Imre Nagy: un nome (forse) ancora tabù

István Rév, storico, ex-professore della Central European University e direttore degli archivi della Open Society Vera e Donald Blinken è fra gli studiosi che più hanno saputo indagare i molteplici, e talvolta controversi, rapporti che l’Ungheria – intesa come popolazione civile e susseguirsi di regimi politici – ha intrattenuto col proprio passato e con la propria memoria, fra omissioni, revisionismo e costruzioni non sempre pacifiche di pantheon simbolici. Il suo Giustizia Retroattiva. Preistoria del postcomunismo (Feltrinelli, 2007), in cui si racconta fra le altre cose del rapporto al limite della nevrosi “psico-politica” fra il regime kádáriano e la figura del leader della rivolta del 1956 Imre Nagy, rimane un testo fondamentale in questo senso. Lo abbiamo intervistato.

Durante il regime di János Kádár non solo le vicende che hanno condotto alla condanna a morte di Imre Nagy sono diventate tabù, ma pare che il nome stesso di Nagy non venisse mai pronunciato da Kádár e dal resto della nomenklatura comunista.

La stessa rivoluzione del 1956 rappresentava un tabù per il regime che si era installato successivamente. Dopo che l’esercito sovietico ebbe represso la rivolta, il governo di Kádár cercò di presentare quegli eventi come una contro-rivoluzione attribuendola a più cause. Per esempio, si fece appello agli errori commessi dal regime pre-1956, caratterizzato dal culto della personalità e da eccessi stalinisti. Errori che, nella versione ufficiale, avrebbero favorito la nascita di una fazione “contro-rivoluzionaria” interna al partito guidata da Imre Nagy e dai suoi seguaci.

Altre ragioni venivano addotte, soprattutto l’influenza della propaganda occidentale (attraverso Radio Free Europe) che avrebbe spinto le persone a sollevarsi contro la dirigenza comunista dell’epoca. In più, ci sarebbero state forze e personalità legate alle élite di prima della Seconda Guerra Mondiale che avrebbero incitato alla rivolta sia dall’estero che facendo ritorno in Ungheria. Per Kádár, in questo contesto, il nome di Nagy era tabù per più ragioni.

Quali erano?

Innanzitutto, Kádár stesso era un membro del governo guidato da Nagy che era stato istituito si richiesta dei rivoluzionari. Ma verso la fine della rivolta si recò segretamente dai sovietici in Russia e iniziò a negoziare con loro. I sovietici decisero che Kádár poteva essere il nuovo volto del potere in Ungheria una volta che la rivolta fosse stata sedata. Quindi c’è un primo episodio di tradimento.

Successivamente, quando il 4 novembre le truppe guidate da Mosca tornarono in Ungheria “per ripristinare l’ordine” (dopo essere già intervenute a fine ottobre), Imre Nagy e i suoi si rifugiarono presso l’ambasciata jugoslava di Budapest e fecero richiesta di asilo politico. In quell’occasione, Kádár promise loro che avrebbero potuto lasciare la sede istituzionale in sicurezza e recarsi nelle proprie abitazioni, ma appena usciti furono sequestrati. Ecco dunque il secondo tradimento.

Nagy e gli altri vennero condotti in Romania, dove restarono agli arresti domiciliari per lungo tempo. Seguì un processo che si concluse con l’esecuzione di Nagy e di due suoi collaboratori, oltre che con numerose condanne all’ergastolo.

Eppure, il regime non esibì mai pubblicamente quel verdetto come prova della propria legittimità.

Il regime di Kádár aveva intenzione di produrre un film documentario di propaganda riguardante il processo, che infatti fu ripreso integralmente con ottanta ore di girato. Il problema fu che non c’era modo di montarlo in modo che Imre Nagy apparisse sotto una luce negativa. Perciò non se ne fece nulla e molte copie del girato vennero distrutte. Ne sopravvissero solo due e le abbiamo acquisite presso il Blinken Open Society Archives di Budapest.

Questi trascorsi spiegano perché il nome di Imre Nagy sia rimasto un tabù lungo tutta l’era kádáriana. Solo alla fine, – quando non era già più in pieno possesso delle proprie facoltà mentali – in un discorso davanti al Consiglio Supremo, una farneticazione molto lunga e per certi versi incomprensibile, Kádár si lasciò sfuggire il nome di Nagy anche se era evidente che stava lottando con tutto sé stesso per non farlo.

