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Vista su Majdan Nezaležnosti dal Centro Internazionale di Cultura e Arti, Kyiv (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
È venerdì sera e sono le 19 a Kyiv. In uno dei palazzi danneggiati dall’attacco di sabato scorso, quando Mosca ha lanciato una pioggia di missili sulla cultura, sta per andare in scena uno spettacolo teatrale di cui si parla da mesi. In sala c’è il pienone, i biglietti sono sold out da settimane. Si apre il sipario, ma dopo pochi minuti il suono della sirena antiaerea sovrasta musica e battute di attori e attrici che, visibilmente delusi, si inchinano e invitano il pubblico a seguire le misure di sicurezza.
Tra borbottii di frustrazione, rumori di passi sulle scale e silenzi ansiosi, c’è chi scende nel rifugio al piano -1, chi esce in strada per una boccata d’aria fresca, chi si dirige verso la metro lì accanto, la più sicura delle opzioni, con le sue stazioni profonde decine di metri sotto il suolo, costruite in epoca sovietica anche come rifugi antiaerei e oggi tornate a fare esattamente quello per cui erano state pensate.
Quando suona la sirena, le banchine si trasformano in rifugi: la gente siede sui gradini delle scale mobili, per terra con la schiena contro le colonne di marmo o – se attrezzata per queste occasioni – srotola direttamente il sacco a pelo. C’è chi porta i bambini già in pigiama se è tardi, chi il cane o il trasportino con il gatto, chi un thermos di tè o caffè e chi, addirittura, una tenda da campeggio, quasi fosse in partenza per una gita in natura.
C’è poi chi scrolla compulsivamente i canali Telegram per capire se si tratta di un allarme balistico o se sono “solo” droni, se i missili sono diretti a Kyiv o altrove, se è il caso di stare fermi o muoversi. E c’è chi invece si mette al riparo e decide di non volerci più pensare, di isolarsi da quel carosello di notifiche ansiogene.
Quello che logora, più dei rifugi stessi, è la gestione dell’incertezza prima di arrivarci. La domanda che ci si ripete ogni volta che si esce di casa è: porto il necessario o è solo paranoia? Molti kyiviani girano con uno zaino già pronto: documenti, qualche medicinale, una torcia, acqua e cibo, un cambio. Una logistica di emergenza permanente – spesso oggetto di battute ironiche – che finisce per colorare ogni uscita, ogni serata, ogni appuntamento. Si va al museo, a teatro, a cena, al cinema con quella borsa o zaino sulle spalle.
L’allarme di oggi, in fondo, era una cosa prevista. Nelle ultime settimane l’establishment russo ha moltiplicato le minacce, sottolineando l’ipotesi di una rappresaglia – più precisamente definita dal Cremlino “operazione di vendetta” – per contrastare gli attacchi ucraini su territorio russo, tra cui il recente bombardamento a Starobil’s’k, nella regione occupata di Luhans’k.
Nell’ultimo periodo in pochi ignorano questi allarmi, anche dopo quattro anni di guerra. Probabilmente perché, dopo un periodo relativamente tranquillo, nessuno si è ancora del tutto ripreso dall’attacco di sabato scorso.
È durato cinque ore, quasi senza interruzioni: droni e, soprattutto, una pioggia di missili hanno colpito l’intera capitale, prendendo di mira stavolta il centro città con una precisione che sembrava quasi chirurgica nella sua brutalità. Una ventina i siti culturali danneggiati: musei, biblioteche, la sede delle Nazioni Unite, edifici storici nel cuore della città. Non obiettivi militari, ma posti che custodiscono memoria, identità, vita civile. Difficile pensare che sia casuale.
Uno dei mercati centrali colpiti non esiste più. Come non esiste più il centro commerciale adiacente, completamente bruciato. Si tratta di uno di quei luoghi dove la città si riconosce, dove si compra il pane la mattina, dove anziani e anziane si siedono a parlare tra i banchi di fiori, frutta e paccottiglia. Il fumo di quelle ore è entrato nella stazione metro di Luk’janivs’ka, una delle più colpite dall’inizio dell’invasione, che funge anche da rifugio. Accanto al mercato e all’entrata della metro, il McDonald’s, punto di riferimento, ha riaperto dopo appena tre giorni. È l’ennesimo simbolo di questa guerra, un altro atto di resistenza: “voi distruggete, noi ricostruiamo”.
Quello che ha colpito forse ancora di più, nelle ore successive all’attacco, è stata la risposta spontanea della città. I vetri rotti – e ce n’erano ovunque, sui marciapiedi, sulle auto, davanti ai negozi – sono spariti in meno di quarantotto ore. Non per opera di squadre municipali, o non solo, ma grazie a residenti, passanti, negozianti e volontari improvvisati: gente che, ancora prima di recuperare le ore di sonno perse, si è munita di guanti, scope e palette perché aspettare non era un’opzione e lasciare la propria città in quello stato nemmeno.
