Shah-i-Zinda, la necropoli del “Re Vivente” di Samarcanda

In una calda mattina d’inizio agosto, l’alba si alza lenta su Samarcanda, colorando il cielo di pallide sfumature di rosa e arancio. Tira una leggera brezza estiva, che spostava i rami dei salici del parco vicino al nostro hotel, dove stiamo aspettando pazientemente un taxi che ci avrebbe portato dall’altra parte della città, a nord-est, verso la necropoli di Shah-i-Zinda.

A Samarcanda, sulla collina dove un tempo sorgeva l’antico insediamento di Afrasiab, si trova uno dei complessi funerari più straordinari e longevi del mondo: il complesso di Shah-i-Zinda, tradotto letteralmente il “Re Vivente”. La sua storia si sviluppa tra leggende, architettura e devozione popolare, rendendolo un luogo unico al mondo.

La necropoli di Shah-i-Zinda

In Occidente, il primo novembre richiama la memoria dei defunti: le chiese vengono illuminate da candele, si portano i fiori sulle tombe e si celebrano momenti di raccoglimento. In molte culture, il culto dei morti si manifesta attraverso riti e tradizioni che cercano di mantenere il legame tra i vivi e chi non c’è più.

Spostandoci a Oriente, arrivando fino in Uzbekistan, il dialogo con i defunti assume toni mistici, di leggenda e di fede. Tra i luoghi più affascinanti in questo senso, la necropoli di Shah-i-Zinda, detta la “città dei vivi”, è un posto dove si intrecciano storia e mito: il nome stesso, “Shah-i-Zinda”, riflette l’unione di questi elementi, poiché “Shah” indica il termine persiano che significa “sovrano”, mentre “Zinda”, “vivente”, si riferisce alla sua immortalità. 

Il complesso di Shah-i-Zinda è senza dubbio il santuario più celebre di Samarcanda e uno dei luoghi di maggiore importanza storica e religiosa dell’Asia centrale. 

La necropoli si distingue per i suoi mausolei e le sue moschee, che testimoniano secoli di evoluzione culturale e architettonica. Oggi, in superficie, sopravvivono più di venti edifici, ma le indagini archeologiche hanno rivelato che originariamente erano presenti circa cinquanta strutture.

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La storia del complesso

Le ricerche archeologiche indicano che Shah-i-Zinda sorse nella metà dell’XI secolo ai margini di Afrasiab, la Samarcanda pre-mongola. Dopo il sacco mongolo del XIII secolo e lo spostamento del centro cittadino, Shah-i-Zinda si trasformò in necropoli. 

Nel XIV secolo avvenne la prima grande ricostruzione e sotto la stirpe di Tamerlano, il complesso si arricchì di numerosi mausolei caratterizzati da maioliche turchesi e azzurre, cupole emisferiche e portali decorati a mosaico, trasformandosi in una vera e propria necropoli regale.

Molti mausolei furono attribuiti a membri della famiglia e della corte, unendo così la legittimazione politica alla devozione spirituale, in un modello tipico dell’Asia centrale: il sovrano che cercava il favore divino associandosi a figure sante, rendendo così sacro il proprio potere. Tuttavia, il complesso non era solo un luogo di sepoltura, ma un vero e proprio centro di vita urbana, che comprendeva madrase (le scuole tradizionali islamiche), conventi sufi e moschee, nell’ideale islamico di spazio che fonde la dimensione religiosa con quella educativa e politica. 

Dopo il declino dei timuridi nel XVI secolo, Samarcanda perse il ruolo di capitale e Shah-i-Zinda venne progressivamente abbandonato, così molte tombe caddero in rovina e nel XVII secolo furono sostituite da strutture più modeste, destinate alla borghesia urbana. Nel 2005, molti edifici furono restaurati in modo aggressivo e controverso, il che significa che gran parte delle maioliche, mosaici e terracotta visibili oggi non sono purtroppo quelli originali. 

Il nome del complesso, “Re Vivente”, si collega alla leggenda di Qusam ibn Abbas, cugino del profeta Maometto. Considerato martire e primo missionario dell’Islam in Asia centrale, Qusam ibn Abbas ha reso Shah-i Zinda meta di pellegrinaggio per fedeli provenienti da tutta la regione.  Secondo la leggenda, Shah-i-Zinda segna il luogo in cui Qusam fu sepolto dopo essere stato decapitato durante le conquiste arabe nel VII secolo, ma che non sarebbe morto dopo il martirio: portando la testa tra le mani, si dice che sia disceso in un palazzo sotterraneo guidato dal profeta al-Khidr, spirito dell’acqua e simbolo di vita eterna, dando origine al mito che lo ha reso il “Re Vivente”. 

La storia del complesso di Shah-i-Zinda riflette la progressiva islamizzazione della regione, con i primi contatti con l’Islam che risalgono al VII secolo, quando nel 676 le forze arabe tentarono di conquistare la città e diffondere la nuova fede. Gli abitanti locali, zoroastriani, godevano dello status di protetti, ma erano comunque sottomessi. 

