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Di recente è stato nominato il vincitore (anzi, la vincitrice) del premio Nobel per la letteratura, assegnato quest’anno alla poetessa Anne Carson. Lo scorso anno a esserne insignito era stato lo scrittore ungherese László Krasznahorkai “per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”. Prima di lui, tra gli autori ungheresi, l’Accademia svedese aveva premiato Imre Kertész nel 2002.
Eppure, la letteratura ungherese ha prodotto molti grandi nomi, che meritano di essere scoperti o riscoperti (come, ad esempio, Ferenc Molnár, l’autore di uno dei testi per ragazzi più letti di sempre, anche in Italia, I ragazzi della via Pál, 1906). Con queste nostre “recensioni volanti” ve ne consigliamo alcuni.
📚 Trilogia della città di K.di Ágota Kristóf, traduzione diA. Marchi, V. Ripa di Meana e G. Bogliolo,Einaudi, 1998
Ingiustamente ancora troppo poco nota in Italia, la penna della scrittrice ungherese Ágota Kristóf (1935-2011), naturalizzata svizzera e prestata alla lingua francese per la letteratura, ha regalato al mondo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta un capolavoro come questa Trilogia, composta da tre romanzi pubblicati separatamente: Il grande quaderno (1986), La prova (1988) e La terza menzogna (1991).
È una scrittura secca la sua, tagliente, corrosiva, che tiene incollati alla pagina e che va in crescendo dal primo al terzo tomo, così come probabilmente cresceva la dimestichezza dell’autrice con il francese, quella lingua seconda, imparata per necessità dopo la sofferta emigrazione a seguito dell’invasione sovietica del suo Paese nel 1956. Sullo sfondo della narrazione, vi è la guerra, al centro invece ci sono (o forse sembrano solo esserci, come si scoprirà leggendo) due gemelli in una relazione quasi magicamente simbiotica, tanto che il pronome narrante del primo romanzo è il “noi”.
Dai due gemelli finzionali di Kristóf passiamo ora a due gemelli reali, ma dalla biografia romanzesca: i Pressburger sono stati scrittori italiani di madrelingua ungherese (Nicola 1937-1986; Giorgio 1937-2017). Emigrarono anche loro, come Ágota Kristóf, a seguito dell’invasione sovietica di Budapest nel 1956, giungendo in Italia, dove si stabilirono. Il poliglotta Giorgio in particolare diventerà una figura centrale del panorama culturale italiano, stabilendosi infine a Trieste, il cui spirito mitteleuropeo gli ricordava evidentemente l’ambiente natale. Non è un caso che nel 1991 Giorgio Pressburger diede vita al festival Mittelfest a Cividale del Friuli, trasformandolo presto in un’importante vetrina della cultura europea (teatro, musica, cinema, danza).
Della vasta produzione di Giorgio Pressburger, vogliamo ricordare qui Storie del ghetto di Budapest: testi scritti a quattro mani con il fratello gemello Nicola e dedicati al vivere quotidiano della Budapest ebraica più semplice, povera, autentica, quella che aveva dato loro i natali.
📚 Settembre 1972di Imre Oravecz, traduzione di Vera Gheno, Edizioni Anfora, 2019
Poeta, scrittore, traduttore, Imre Oravecz (classe 1943) è tra le voci più rappresentative del panorama letterario ungherese contemporaneo. Tradotto in italiano dalla nota linguista Vera Gheno (oltre a Settembre 1972, L’uomo che pesca è uscito nel 2023 sempre per Edizioni Anfora e sempre nella traduzione di Gheno), Oravecz in Settembre 1972 presenta un’intensa storia d’amore rivissuta attraverso il prisma sofferto ma lucido di chi ne ha vissuto la fine, il tutto in 99 frammenti quasi cinematografici che compongono quello che è stato definito un romanzo in versi o un poema in prosa.
