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Nella definizione contemporanea più diffusa, l’Asia centrale viene individuata nei cinque -stan dell’ex Unione Sovietica, stretti tra il Mar Caspio a occidente e il Taklamakan a est. Ma storicamente bisogna includere anche le parti settentrionali di Iran, Afghanistan e Pakistan, oltre al “Turkestan cinese”, l’odierna provincia dello Xingjang.
Nodo cruciale della Via della Seta, incrocio di etnie e culture, fu teatro dei grandi imperi di Ciro il Grande, Alessandro Magno, Gengis Khan e Tamerlano così come di città-stato, migrazioni e invasioni. Un territorio disseminato di imponenti catene montuose, terribili deserti, valli nascoste, passi impervi e rumorosi caravanserragli. Questa variegata realtà – culturale e geografica – ha reso da sempre l’Asia centrale terreno fertile per i racconti, i diari e le storie di viaggio.
Ecco allora alcuni consigli per libri sull’Asia centrale.
Bruce Chatwin definì questo libro come “un testo sacro, al di là di ogni possibile critica” e dichiarò di averlo avidamente consumato nei suoi quattro viaggi in Asia centrale, sia come guida che come conforto. Dopo averlo letto, un giovanissimo Patrick Leigh Fermor fece carte false per conoscere di persona Robert Byron e farsi dare qualche dritta su come scrivere di viaggio, prima di partire per la sua avventura verso Istanbul. Il critico letterario Paul Fussell scrisse:
La via per l’Oxiana è per i libri di viaggio quello che l’Ulisse di Joyce è per il romanzo e La terra desolata di Eliot è per la poesia.
Si tratta a tutti gli effetti del libro precursore della letteratura di viaggio moderna: viaggiare guardando il mondo con occhi sempre nuovi e curiosi. Perché tutto il mondo era ormai stato geograficamente scoperto e l’Asia centrale non faceva eccezione.
La via per l’Oxiana è il risultato del perfetto intrecciarsi dello spirito di viaggiatore di Byron con i paesaggi che attraversa e con le culture e gli uomini che incontra. Partito dopo aver visto la foto di una torre selgiuchide nella steppa turkmena alla ricerca delle origini dell’architettura islamica, l’autore apre lo sguardo di chi legge alla meraviglia dei luoghi grazie a minuziose e mai banali descrizioni condite dal suo essere al tempo stesso gentleman ed esteta, irascibile, ironico e vituperante.
Immaginate di trovarvi alla British Library e, mentre ammirate una delle pochissime copie della Bibbia di Guthenberg del 1455 (quella del famoso torchio a caratteri mobili), scorgete il Diamond Sutra, un testo buddista del IX secolo, stampato su un rotolo e ritrovato ai margini occidentali del deserto del Taklamakan. Da qui a farvi trascinare lungo le piste polverose dell’Asia centrale il passo è breve.
Stefano Malatesta viaggia attraverso paesaggi, mappe usurate dal tempo, variopinti mercati, idiomi sconosciuti, ma soprattutto si contorna – e delizia il lettore – con le storie di personaggi sempre in bilico tra la realtà e la leggenda.
Ad esempio, Alexander Gardiner, ai più conosciuto come “l’uomo che volle farsi re” di Kipling o Paolo Avitabile, un napoletano sulla Via della Seta ancora oggi temuto in quelle terre come “una tigre è temuta dagli sciacalli”, sono due tessere del grande mosaico umano raccontato da Malatesta.
La parola più adatta per definire Ella Maillart è pioniera. Grande sportiva – partecipò alle Olimpiadi di Parigi 1924 a soli 21 anni – e viaggiatrice instancabile, agli inizi degli anni Trenta, grazie all’aiuto economico di Charmian Kittredge London – seconda moglie di Jack London – si trasferì a Mosca. Qui iniziò la sua carriera di scrittrice e intraprese i suoi primi grandi viaggi.
Vagabonda nel Turkestan è il diario del suo muoversi tra i deserti e le montagne dell’Asia centrale. Un viaggio considerato impensabile allora per una donna. Un viaggio in completa solitudine cercando di mischiarsi alla gente del posto, con un’attenzione particolare allo scoprire dove le tradizioni millenarie e i nuovi costumi sovietici si scontravano.
Uno spaccato sulle grandi città come Almaty, Bukhara, Tashkent, Khiva e Samarcanda, ma anche sui villaggi sperduti, sul lago d’Aral, sull’Amu Darya. Un viaggio con i mezzi più disparati: in battello, a piedi, su un carretto, in treno o a dorso di cammello.
Questo libro, così come altre opere successive della Maillart – da ricordare per vicinanza geografica Oasi proibite (un viaggio con Peter Fleming) e La via crudele (con Annemarie Schwarzenback) – è stato ed è tuttora fonte di ispirazione per chiunque voglia viaggiare e imparare a raccontare il viaggio.