Nell’Islam, il santo indica una figura dotata di particolare autorità spirituale e spesso percepita come capace di compiere azioni sovrannaturali, che fa da intermediario tra l’uomo e Dio. Si crede che la sua influenza continui ad agire concedendo baraka, ovvero benedizione e protezione, pure dopo la morte, tramite il contatto con la propria tomba o attraverso il pellegrinaggio, noto come ziyāra. La venerazione dei santi assume caratteristiche particolari in Asia centrale, perché in questa regione il culto dei santi è strettamente collegato con il sufismo.

Difatti, con la diffusione del sufismo in Asia centrale, la tomba di Qusam ibn Abbas divenne rapidamente uno dei principali centri di pellegrinaggio del mondo islamico orientale. La sua posizione strategica, all’incrocio di canali e strade principali, contribuì a consolidarne il ruolo come centro sacro della città, progressivamente circondato da un cimitero musulmano e da edifici religiosi. 

Durante il periodo sovietico

La continuità storica e di sacralità del sito si può vedere anche facendo un confronto tra epoca sovietica e post-sovietica. Anche in epoca sovietica, infatti, nonostante l’ideologia ufficiale fosse atea, il culto dei santi e la venerazione delle tombe sacre non cessarono del tutto: i santi erano sempre percepiti come protettori, guaritori e intercessori e alcuni luoghi di culto nacquero ex-novo proprio durante questo periodo, spesso in seguito a presunti miracoli o visioni. 

Per aggirare i divieti religiosi, pellegrini e contadini, membri del partito o del Komsomol svilupparono strategie ingegnose: questi mascheravano i pellegrinaggi da attività lavorative o vacanze estive organizzate dai kolchoz, spesso portando animali da sacrificare lungo sentieri di montagna per non essere scoperti. 

Così, in assenza di moschee o della possibilità di recarsi alla Mecca, le tombe dei santi divennero spazi religiosi alternativi, dove si pregava, si insegnava il Corano e si celebravano feste religiose, portando alcune comunità a credere che grandi santuari come Shah-i-Zinda potessero sostituire persino il pellegrinaggio alla Mecca. 

Le autorità sovietiche tentarono di reprimere a più riprese le visite ai santuari, come accadde negli anni Cinquanta e Ottanta. Tuttavia, la popolazione percepiva queste campagne come temporanee e la vita religiosa riprendeva rapidamente il suo corso, tanto che alla fine degli anni Ottanta, fino al 73% della popolazione dichiarava di aver compiuto almeno una volta un pellegrinaggio verso un luogo santo. 

(Meridiano 13/Vitalii Mikhailiuk, foto su pellicola)

La necropoli nello spazio post-sovietico

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Uzbekistan nel 1991, Samarcanda ha vissuto un intenso processo di trasformazione urbana: il nuovo governo aveva promosso una politica di valorizzazione della storia nazionale, riabilitando la figura storica di Tamerlano e presentandolo come eroe nazionale e fondatore dello stato uzbeko moderno. In questo contesto, nel 1996, da un’iniziativa dell’ex presidente Islam Karimov, in tutto il paese venne celebrato il 660esimo anniversario di Tamerlano, con l’organizzazione di grandi celebrazioni, conferenze internazionali e mostre in cooperazione con l’Unesco. Parallelamente, venne avviata una rimozione selettiva dei monumenti sovietici, tra cui le statue di Lenin, e molte strade furono rinominate. 

Dopo l’indipendenza, anche l’Islam è stato strumentalizzato dal governo uzbeko come componente chiave della costruzione identitaria nazionale, facendo però una distinzione tra un tipo di Islam “buono” e tollerante e un Islam “cattivo”, politicizzato o radicale. I santuari di Samarcanda, tra cui Shah-i-Zinda, riportano questa forma di religiosità divisa e controllata, integrandola nella narrazione statale dell’identità uzbeka. 

È molto evidente come oggi, quindi, questi luoghi siano utilizzati anche come strumenti di soft power: gli interventi statali hanno promosso restauri molto selettivi dei luoghi santi, trasformandoli in simboli coerenti con l’ideologia nazionale contemporanea. Attraverso questi progetti, il governo ha elaborato una narrazione che unisce l’Islam locale, la storia legata a Tamerlano e la legittimazione del potere politico attuale: Shah-i-Zinda infatti è un santuario, si, ma gestito direttamente dallo stato. 

Pure la collaborazione con l’Unesco, che ha inserito Samarcanda e i suoi santuari nella lista dei patrimoni, indica come l’Uzbekistan utilizzi il proprio patrimonio storico non solo per preservare la memoria locale, ma anche per proiettare un’immagine internazionale di prestigio e tolleranza.

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Chiara Luccioli
Chiara Luccioli

Laureata in studi sull’Est Europa (MIREES) dell’Università di Bologna, svolge un master in diritti umani presso il Global Campus of Human Rights. Ha vissuto a Tbilisi, Parigi e Francoforte e si occupa principalmente di diritti umani e identità nello spazio post-sovietico. Parla inglese, francese, russo e un po’ di georgiano e farsi (livello base).