Non c’è neanche il tempo di cadere, che già ci si rialza.
Danni nel quartiere di Podil, Kyiv (Mirko Petrelli)
In questo fine settimana si tiene il Book Arsenal, il salone del libro che ogni anno trasforma il complesso dell’Arsenale in uno dei luoghi più vivi della città. Anche qui, quando suona la sirena, il programma non si interrompe del tutto, in un certo senso si sposta. La gente scende nel rifugio sotterraneo e lì, tra le volte di mattoni di un edificio che ha già attraversato secoli di storia, si ascoltano poesie, interventi, letture rimaste in sospeso. Autori e autrici parlano al pubblico in piedi, seduto per terra o su sedie improvvisate, con le luci basse e il rumore sordo dei sistemi di difesa aerea in lontananza se l’attacco arriva.
La letteratura sembra trovare rifugio sottoterra e da lì continua a resistere, come se le parole, in questo paese, non potessero permettersi di tacere nemmeno sotto le bombe.
Domenica 31 maggio, è il “Giorno di Kyiv” (den’ Kyjeva), la festa della città. Di solito è una delle giornate più partecipate dell’anno: concerti, mercati, eventi in piazza. Anche quest’anno gli appuntamenti sono stati deliberatamente frammentati e dislocati in luoghi diversi, senza grandi concentrazioni di pubblico in un unico posto. Il motivo è semplice e agghiacciante: si teme un attacco mirato in quella giornata e nei giorni precedenti o successivi. Festeggiare la propria città tenendo d’occhio il cielo, scegliendo dove andare anche in base a quanto sarebbe pericoloso stare lì se arrivasse un missile, è la nuova normalità.
C’è una lettura militare di quello che sta succedendo in questi mesi: Kyiv è diventata un bersaglio sistematico, ma non nel senso classico della guerra perché non si colpiscono solo infrastrutture energetiche (come è accaduto lo scorso inverno, il peggiore di sempre) o nodi logistici. L’obiettivo sembra essere la popolazione civile, la sua tenuta psicologica, la sua volontà di andare avanti. I missili sulla cultura sono sempre di più. È terrorismo, nella forma più precisa del termine: non distruggere la capacità di combattere, ma la capacità di vivere.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge, in queste settimane, il timore di una riapertura del fronte nord. La Belarus’ – o meglio, il regime di Lukašenka, che del territorio bielorusso ha fatto una pedina nelle mani di Mosca – è di nuovo al centro delle preoccupazioni. Un nuovo intervento da nord, come nei primissimi giorni dell’invasione nel febbraio 2022, o un più stretto coinvolgimento in alleanza con Mosca significherebbe per Kyiv trovarsi nuovamente sotto pressione su un fronte che credeva almeno parzialmente chiuso. Per ora è una minaccia, non una certezza, ma Kyiv rimane in allerta.
Vale la pena notare una differenza che spesso si perde nel rumore della guerra: quando l’Ucraina colpisce il territorio russo, i bersagli sono generalmente infrastrutture, depositi di armi, raffinerie di petrolio, nodi logistici militari. Quando la Russia colpisce l’Ucraina, i bersagli sono mercati, teatri, biblioteche, musei, quartieri residenziali. Non è una distinzione secondaria, è la differenza tra condurre una guerra e fare del terrore. Ed è anche un promemoria necessario: quello che sta succedendo non è un conflitto tra due parti equivalenti che si fronteggiano da posizioni simmetriche, anche se Kyiv ha un sistema di difesa eccezionale. È un’invasione, lo è su larga scala dal 24 febbraio 2022, lo è dal 2014, e lo è ancora adesso.
Arco della libertà del popolo ucraino, Kyiv. Il 24 novembre 2018, sotto l’arco, fino ad allora chiamato Arco dell’amicizia tra i popoli, alcuni artisti e attivisti ucraini hanno inaugurato l’installazione “La crepa dell’amicizia”, dedicata alla questione dei prigionieri politici ucraini (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Non sembra esserci fine a questa guerra. La popolazione ucraina è allo stremo, e questi attacchi improvvisi, intermittenti, calibrati per colpire nel momento meno atteso, erodono lentamente ogni certezza. Non si vive più una vita normale da quattro anni: non si dorme, non si fanno programmi, o se li si fanno c’è sempre quel “salvo imprevisti” che qui si traduce in “salvo attacco russo”. Non si prevede più nulla. Tutto viene vissuto ora per ora, in un presente continuo che assomiglia a una forma di sopravvivenza più che di esistenza. Chi con un’ansia palese, chi con una rabbia che si porta dentro.
Quello spettacolo teatrale, forse, è proseguito al termine dell’allerta. Forse hanno riaperto il sipario, il pubblico è tornato in sala e la compagnia sul palco. Purtroppo, non avrò mai il piacere di sapere se ne valeva la pena perché, almeno questa volta, ho dato retta alla sensazione di un attacco imminente e ho trascorso la notte in rifugio.
Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.