Di fatto quelle furono le sue ultime parole ufficiali. Poi, come in una tragedia greca, nel 1989 il processo di riabilitazione di Imre Nagy venne trasmesso dalla televisione ungherese e in quelle immagini si vede che fra la folla, a un certo punto, passa di mano in mano un biglietto: era la notizia del decesso di Kádár. Insomma, il leader che aveva “seppellito politicamente” il tentativo del 1956 è morto proprio mentre il leader del 1956 veniva riabilitato giuridicamente – come a chiudere il cerchio simbolico di rivoluzione e contro-rivoluzione.

Quale potrebbe essere, dal Suo punto di vista, una corretta valutazione storica della figura di Imre Nagy? Fu certamente un leader e un simbolo della corrente riformista del comunismo, ma allo stesso tempo non si spinse oltre certi limiti.

Visse in tempi difficili ed ebbe un percorso biografico complesso. Fu un comunista della prima ora e, costretto all’esilio in Unione Sovietica, divenne un esperto nelle politiche agricole. Negli anni Venti e Trenta molti comunisti in esilio a Mosca finirono in prigione oppure addirittura giustiziati. Da quello che sappiamo, Nagy riuscì a evitare questo destino diventando informatore della polizia sovietica a scapito di altri ungheresi, anche se sembra che cercò di danneggiare il meno possibile i compagni.

Una volta rientrato in patria, da un lato si fece carico della ridistribuzione della terra dei latifondisti, che da secoli era il grande sogno dei contadini ungheresi. Dall’altro, dal momento che era ministro dell’agricoltura di un governo comunista, fu anche colui che promosse la collettivizzazione forzata, costringendo i contadini ad abbandonare la proprietà privata. Ribadisco, era una situazione molto complicata e il suo ruolo si può interpretare sia in chiave negativa che estremamente positiva. Ma in ogni caso sappiamo che era a favore delle riforme economiche.

Divenne primo ministro nel 1954. Il suo governo voleva allentare le politiche industrializzazione forzata a favore di nuovi investimenti e utilizzare i fondi per aumentare la circolazione di beni di consumo tra la popolazione. Dovette però fare i conti col segretario del partito, Matyás Rákosi, di incrollabile fede stalinista. Il conflitto tra i due costrinse Nagy ad abbandonare la politica e perfino il partito comunista. Da un certo punto di vista è qui che sorgono i presupposti per il 1956, dal momento che altri dirigenti favorevoli a una via riformista si stringono attorno a lui. Potremmo dire, in modo un po’ anacronistico, che fu un sostenitore della costruzione di un “socialismo dal volto umano” (formula resa celebre da Dubček in Cecoslovacchia) Tuttavia, quando la rivoluzione scoppiò, Nagy non si fece trovare pronto ad assumerne la leadership.

In che senso?

Fu spinto dagli eventi, senza avere un’idea chiara della direzione che avrebbe potuto e dovuto prendere la rivolta. La rivoluzione era composta da gruppi molto diversi fra loro per richieste e ideologia. Nagy alla fine fu comunque capace di muoversi tra gli eventi.

Tentò di spingere verso un regime politico più egualitario, democratico e meno basato sullo sfruttamento, ma è difficile dire come sarebbero andate le cose se i ribelli avessero vinto. La rivoluzione durò appena 12 giorni e fu repressa senza che le sue diverse anime potessero trovare un accordo sul percorso da intraprendere e sulla direzione verso cui andare.

Si è trattato chiaramente di una sollevazione contro il dominio sovietico e le misure di stampo stalinista, ma, al tempo stesso, erano anche presenti elementi di autogoverno della classe lavoratrice. I comitati dei lavoratori presero il controllo delle fabbriche in diverse zone del Paese. In generale c’era anche un clima di fiducia, forse un po’ ingenua, rispetto all’atteggiamento delle grandi potenze e alla possibilità di cambiare gli assetti definiti dagli Accordi di Jalta.

Negli ultimi giorni della rivolta, quando le truppe sovietiche stavano per rientrare nel paese, Nagy andò in radio per dire alla popolazione che non avrebbe mai lasciato il potere alla contro-rivoluzione. Non abdicò mai e sul piano simbolico è come se non ci fosse mai stato un passaggio di potere pienamente legittimo. Questo è un altro motivo per cui la sua figura divenne un tabù durante l’era di Kádár.

