiche bevute e chiacchierate con i locali, sia in città che sui treni, molto benevoli e comprensibilmente “incuriositi” da un italiano che si era messo a studiare una lingua che nemmeno tutti gli ucraini conoscevano.

Quando nel 2011 ho lasciato (o meglio, sono scappato da) Pjatigorsk, dopo qualche mese di lavoro come insegnante di italiano in un’università della provincia russa, sono – ancora una volta simbolicamente – sbarcato in Ucraina, in Crimea, con il traghetto da Port Kavkaz, e mi ricordo quella bella sensazione di rientro in Europa, che ho provato appena ho messo piede a Kerč, prima, come dicevo, di iniziare il dottorato da ucrainista. E poi tre anni dopo quella fetta di mondo è cambiata radicalmente.

Parlaci della tua parola preferita in ucraino.

Domanda difficile. Mi piace molto la parola tajemnycja, che è sia “segreto” che “mistero”, trasparente per chi conosce altre lingue slave, ma che la fonetica dell’ucraina rende ancora più “misteriosa”, appunto. 

La parola, secondo te, più difficile e/o impossibile da tradurre dall’ucraino è…

Sembrerà stupido, ma faccio molta fatica con gli apparentemente innocui aggettivi mylyj e dorohyj, naturalmente presenti anche in altre lingue slave. Il nostro “caro” al mio orecchio è spesso pesante, innaturale, formale, e “dolce” va usato con moderazione. Ci sono sicuramente parole più tradizionalmente intraducibili, ma io a rendere questi aggettivi “positivi” in modo convincente a volte faccio veramente fatica.

Raccontaci della tua prima opera tradotta dall’ucraino.

La mia prima traduzione dall’ucraino è stato Il principe giallo di Vasyl’ Barka, un’opera difficile sotto molti aspetti. Il tema è quello del Holodomor, la carestia indotta del 1932-33, di cui si sa e si parla ancora molto poco. Lo stile di Barka è a tratti molto denso, forse troppo retorico per un occhio e un orecchio straniero, quindi il mio progetto traduttivo è stato quello di rendere il testo più accessibile, più snello. Mi sembrava l’unico modo per far accostare il pubblico italiano a un libro che è anche, se non soprattutto, un’importante testimonianza di una pagina oscura della storia novecentesca ancora ostinatamente ignorata. Ci ho messo molti mesi e le difficoltà non sono state poche, ma i riscontri positivi poi non sono mancati.

Qual è il tuo rapporto con gli autori che scrivono in ucraino?

È inevitabile che nell’ambito di una lingua e di una cultura poco diffuse internazionalmente si possano sviluppare rapporti profondi con gli autori e autrici che si studiano e traducono. Questo vale, naturalmente, in primo luogo per i viventi, ma anche con quelli del passato è possibile creare una connessione mentale. Per qualche motivo è facile sentire le persone in carne e ossa dietro ai testi di autori e autrici come Ševčenko, Lesja Ukrajinka, Stus e molti altri, il che non significa, naturalmente, che i loro testi non meritino innanzitutto di essere studiati e interpretati come tali, al di là di ogni lettura personale o allegorica. Negli ultimi due anni mi è capitato spesso di avere a che fare con autori e autrici viventi, dall’Ucraina e non solo, e sono ricordi che saranno sempre importanti.

Che genere traduci più spesso e/o quale genere ti interessa di più?

Con l’eccezione di Poeti d’Ucraina, una manciata di testi in Dimensione Kyiv e l’antologia di Aleksandr Kabanov (poeta ucraino prevalentemente russofono), traduco prevalentemente prosa, ma la mia vera passione è, come dicevo, la poesia. Mi colpisce che, nonostante il boom di traduzioni dall’ucraino degli ultimi due anni, la poesia ucraina faccia ancora così fatica a richiamare l’attenzione degli editori.

Sono usciti Lina Kostenko, Jurij Tarnavs’kyj, Oksana Stomina e altri, ma i grandi editori, dopo l’exploit di Mondadori con Poeti d’Ucraina nella collana “Lo Specchio”, a cui ho lavorato con Yaryna Grusha, sono ancora restii. Sono convinto che i tempi siano maturi per un poeta ucraino o una poetessa ucraina nella “bianca” di Einaudi, per esempio, ma non mi sembra che ci siano grandi piani in questo senso, al momento.

Il nome di un’autrice o un autore che vorresti portare in Italia e/o che avresti voluto portare in Italia

Non è il mio autore ucraino preferito, anche se è sicuramente grande, ma mi pare che Serhij Žadan meriti di essere conosciuto in Italia anche come poeta, non solo come prosatore. Negli Stati Uniti le sue poesie escono in traduzione per Yale University Press, in Germania per Suhrkamp, mentre da noi rimane “soltanto” un romanziere, mentre credo che le sue poesie, in particolare quelle degli ultimi dieci anni, potrebbero avere un buon successo.

Poi mi piacerebbe molto vedere in italiano qualcosa della grande poesia ucraina degli anni Venti e Trenta del Novecento, come Bohdan-Ihor Antonyč e Volodymyr Svidzins’kyj. Tra i contemporanei che più apprezzo c’è sicuramente Iya Kiva, che è stata in Italia più volte, e che merita assolutamente un volume in italiano.

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Perché dedicarsi alle cosiddette lingue “minori”? Vantaggi e svantaggi

Le lingue “minori” danno a chi le impara, traduce e diffonde un ampio margine di spazio. C’è tanto da studiare e far conoscere e umanamente c’è la possibilità di creare rapporti intensi con colleghe e colleghi. E poi è anche un modo per liberarsi dal dominio mentale delle lingue “grandi” come opzione di default, dalla pigrizia di pensare che siano le uniche davvero meritevoli. Gli svantaggi, ovviamente, sono nella minore ricettività del “mercato”, in tutti i sensi, da quello accademico a quello editoriale, passando per quello “in senso stretto”. Ed è triste che ci voglia una guerra perché ci si renda conto che le culture “minori” non sono tali. Mi ricordo di aver sentito un altro studente di slavistica una quindicina di anni fa, anche molto bravo, incredulo a proposito dell’esistenza di una letteratura in lingua ucraina.

Ma le lingue “minori” sono anche un po’ come le ciliegie. Senza l’ucraino non mi sarei mai appassionato anche al bielorusso e alla sua cultura, a cui ho cominciato a dedicarmi professionalmente negli ultimi tre anni. E spero di riuscire a combinare qualcosa anche a livello di traduzioni. Ci sto lavorando, non da solo, ma fingo di essere scaramantico e non anticipo nulla. Negli ultimi mesi ho avuto la fortuna di toccare con mano che si stanno formando degli ottimi traduttori e studiosi di letteratura ucraina, sia tra i miei coetanei quarantenni che tra chi sta facendo il dottorato adesso, quindi se ci sarà richiesta dagli editori non mancherà di sicuro chi potrà tradurre. E che di materiale ce ne sia veramente molto è fuori dubbio.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.