Sulle orme di Terzani: l’Asia centrale trent’anni dopo la fine dell’Urss

* di Giovanni Verga

Quando visitò l’Asia centrale all’indomani della caduta del Muro, Tiziano Terzani ne ebbe impressioni contrastanti. Sapeva poco di quei paesi, che percorse in quel cruciale 1991 per vederne le trasformazioni e che raccontò in un celebre libro reportage, Buonanotte Signor Lenin (Longanesi & Co., 1992).

Prima tappa: Kazakhstan

Passando dalla Siberia arrivò ad Alma Ata, come si chiamava la capitale del Kazakhstan allora, pernottando al Kazakhstan Hotel nel cuore della città, massimo esempio della monumentalità socialista con i suoi 102 metri di altezza per 26 piani e che ancor oggi fa la sua figura. Adesso attrattiva turistica, gli sembrò “una sorta di grande piazza di paese, un mondo di continue piccole e grandi tresche riservato ai dirigenti del partito che da albergo esclusivo era già diventato punto di ritrovo internazionale per uomini d’affari”.

Piazza della Repubblica ad Almaty (Giovanni Verga)

Era il suo primo impatto con la colonizzazione russa, tuttora evidentissima con una semplice visita ai principali edifici: il grandioso palazzo della Repubblica, a quel tempo Palazzo Lenin, il palazzo della Gioventù, il Circo di Stato, il Teatro dell’Opera di fronte all’Hotel Almaty con la facciata decorata da affreschi da realismo socialista, ma più di tutti la Piazza della Repubblica, allora Piazza Nuova e prima ancora Piazza Brežnev, concepita per le grandi parate come in tutte le capitali dell’Urss.

Almaty gli sembrò comunque bella, come lo è oggi con tutti i suoi parchi e i suoi boulevard:

In nessun modo qui mi sento assalito dallo squallore delle altre città sovietiche e l’impressione è davvero di essere in un altro paese.

Un potere che non passa

Ma ancora non c’era in quella grandiosa piazza una fila di alti blocchi di granito bianchi e neri, il Memoriale Tagzym, in ricordo del “Gennaio di sangue” del 2022, quando il malcontento popolare è degenerato in una massiccia sommossa repressa nel sangue. Sono rimasti sul terreno 150 morti. È stata la più sanguinosa delle rivolte che hanno infiammato la transizione postsovietica, gestita senza interruzione dall’uomo forte Nursultan Nazarbayev fino a pochi anni fa, poco prima che morisse. Era lo stesso che governava in quell’anno cruciale. Quella rivolta era l’esasperazione contro quella nomenclatura inamovibile.

 Il Tagzym Memorial in ricordo del “Gennaio di sangue” del 2022 ad Almaty (Giovanni Verga)

Terzani si interrogava sul futuro di quei paesi, annotando che in parlamento erano rimasti al loro posto gli stessi deputati dopo il crollo dell’Urss.

Il settanta per cento sono eletti nelle liste comuniste. Il potere non è dunque passato di mano. Prima lo detenevano quelli che si dicevano comunisti. Ora non si chiamano più così, ma sono sempre loro.

E sarà lo stesso per altri trent’anni: anche dopo le dimissioni di Nazarbaev infatti, poco è cambiato. Il potere e le ricchezze sono passate di mano ad un altro presidente legato di fatto alla sua famiglia e tuttora in carica, nonostante qualche riforma e qualche piccola apertura.

Un paese laico…

Tra tutti gli “stan”, questo è di certo il più laico e il meno islamizzato, tant’è che è l’unica delle repubbliche centroasiatiche la cui Costituzione non attribuisce uno status speciale all’Islam.

“La religione non ha alcun ruolo nella formazione dell’identità nazionale. I kazaki non hanno alcun senso del divino e sono musulmani solo per modo di dire”, scriveva ancora Terzani, “ma non fu cancellata durante il settantennio sovietico perché Mosca vedeva la religione come un modo di controllare queste genti e mandò qui dei mullah a occuparsi di loro”.

