La rivoluzione ungherese vista da Roma

La rivoluzione ungherese dell’ottobre 1956 provocò una delle più profonde fratture nella sinistra italiana del dopoguerra. Di fronte alle manifestazioni di Budapest, alla richiesta di riforme e alla progressiva insurrezione contro il regime comunista, i due partiti principali della sinistra, il Partito comunista italiano (Pci) ed il Partito socialista italiano (Psi), andarono ad assumere posizioni sempre più lontane e vicendevolmente critiche, seppellendo definitivamente quell’unità d’azione resa particolarmente concreta in seguito al XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) e al processo di destalinizzazione avviato a febbraio di quello stesso anno.

A Botteghe oscure prevale il giustificazionismo

Il Pci e il suo quotidiano, l’Unità, interpretarono fin dalle prime ore gli scontri attraverso la lente della “controrivoluzione”. Già nell’edizione del 24 ottobre il giornale parlava di un “grave tentativo reazionario di distorcere il processo di democratizzazione”, nonché di scontri provocati da “gruppi armati di contro-rivoluzionari”.

Prima pagina de L'Unità, 24 ottobre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Unità, edizione del 24 ottobre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

Il 25 ottobre la posizione viene ulteriormente precisata. In un articolo senza firma titolato “Da una parte della barricata a difesa del socialismo” si legge:

Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista, o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria. Un terzo campo non c’è. Domani si potrà discutere e anche differenziarsi, oggi si difende la rivoluzione socialista

L’Unità, edizione del 25 ottobre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Unità, edizione del 25 ottobre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

Il Pci riconosceva che all’origine della crisi vi fossero problemi reali e aspirazioni democratiche, ma sosteneva che il movimento fosse stato progressivamente sfruttato dalle forze reazionarie per rovesciare il sistema socialista. Pietro Ingrao, direttore de l’Unità, fu tra i principali interpreti di questa linea. Il 27 ottobre in un editoriale scritto di suo pugno precisa:

Guai se si dimenticasse che il regime contro cui si è scatenata la rivolta è quello che ha cacciato i capitalisti dalle fabbriche e i feudatari dalle campagne. Noi difendiamo questo punto fermo, anche se con scelte gravi e dolorose

L’Unità, edizione del 27 ottobre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Unità, edizione del 27 ottobre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

Il 28 ottobre, quando si costituisce il governo Nagy e la situazione sembra avviarsi ad un nuovo equilibrio, è Giancarlo Pajetta che si sofferma a ragionare tra le colonne dell’organo di partito sugli errori del Partito comunista ungherese:

Non c’è dubbio che furono commessi gravi errori nella costruzione del socialismo in Ungheria, e poiché non sono state compiute in tempo le correzioni necessarie ne è derivata la ribellione. Di tutto questo hanno poi approfittato i controrivoluzionari

Le critiche però imperversano, dentro e fuori dal partito. Molti dirigenti e militanti guardano con turbamento e sofferenza a ciò che sta accadendo, le sedi locali del Pci vengono assediate da folle che chiedono una presa di posizione in difesa della libertà ungherese e critica nei confronti dell’invasione sovietica.

Ci penserà Palmiro Togliatti, segretario del Pci, a ribadire la linea di partito il 30 ottobre: “Il governo di Budapest”, scrive, “fu preso alla sprovvista dalle critiche del XX Congresso del Pcus e non seppe porre mano alle necessarie innovazioni”. Quanto all’invito alle truppe sovietiche di intervenire, precisa che si tratta di un “segno di debolezza dei dirigenti ungheresi”. Dichiara:

Tutto questo è molto doloroso. Tutto questo doveva e poteva essere evitato. Ma quando il combattimento è aperto, e chi ha preso le armi non cede, bisogna abbatterlo

Il 4 novembre, quando i carri armati sovietici tornano a Budapest, la posizione del Pci non cambia. L’Unità titola: “Sbarrata la strada alla controrivoluzione e alle provocazioni internazionali”. L’edizione del 5 novembre (che dedica molto spazio, inclusa la prima pagina, alla crisi di Suez) riporta un articolo al suo interno dal titolo emblematico: “Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia ed al terrore bianco”.

L’Unità, edizione del 05 novembre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Unità, edizione del 5 novembre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

Il giornale, fedele alla linea del Pcus, presenta dunque l’intervento non tanto come un’aggressione contro l’Ungheria, quanto come un’azione necessaria per impedire una restaurazione reazionaria e difendere le conquiste socialiste. In un altro articolo della stessa edizione, “I Consigli operai riprendono il controllo della situazione”, l’Unità sottolinea il ruolo dei consigli operai nel ristabilimento dell’ordine. Ignorando deliberatamente come la rivolta prese il via, assieme a studenti e intellettuali, proprio dagli operai del complesso metallurgico e siderurgico più grande del paese, il Csepel, che costituirono uno dei consigli operai più potenti della città.

Il 6 novembre viene pubblicato un altro articolo firmato da Togliatti, “Difendere la libertà e la pace”. Il segretario, emblematicamente, scrive che “Data la divisione dell’Europa in due blocchi, una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta”.