Uno dei ponti sul fiume Panj che collegano il Tagikistan all’Afghanistan (Wikicommons/Ninara)
Colin Thubron si avventura nelle repubbliche centro-asiatiche dell’Urss un anno dopo la caduta dell’Impero sovietico. Con grande sensibilità intuisce di doversi trasformare da viaggiatore curioso a (quasi) confessore di paesi incastrati tra un glorioso passato, un presente che ancora mostra gli ingombranti scheletri e ferite, e un futuro tutto da inventare.
Seguendo le tracce di Tamerlano, lascia che le persone si avvicinino incuriosite dallo “straniero” e raccontino le loro storie in cui si mischiano orgoglio, delusione, nostalgia, spaesamento, paure, speranze e l’indissolubile legame tra gli uomini e un territorio indomabile.
Con il suo modo di raccontare, Thubron dona dignità ai resti in dissolvimento dei paesi che attraversa. Alterna sapientemente i pratici dialoghi con l’operaio tessile o la saggezza dell’anziana di un remoto villaggio, con condottieri e spietati sovrani di epoche lontane. E non dimentica mai di meravigliarsi e meravigliare il lettore con la descrizione delle incredibili bellezze che incontra, come a Dev Kesken o davanti al piedistallo della statua sparita di Lenin.
A più di dieci anni da Il cuore perduto dell’Asia, Thubron torna a percorrere le polverose strade della Via della Seta. Questa volta la narrazione procede da est verso ovest. Un lungo percorso che lo porterà da Xian – la città dell’imperatore Giallo, “l’inventore della civiltà stessa, che diede vita alla Cina e alla saggezza” – fino ad Antiochia, divisa in due dal profondo fiume Oronte.
Una prosa coinvolgente che si accende di mille contrasti e sfumature appena superato il Passo di Torugart: da qui la Via della Seta sembra ramificarsi come il sistema nervoso umano, fino alle periferie più remote, perché ovunque la steppa confini con un terreno coltivato o le montagne digradino verso la foresta, il commercio si intensifica. Un susseguirsi di alte gole – spesso definite del piccolo o grande “mal di testa”, a causa dell’aria rarefatta per l’altitudine – e di remoti caravanserragli come Tash Rabat, abitato solo dalla giovane e dolce Nazira, dal suo gatto bianco e dagli asini.
La ricerca di nuovi elementi di unità nazionale nelle figure di antichi eroi come re Rabat o Manas (in Kirghizistan, ad esempio) sono la cartina al tornasole del vuoto lasciato dalla caduta dell’Unione Sovietica, per dei paesi poveri che non hanno cercato l’indipendenza, “ci è caduta dal cielo”. Sono gli -stan della Navoi di Tamerlano e allo stesso tempo del moscovita ubriaco, finito forzato in un campo di lavoro della città uzbeka – ai tempi di Stalin – ora costretto a mendicare, sempre in bilico tra la felicità di un bicchiere di vino e le paure del passato.
Bernard Black – il singolare libraio della sit-com Black Books – lo venderebbe a scatola chiusa ai suoi clienti chiosando “you’ll laugh, you’ll cry and it will change your life. For just 15 quid”. Per essere chiari da subito: Nostalgistan è una piccola perla. Senza la pretesa di cambiarvi la vita, ma decisamente in grado di farvi ridere, emozionare e ampliare lo sguardo. Quindici euro spesi come meglio non si potrebbe. L’amletico o chatwiniano dubbio del “che cosa ci faccio qui?/perché dovrei essere altrove?” che permea tutta la narrazione affonda le sue prime radici nella curiosità di un ragazzino di otto anni nello scoprire sulla mappa dove si trovassero le steppe di quelle fiere popolazioni che avevano travolto l’impero romano.
Personaggi surreali come un Ismaele di melvilliana memoria (ma senza balena bianca) e un dialogo distopico sul destino di un famoso cantante italiano sono, poi, dopo anni, il perfetto trampolino per tuffarsi in quel bizzarro oceano terrestre che prende il nome di Asia centrale.
Da buon geografo con un debole per l’antropologia, Tino Mantarro ascolta, osserva, mischia con naturalezza il paesaggio fisico e umano, e raccoglie senza fare sconti l’imperfezione di ciò che vede. La romantica nostalgia delle vestigia di untempo – più o meno glorioso – che fu, è sferzata dai tempi comici delle peripezie vissute lungo il percorso.
Il lettore diventa compagno di avventure, perché Samarcanda, l’atlantide terrestre, circondata “da migliaia di chilometri di pietre sbriciolate”, così lontana dal nostro vivere quotidiano, diventa familiare visto che i bambini giocano a pallone sotto la statua di Tamerlano, come da noi lo fanno sotto le statue di Garibaldi, o perché scopre cosa hanno in comune Trotzki e le mele, o perché nel mercato famoso per la compravendita dei cammelli trova barbieri, dentisti, veterinari di galli, angurie, peperoni, pomodori, tegami, utensili in plastica, fabbri, donne con passeggini e corone d’aglio, macellai, bambini, anziani, caramelle, ma non cammelli.