Mosca, in effetti, incoraggiò abilmente una forma controllata di Islam come elemento unificatore in Asia centrale, tollerando ampiamente il culto nelle case private. Ma in effetti, girando per Almaty, è difficile trovare donne velate, anche se nei villaggi è più diffuso, e nessuna con hijab.

E solo dopo la comparsa del terrorismo internazionale è stata costruita proprio qui la più grande moschea dell’Asia centrale, in pieno centro, pegno della lobby dinastica al potere ai moderati per disinnescare la mina jihadista, che in effetti non prese mai piede, diversamente dai vicini Tagikistan e anche Uzbekistan. La laicità è una caratteristica dei kazaki.

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…e multietnico

Ma oggi come allora è la visita all’imponente Museo Centrale di Stato a svelare di più le specificità del paese. Soprattutto su quel piano dove, in rigoroso ordine cronologico, sono esposti oggetti e manufatti dei diversi popoli ed etnie che hanno abitato questa terra. Difficile trovare qualcosa di simile altrove. In senso orario si trovano gli stand russo, ucraino, tedesco, polacco, uiguro, dungano, turco, ceceno, coreano e altri.

Quel padiglione ci dice che l’inospitale Kazakhstan delle steppe è oggi il risultato dell’incrocio di una moltitudine di genti che in misura più o meno larga ne hanno delineato i connotati nei secoli. Terzani lo definì “interessantissimo, con le sue foto di zar e generali russi, di condottieri kazaki, di tappeti e ceramiche. La storia, raccontata per aneddoti e tableaux vivants, è convincente, rassicurante. Il messaggio di questo museo è che il Kazakhstan, terra antichissima, è stata civilizzata dai russi”.

Difficile pensare che quel settore ci fosse negli anni della russificazione, che derubricò il paese a “pattumiera” dell’Urss.

Ora il messaggio è cambiato. Il messaggio è che questi popoli danno il loro contributo ad una nazione multietnica, tanto da sopravanzare numericamente la popolazione locale: polacchi e turchi finirono qui a decine di migliaia prima della Seconda guerra mondiale; lo stesso fu per un milione di tedeschi che vivevano nelle regioni del Volga, per le popolazioni coreane della Russia asiatica e per i cinesi uiguri. Quanto ai ceceni, si sa, furono deportati in massa qui nel 1944.

Il Kirghizistan

Nel suo viaggio, Terzani proseguì quindi verso il Kirgizistan e raggiunse in taxi la capitale Biškek, praticamente a un tiro di schioppo considerate le distanze di quel paese. Percorrendo quei 237 chilometri riferì di vedere “alla sinistra le vette del Tien Shan, le Montagne del Cielo e a destra, a perdita d’occhio, la pianura ondulata che un tempo era abitata dai nomadi e ora viene lavorata dai kolchoz. Per chilometri e chilometri non s’è vista un’auto”.

La frontiera tra Kazakhstan e Kirghizistan (Giovanni Verga)

Alla frontiera, divisa dal fiume Čuj:

un cartello all’inizio del ponte avverte che ‘Qui finisce il Kazakhstan’ e, all’altra estremità, che ‘Questa è la Kirghisia’. Non ci sono guardie, non ci sono controlli, neppure un semplice posto di polizia.

Ora invece la Kirghisia si chiama Kirghizistan e alla frontiera i controlli ci sono, come pure le auto; solo il paesaggio mirabile delle montagne e della steppa infinita è lo stesso. Di primo acchito Terzani restò colpito dal fatto che a Biškek ogni piazza, ogni edificio pubblico “è adornato da statue di Lenin in bronzo, falci e martelli, stelle, slogan dalle lettere di ferro. La piazza principale, oceanica, è ovviamente dominata da una gigantesca statua di Lenin”.

Fedeli alla linea

Quella fedeltà al passato sovietico sembra un tratto rimasto anche oggi. Quella statua c’è ancora, anche se è stata spostata in una posizione più appartata, insieme ad altre statue nostalgiche come quella poco più in là della coppia Marx-Engels.

Ora al posto del padre della rivoluzione bolscevica, in Ala-Too Square c’è una statua a cavallo di Manas, l’eroe dell’omonimo poema epico considerato il fondatore della patria e artefice dell’identità nazionale.

