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Lago d’Aral: cartoline dallo sfascio

Questo estratto del libro di Tino Mantarro, Nostalgistan (Ediciclo editore) ci porta in Asia centrale sulle sponde di quello che un tempo fu il Lago d’Aral. Oggi del bacino d’acqua non resta praticamente più niente.

«Why?» chiede sorpreso Ansar, intraprendente quanto provvidenziale ragazzo karakalpaco. Vedendoci vagare per il bazar di Kungrad ci ha fermati chiedendoci se ci servisse, sai mai, una mano. Sembrano tutti gentili, in Uzbekistan. In mattinata il manipolo di doganieri kazaki e uzbeki, che tra di loro si chiamano ancora tavarish – compagno – ha sbrigato le pratiche doganali in poco tempo: un’ora e quarantacinque e «Good luck. Welcome to Uzbekistan». E senza chiedere mance.

Nostalgistan Aral Tino Mantarro

Ansar studia marketing all’università di Samarcanda, ma è a casa per le vacanze estive. Parla un inglese comprensibile e ha voglia di praticarlo, che occasioni qui non devono essercene molte. Ci aiuta a cambiare i soldi in nero da un suo amico, rintanato dentro un bugigattolo che vende telefonini al limite del bazar. In questa parte dell’Uzbekistan non esistono bancomat e se anche esistessero non accetterebbero le carte occidentali. Bisognerebbe ricorrere al cambio ufficiale, così scrivono le guide. Il cambio ufficiale è di 1 euro per 2300 sum, mentre al mercato nero trattando te ne danno anche 3300. Ansar si preoccupa anche di trovare un distributore fuori città dove comprare benzina sottobanco, perché in Uzbekistan scarseggia e se vai per le vie ufficiali puoi aspettare giorni che arrivi la prossima cisterna.

Seduti a un ristorante dove assaggiamo i migliori shaslikh fin qui provati, Ansar si interessa al viaggio. È sorpreso della mia voglia di vedere l’Aral. «Why? Moynaq is just regression, progress is here» dice, vantando i successi della sua piccola repubblica, il Karakalpakstan, entità con qualche grado di autonomia che si trova all’estremo occidente del grande Uzbekistan. E come glielo spiego a un ragazzo uzbeko che desidera solo andar via che sono attratto dalle cose ultime, che sono sensibile all’estetica dello sfascio, che trovo poetico l’abbandono e nel vederlo mi immagino quel che era e che non è? E Moynaq, il lago d’Aral, di tutto questo abbandono è un manifesto. Potrebbe vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi del paesaggio. Categoria: cartoline dallo sfascio.

C’è un unico albergo a Moynaq. Non ha acqua corrente, le finestre sono bucate, il letto cigola, la sola luce della stanza è una lampadina che penzola sulla parete slavata. Il bagno è uno per tutti: clienti e padroni. A colazione possono offrirti un tè, pane e biscotti stantii, ma solo se insisti. E lo fanno con tristezza, quasi gli portassi via qualcosa senza voler pagare. Non ha neanche un’insegna questo albergo. Chiedi in paese e te lo indicano: «Di là, sulla destra». Nessuno arriva a Moynaq per starci: a che serve restare? Non c’è neanche un posto dove mangiare. Qui si viene per dare un’occhiata alla dozzina di navi arrugginite arenate nella sabbia: qualcuno con occhio lungimirante per la cartolina a effetto deve averle raccolte e messe lì a bella posta. Incisi i soliti messaggi d’amore di ragazzi annoiati che li hanno scritti sulla ruggine, di una si legge ancora il nome: Estonia.

nave abbandonata lago aral mantarro

Dal balcone che si affaccia come un belvedere sul nulla si contempla il solitario monumento di cemento che porta scolpiti i contorni del fu lago d’Aral – 450 chilometri per 230, settantamila chilometri quadrati, una profondità massima di cinquantaquattro, cinquantacinque metri – e si va via. E di certo vorrebbero andar via anche gli abitanti di questa cittadina che un tempo aveva quasi quarantamila residenti, era un porto florido – il più grande della sponda Sud –, attirava tanti turisti in estate e poteva vantare una grande marineria con oltre duecento pescherecci che davano da lavorare a un paio di industrie di trasformazione del pesce. I vacanzieri russi l’Aral lo chiamavano “il mare azzurro azzurro”, perché le sue acque salate erano limpide come il vetro e ci potevi vedere attraverso per decine di metri.

Le persone che incontri per strada sembrano arenate come quelle navi: chi ha potuto se ne è andato anni fa. Chi non ha potuto è rimasto in questo avamposto della decomposizione. Sembra un monumento contemporaneo, un’installazione vivente che celebra il disastro tecnico prima che politico dell’Unione sovietica. Lungo la via principale donne con il capo coperto, più per difendersi dal sole che per ossequio ai dettami della religione, spazzano sabbia e polvere, come se spazzando qualcosa potesse cambiare. Ma forse, invece, è per far ordine in tutto questo disordine. Gli uomini stanno a guardare chi passa, ma chi dovrebbe passare per una strada che non porta da nessuna parte? E intanto i bambini rincorrono cani e gatti tra le case di questa città fantasma.

Di tutte le sfumature della tristezza, quella che si respira a Moynaq si direbbe la più intensa.