Tra i migliori reportage introduttivi degli ultimi anni sull’Asia centrale. Erika Fatland – ogni volta trasformando il suo stupore (quasi naif) in genuina curiosità – attraversa i cinque -stan dell’ex-Urss, che dopo anni di indipendenza rincorrono ancora la propria identità.
L’autrice svela paesi che sembrano un infinito cristallizzarsi di antitesi: i nuovi edifici ultratecnologici e le abitazioni sfarzose di chi si è arricchito con le immense risorse naturali da una parte, l’antica passione dei bazar, della tessitura dei tappeti, del cavalcare i cammelli e la povertà dall’altra. Ma guai a parlare di una regione unica: ogni -stan è un mondo a parte. E ogni -stan si nutre dei propri controsensi.
Erika Fatland incontra donne d’affari turkmene, che nascondono sotto le lunghe gonne gli acquisti fatti a Istanbul, per passare indisturbate il check-in e poi rivendere con profitto la merce nei bazar di Ashgabat, e le stringenti regole del Turkmenistan “indipendente e perennemente neutrale” figlie dell’ego di Saparmyrat Turkmenbashi.
Scopre lo sfarzo del centro commerciale di Aktau e la desolazione del lago d’Aral, avvelenato e (quasi) sparito in nome del progresso e del benessere. Arriva a Shagan, la città del “fortunato” cinquantenne Sadyk e del grande esperimento. Si interroga sul gran numero di Mercedes di lusso che sfrecciano per le strade di Dushanbe, dove non si riescono a vaccinare i neonati per mancanza di fondi.
Tocca con mano il dilemma delle popolazioni nomadi kirghize, nostalgiche delle sovietica stabilità fatta di assistenza sanitaria e istruzione, ma intenzionate a recuperare le tradizioni che erano state vietate dal comunismo, come la caccia con le aquile, col rischio però di renderle un teatrino per turisti. Si muove nell’Uzbekistan delle vecchie piantagioni di cotone, del sale che le ha distrutte insieme ai pesticidi, e le apparenze di un regime che cerca di farsi bello attraverso la meraviglia della storia delle sue antiche città.
Esiste uno stato in Asia centrale la cui capitale ha il nome di un giorno della settimana: Dushanbe in lingua tagika significa lunedì, perché in quel villaggio – prima che i russi lo trasformassero nel centro di comando del paese – era il giorno in cui tradizionalmente si svolgeva il mercato. Da qui parte il viaggio di Marco Grippa in Tagikistan e Kirghizistan. Più precisamente da un invisibile ufficio visti “diagonalmente opposto” all’Asian Bank.
Un viaggio in quella parte di Asia centrale in cui la strada sale vertiginosamente verso gole dall’aria rarefatta e dai contorni di ghiaccio, che trasformano il calore della sabbia delle steppe desertiche a est del Mar Caspio in un lontano ricordo.
Da Dushanbe parte la Pamir Highway, non proprio un’autostrada, piuttosto una corsia unica a doppio senso di marcia per auto e animali che nervosamente si inerpica tra alcune delle montagne più alte del mondo. Nessun tempo di percorrenza precisato: troppe variabili quasi impossibili da calcolare, dal meteo alle condizioni della strada, dalla robustezza del mezzo all’abilità dell’autista.
Faticose tappe senza tempo riscaldate di tanto in tanto da una tazza di tè e dai sorrisi dei pastori o dei cacciatori con le loro aquile. La ricompensa, oltre al calore della gente, è un susseguirsi di scenari incredibili come l’altopiano del Karakul. Un diario che avvolge il lettore con una genuina curiosità, trasformandolo in compagno di viaggio. Dopo il ritorno alla civiltà a Osh, la strada di Marco Grippa procede verso la tecnologia di Bishkek, riprendendo a salire verso il passo Torugart, e sostando lungo i laghi Issyk Kul e Song Kul, tra leggendarie lacrime e partite di calcio con i ragazzini del posto, fino a un’ultima (quasi) insormontabile prova di coraggio.
Nota
Esistono molti altri libri che toccano parzialmente o lambiscono l’Asia centrale o magari ne trattano una parte per un argomento specifico. Tra questi:
*Nato nel 1978 a Faenza. Gattaro convinto, ha fatto scherma per trent’anni tra Pisa e Dublino, ha studiato archeologia preistorica e scavato in Irlanda per quasi un decennio. Appassionato di mappe e di letteratura di viaggio, dopo aver girato in lungo e in largo l’Europa (e qualcosina di più) a piedi, con mezzi pubblici o con la sua moto, una Bonneville, dal 2011 è il libraio dell’Orsa Minore, la sua libreria di viaggio a Pisa. Dal 2016 collabora con la Scuola del Viaggio.
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