Urmat, il giovane kirghiso che mi accompagna, ammette che non si era mai soffermato con attenzione sulla serie di pannelli che in un angolo di uno dei tanti parchi urbani raffigura eroi kirghisi della Seconda guerra mondiale che hanno onorato o sono caduti servendo l’esercito sovietico. È un omaggio alla madrepatria pre-1991 che si trova ovunque in questa terra, tra monumenti e lapidi, una memoria ancora vivissima e prova di una fedeltà che non si discute.

Statua di Marx ed Engels a Biškek (Giovanni Verga)

Fedeltà che gli ribadì il presidente della Repubblica in persona da lui intervistato, anch’egli ex dirigente del Partito Comunista, “popolarissimo quanto Nazarbayev lo è in Kazakhstan”. “I prossimi dieci anni saranno difficilissimi e io dovrò battermi contro i vari estremismi”, gli disse Askar Akayev. “Il pericolo è che sono circondato da tanta gente che ha appena voltato gabbana”.

In effetti riuscì a tenere la barra per quindici anni, ma dovette cedere alla Rivoluzione dei tulipani, trovando asilo a Mosca. In un primo tempo Akayev era davvero orientato verso la democrazia, ma poi non resistette alla tentazione del nepotismo e gestì il governo come una cosa di famiglia: sua moglie si occupava di tutte le questioni relative ai quadri dirigenti e la figlia fece carriera in parlamento grazie a elezioni truccate. I pacifici kirghisi dovettero mobilitarsi con una rivoluzione per cacciarlo. Ma il suo successore non fu meglio, tanto che si arrivò alle gravissime sommosse del 2010 per arrivare a un cambio di rotta. Quello non fu l’ultimo conflitto etnico.

Il conflitto tra uzbeki e kirghisi

Dice Terzani: “I rapporti tra kirghizi e uzbeki sono pessimi. La minoranza kirghisa che vive in Uzbekistan si sente perseguitata e ci sono stati vari scontri tra le comunità e a Oš, cinquecento chilometri a sud di Biškek, l’anno scorso nel giro di tre notti trecento uzbeki sono stati bastonati e sgozzati da bande di kirghisi”.

Sarà il preludio del vero e proprio pogrom del 2010. Un litigio in un casinò tra giovani uzbeki e kirghisi accese la miccia. Entrambi i gruppi chiamarono rinforzi tra amici e conoscenti, i combattimenti proseguirono tutta la notte. Folle di kirghisi provenienti dalle campagne affluirono a Oš e in altre città per unirsi agli abitanti locali, sia kirghisi che uzbeki, e attaccarono i quartieri rivali. Ci furono omicidi, saccheggi e incendi di abitazioni e attività commerciali. Nuove sommosse ci saranno ancora dieci anni dopo.

Ma si sa che al fondo di tutte le rivolte ci sono sempre problemi economici, che si vedono tuttora benissimo nelle infrastrutture carenti, le strade buie, i servizi poco efficienti. Urmat dice di avere fratelli emigrati in Canada e in Italia, che tanti kirghisi vanno in Russia e che la maggior parte degli expat non ritorna e preferisce rimanere all’estero. All’inverso, parecchi giovani russi in questi anni stanno facendo il percorso opposto per evitare di finire arruolati in guerra in Europa. Terzani all’epoca parlava di disoccupazione ed emigrazione, dovuta soprattutto alla popolazione in crescita con una media di cinque figli a famiglia. Oggi le cause sono altre, ma sono ancora in tanti ad andarsene senza alcuna voglia di tornare.


* Giornalista, autore di reportage in Afghanistan e in Medio Oriente, in Palestina e in Siria. È tra i vincitori del Premio giornalistico “Guido Vergani. Cronista dell’anno” (2005), del Premio “Giornalisti del Mediterraneo” (2012) e del premio giornalistico internazionale “Cristiana Matano. Lampedus’amore” (2020). È autore dei libri Vivere in Palestina tra tablet, Muri, Bibbia e Corano (Infinito, 2014), In viaggio con la Jihad. Afghanistan, Siria, un reportage di frontiera (Alpine Studio, 2016) e L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha (Prospero editore, 2016)

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Redazione
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