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.

Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una città rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci ci mandò gli ingegneri russi». Quegli ingegneri educati a Mosca che assecondarono Krusciov quando – era la fine degli anni Cinquanta – decise che nelle vaste distese pietrose del deserto del Kyzylkum sarebbe cresciuto cotone. Un vero miracolo dell’URSS . Ma non si trattava di qualche campo di cotone: in linea con la magniloquente politica del Cremlino, queste dovevano diventare le più grandi ed estese piantagioni di cotone del pianeta. Al punto che ancora qualche anno fa l’Uzbekistan era il secondo produttore al mondo di cotone dopo gli Stati Uniti, e oggi è comunque tra i primi cinque. Il piano era semplice: sottrarre l’acqua ai due grandi fiumi che sfociano nel lago d’Aral, Amur Darya – il mitico Oxus – da sud e il Sir Darya da nord. Corsi d’acqua immensi, con letti che in alcuni punti misurano chilometri in ampiezza, alimentati dai torrenti degli altipiani del Pamir e dell’Hindustan. Per farlo progettarono di costruire una gigantesca rete di canali scoperti che permettessero l’irrigazione di ettari e ettari di deserto piantato a cotone. C’era, c’è ancora, un canale artificiale lungo 1300 chilometri: doveva portare l’acqua in Turkmenistan. Lungo il percorso perdeva l’80% della sua portata, evaporava: in Turkmenistan non arrivavano che poche gocce. Anche i canali più piccoli, le opere di presa, le dighe, tutto perdeva. I sistemi di irrigazione erano un gigantesco spreco che condannava l’Aral e la sua gente. Però gli ingegneri sovietici avevano previsto tutto: anche la relativa scomparsa del lago, nel cui fondo acquitrinoso, sostenevano, si sarebbe piantato riso. L’Aral, con il suo immenso bacino nel bel mezzo di una immensa zona desertica, era considerato dai burocrati sovietici uno spreco di risorse utili all’agricoltura. Quasi fosse un lago borghese che cospirava contro il sol dell’avvenire.

nave abbandonata aral tino mantarro

Così oggi al posto delle acque pescose dell’Aral è rimasto un deserto di sabbia, l’Aralkum, inquinato da quantitativi di pesticidi neanche misurabili per quanto sono elevati. L’Uzbekistan, che a parole, per bocca del suo defunto presidente Karimov, ha sempre detto di voler far tutto per fermare l’agonia del lago, continua senza sosta a pompare acqua dall’Amur Darya per irrigare le piantagioni di cotone che costituiscono il sostentamento principale della sua asfittica economia. Peccato però che la produttività di queste terre cali di anno in anno. Se prima si ottenevano 4,5 tonnellate per ettaro, oggi sono 2,5. Ma in tante zone non si arriva neanche a 1,5. Dalla terra spunta sale, che ammazza le coltivazioni e portato dal vento si sparge su ogni cosa. La sete porta morte, la morte si diffonde. Il conto è salato.

L’Aral oggi occupa circa il 10% della sua superficie anteriore. Si è diviso in due rami: l’Aral del Nord, in Kazakistan, che in qualche modo sopravvive grazie a una diga costruita anni fa e alle acque sotterranee che affiorano e mantengono il volume, e l’Aral del Sud, in Uzbekistan, oramai inesistente. E dire che quando da Khiva ci si dirige verso Moynaq lo si incontra diverse volte, l’Amur Darya. A qualche centinaio di chilometri dalla sua vecchia foce è ancora un fiume largo e imponente, con acque limacciose e lente. Poi però si perde nel nulla, come se esaurisse la sua forza vitale. La stessa forza che manca alle piantine di cotone rinsecchite.

La scomparsa dell’Aral ha modificato il clima della zona, rendendo ancora più torride estati già torride, più rigidi i gelidi inverni. Come se non bastasse, il progressivo prosciugamento del bacino ha liberato una quantità immensa di sale che, portato dal vento, si è depositato sui terreni per chilometri e chilometri. Così il 15% delle terre del Karakalpakstan è diventato troppo salato per essere coltivato. Danno che si somma al danno. Per di più, l’incidenza dei tumori, delle malattie della pelle, degli occhi, dei problemi polmonari qui è la più alta dell’intera Asia centrale, colpa dei pesticidi utilizzati nelle coltivazioni di cotone. Prima finivano nel lago, adesso volano via. Tragedia che si somma a tragedia. 

Negli anni sono state anche proposte soluzioni fantasiose per invertire il destino segnato dell’Aral, tra cui deviare il corso di alcun fiume siberiani, o costruire canali che portino l’acqua dal mar Caspio. Erano anch’essi figli indiretti del delirio di Stalin di cambiare la geografia e il clima con progetti faraonici mai finiti, perché impossibili. Progetti, sogni, follie, almeno agli occhi di chi ogni giorno cammina sul lungolago di Moynaq scrutando un orizzonte liquido che non c’è. Qui di sogni e progetti avveniristici dovrebbero averne avuto abbastanza. Tra tutti quelli lasciati indietro dal crollo dell’Unione sovietica, gli abitanti di questa città in agonia sembrano essere tra quelli messi peggio. C’è un unico albergo a Moynaq, e a quest’ora avrà già chiuso.

Foto: Andrea Forlani

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