Tanto che poi la riesumazione del corpo di Nagy dalla fossa comune dove era stato sepolto e il funerale di Stato diventa l’evento che segna la fine del regime di Kádár e del comunismo in Ungheria.

Quando la sua salma venne seppellita nuovamente nel 1989 si diffuse fra storici e dissidenti l’illusione che fosse finalmente giunto il momento di parlare apertamente della rivoluzione, di quanto era successo nel 1956 e di quanto il regime di Kádár si fosse retto su questa omissione. Ma poi ci fu la cerimonia durante la quale presero la parola diversi personaggi: c’era l’ex-capo dell’armata rivoluzionaria, alcuni prigionieri politici del dopo-1956, persone molto vicine a Nagy, Viktor Orbán in qualità di rappresentante della Gioventù Ungherese…

E fu molto chiaro che per ognuno di loro quell’evento assumeva significati molto diversi. Il paradosso fu che, proprio nel momento in cui sembrava che fosse possibile discutere apertamente della rivoluzione del 1956 questa possibilità scomparve, frammentata in interpretazioni differenti e talvolta inconciliabili.

Cosa successe, quindi?

Dopo il 1989 l’ex Partito comunista, riorganizzatosi nel Partito socialdemocratico, tentò di integrare la figura di Nagy nel proprio pantheon, promuovendo un’interpretazione del 1956 come una rivoluzione riformista contro lo stalinismo del periodo di Rákosi. L’ala conservatrice, dal canto suo, del ‘56 enfatizzava i caratteri di lotta per l’autonomia, l’indipendenza e la sovranità contro il potere sovietico.

Il regime di Orbán ha poi provato a proporre versioni diverse: una che poneva l’accento sulla sovranità e la libertà nazionali; un’altra che metteva al centro il ruolo dei giovani che, secondo lui, avrebbero voluto ripristinare il governo precedente al 1944 e dunque ritornare all’ordine politico precedente alla Seconda Guerra Mondiale.

Senza contare gli scontri in piazza per il cinquantesimo anniversario del ‘56, e l’apertura della “Casa del Terrore” nel 2002 – una specie di museo che tenta di dimostrare come non ci sia stata differenza tra il fascismo e il comunismo e, anzi, che i crimini dei comunisti furono di più e peggiori. Al momento, dunque, non abbiamo una storia condivisa della rivoluzione e sarà interessante vedere cosa succederà in occasione del settantesimo anniversario e se gli storici e il nuovo governo tenteranno di proporre ancora una nuova interpretazione.

In generale, come valuta il rapporto dell’Ungheria nei confronti del proprio passato? È interessante notare come gli eventi del 1956 siano ancora oggetto di discussioni, e non abbiano alcun museo a loro dedicato, mentre già è nato un archivio digitale che racconta la vita durante il regime di Orbán.

Il rapporto dell’Ungheria con la propria memoria nazionale è regolato da un meccanismo strano. Come molti dei regimi autoritari, il governo di Orbán ha cercato di riscrivere la storia, non solo quella recente ma anche quella medievale, per dare all’Ungheria un nuovo passato che consentisse di spiegare il presente, visto solo come la naturale conseguenza di ciò che era venuto prima.

All’interno di questa concezione della storia è stato difficile per il governo fare i conti col 1956 e con l’esistenza di comunisti che erano a favore delle riforme. Dal momento che il regime di Orbán era così ossessionato dalla storia e dalla sua riscrittura oggi in molti pensano che sia importante capire a fondo che cosa è successo negli ultimi sedici anni. Se vogliamo capire meglio noi stessi dobbiamo capire come il regime ha cercato di manipolare la storia.

Per quanto riguarda l’idea di un museo del ‘56, quando il nuovo governo ha annunciato che verrà costruito l’ennesimo monumento commemorativo subito sono arrivate proposte alternative: un museo, per l’appunto, oppure esporre per il settantesimo la bandiera della rivoluzione (il tricolore ungherese con un buco al centro, dal quale era stato tagliato via lo stemma stalinista, ndr) o addirittura sostituire con la bandiera bucata quella attuale, che ha al centro uno scudo sormontato dalla corona di Santo Stefano e scegliere quindi la nostra eredità rivoluzionaria invece che quella monarchica.

Questo è il punto in cui ci troviamo ora, e sarà interessante vedere se nei prossimi mesi potrà nascere o meno una nuova storia della rivoluzione.

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Elena Esposto
Elena Esposto

PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.