Eppure il fronte comunista, nonostante l’esasperato tentativo di farlo apparire granitico, era tutt’altro che un monolite. L’esempio più eclatante del dissenso interno nei confronti della linea imposta da Togliatti e dalla dirigenza del Pci fu il Manifesto dei 101, ovvero una lettera aperta inviata al Comitato centrale del partito da parte di intellettuali, scrittori, storici e docenti iscritti o simpatizzanti del Pci. La lettera esprimeva solidarietà nei confronti della rivoluzione ungherese e chiedeva la ferma condanna da parte del partito all’invasione sovietica dello stato magiaro. Significativamente la lettera venne recapitata alla sede de l’Unità, che tuttavia si rifiutò di pubblicarla.

La redazione e la conseguente circolazione del Manifesto creò una profonda spaccatura interna al Pci, segnando l’inizio di un esodo o di una presa di distanza critica da parte di numerosi intellettuali nei confronti della linea di Mosca (un processo che portò, tra gli altri, anche all’abbandono del partito da parte di Italo Calvino).

Il Psi condanna con fermezza

Prima pagina de Avanti!, edizione del 25 ottobre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Avanti!, edizione del 25 ottobre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

La posizione socialista fu diametralmente opposta. L’Avanti!, organo del Psi, nei primi giorni mantenne un tono più neutro, evitando di ricorrere al termine “controrivoluzione” e attendendo maggiori informazioni circa lo sviluppo degli eventi. Il 27 ottobre pubblica il documento con cui la segreteria della Cgil, pur cercando di preservare l’unità del movimento operaio, deplorava gli avvenimenti e riconosceva la natura sociale e democratica delle rivendicazioni ungheresi. Giuseppe Di Vittorio, leader comunista del sindacato, aggiunse che le rivendicazioni conosciute attraverso Radio Budapest erano “di carattere sociale” e chiedevano “libertà e indipendenza”, facendo affiorare le contraddizioni e le differenti sensibilità insite all’interno del campo comunista.

L’Avanti!, edizione del 28 ottobre 1956, sulla rivoluzione ungherese
L’Avanti!, edizione del 28 ottobre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

Il giorno dopo Pietro Nenni, segretario del Psi, compie un parallelismo tra l’Ungheria e gli altri stati del blocco socialista, evidenziando problemi simili in paesi diversi. “Non basta denunciare gli errori dello stalinismo”, scrive, “occorre una profonda revisione del sistema”. E con specifico riferimento alla rivoluzione ungherese aggiunge:

In Ungheria la linea divisoria non passa tra partigiani e nemici del socialismo, ma ha trovato da una parte operai e studenti, i quali volevano sul serio la liberazione e la democratizzazione degli istituti politici e della vita pubblica, e dall’altro un vecchio gruppo dirigente comunista che ai suoi errori di direzione politica e ai suoi crimini ha aggiunto l’appello insensato alle truppe sovietiche

Inutile dirlo, la dirigenza del Pci non prende per niente bene l’articolo di Nenni. Il 29 ottobre le colonne dell’Unità accostano con propositi denigratori le tesi espresse dal Psi alla socialdemocrazia, definendo “grave” l’articolo del segretario pubblicato sull’Avanti!. La controrisposta di Nenni non si fa attendere: “Si fa presto a risolvere i problemi politici con delle etichette”, scrive il 30 ottobre toccando un nervo scoperto, “In verità la nostra tesi è anche quella della Cgil del compagno Di Vittorio e di tanti e tanti compagni comunisti”.

A fare da spartiacque per il Psi fu soprattutto il lavoro del giornalista Luigi Fossati, inviato dell’Avanti! a Budapest. Le sue corrispondenze raccontarono direttamente la rivolta e contraddissero la rappresentazione tanto semplicistica quanto fuorviante di una sollevazione reazionaria. Il giornale socialista pubblicò il reportage senza ricalcare la lettura manichea del Pci, contribuendo a spostare una parte consistente del gruppo dirigente socialista verso una condanna dell’intervento sovietico.

Prima pagina de Avanti!, edizione del 05 novembre 1956
L’Avanti!, edizione del 05 novembre 1956 (Rai Cultura. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)

A seguito della seconda e definitiva invasione sovietica, l’Avanti! esce con un’edizione straordinaria del lunedì che non lascia margine di interpretazione. In prima pagina si legge a caratteri cubitali “Tutta l’Ungheria occupata militarmente dall’Unione Sovietica”. L’articolo recita:

L’Unione Sovietica ha affossato in una settimana di tragici errori e di violazione dei principi democratici che predica al mondo l’immenso prestigio che si era guadagnata lottando strenuamente contro il fascismo e il nazismo 

Lo stesso giorno Pietro Nenni prese pubblicamente posizione contro l’intervento, sostenendo che “gli ungheresi chiedono democrazia e libertà” e che la repressione militare non avrebbe cancellato le ragioni profonde della rivolta.

La rivoluzione ungherese manda in frantumi l’unità d’azione tra Pci e Psi

La rivoluzione ungherese fu così destinata a lacerare per sempre i rapporti tra i due maggiori partiti operai d’Italia, creando un divario che non sarà mai più colmato. Per il Pci a prevalere fu la difesa cieca e incondizionata del blocco socialista e della rivoluzione d’ottobre, ignorando le legittime richieste di rinnovamento da parte del popolo magiaro. Un simile errore non si ripeterà, a distanza di dieci anni, nel corso della primavera di Praga, quando il Pci condannò fermamente l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Per il Psi, invece, la repressione della rivoluzione ungherese metteva in discussione proprio quei principi di libertà, autonomia e democrazia ai quali il movimento socialista dichiarava di ispirarsi, sancendo il definitivo allontanamento del partito di Nenni dal modello sovietico.

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Nicola Zordan
Nicola Zordan

Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.