Universale e personale al tempo stesso, il libro divenne un best-seller già alla sua uscita nel 1988. Un capolavoro di equilibrio emotivo e poetico che tocca corde profonde nella lettura, quasi tramortendo nel rievocare esperienze note al lettore disarmato, senza cedere mai nel patetismo dell’amante disamato. Può ricordare i noti Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes (1977), ma le istantanee liriche di Oravecz sono calate in un’atmosfera di pura poesia e restituiscono pienezza emotiva al razionalizzante ragionamento.
📚 Il mese dei gemellidi Miklós Radnóti, traduzione di Andrea Rényi, Infinito, 2021
Prosa di un poeta, questo volume incarna il diario lirico di un autore morto tragicamente giovane, trentacinquenne, per mano nazista nel 1944. La riflessione di Radnóti si dipana per sequenze, spesso tra loro legate per immagini, rumori e associazioni, sul passato dell’io, sulle difficoltà di venire a patti con esso, sul senso di perdita.
In maniera quasi ossessiva, l’autore ritorna più volte sul concetto di menzogna, di illusione, di omissione, ragionando anche su quelle difficoltà di tradurre la poesia che lo scrittore conosceva bene nel suo lavoro di traduttore dal francese. Il volume include anche una selezione di componimenti poetici di Radnóti, presentandolo così a tutto tondo al lettore italiano.
📚 Abigaildi Magda Szabó, traduzione di Vera Gheno, Edizioni Anfora, 2022
Classico amatissimo della letteratura ungherese, Abigail di Magda Szabó è un romanzo di formazione ambientato nei mesi drammatici della Seconda guerra mondiale. Per sette mesi – durata temporale del racconto stesso – la quindicenne Gina, orfana di madre, vive nel severo collegio Matula, lontana dal padre e da tutto ciò che conosce.
Impetuosa, ribelle e ancora incapace di comprendere la complessità del mondo degli adulti, Gina si ritrova ad affrontare regole, segreti e pericoli, commettendo errori che la costringeranno a crescere. Szabó racconta la metamorfosi di un’adolescente ma anche una società attraversata dalla guerra e dalla resistenza.
Nell’ottobre 1956 Sándor Kopácsi era il questore di Budapest. Tornitore, nato nella città industriale di Miskolc e cresciuto nelle fila del movimento operaio Kopácsi non amava la leadership stalinista che governava l’Ungheria, ma era abituato a prendere ordini e a eseguirli.
Non così durante la rivoluzione. Fin dai primi momenti si rifiutò di usare la forza contro la folla di studenti e lavoratori. La sua collaborazione con il governo di Imre Nagy e la sua vicinanza ai rivoluzionari gli sarebbero costati un processo e una condanna a vita nel 1958.
Fu poi amnistiato e fuggì in esilio in Canada da dove scrisse le sue memorie della rivoluzione. In Abbiamoquaranta fucili, compagno colonnello racconta i giorni concitati della rivoluzione da un punto di osservazione peculiare: quella di un quadro dirigente confuso e preso alla sprovvista, dilaniato tra la fedeltà alla rigida disciplina comunista e il desiderio di riforme e la condivisione delle richieste dei rivoluzionari. Ma in quelle pagine c’è anche il coraggio di uomini e donne comuni che rischiarono la loro vita e la loro libertà nel tentativo di offrire un futuro migliore al proprio Paese.
Più che un saggio questo libro sembra un ottimo romanzo di spionaggio. Pur mantenendosi fedele alle fonti storiche, Victor Sebestyen sceglie il ritmo serrato delle storie di azione per raccontare la rivoluzione ungherese del 1956.
Ci sono i fatti, le date e i nomi, ma anche gli aneddoti che rendono i protagonisti di questa storia più umani. Ci sono i tradimenti, le illusioni, la rabbia, il coraggio, il dolore e la solitudine e l’indifferenza. In queste pagine i giorni dell’ottobre e del novembre ungherese del 1956 prendono vita sotto gli occhi di chi legge e, come spesso succede con i buoni libri, arrivati in fondo si ha l’impressione di aver vissuto quel pezzo di storia anche noi.
📚 Fiammedi György Dragomán, traduzione di Andrea Rényi, Einaudi, 2017
Quando Emma lascia l’orfanotrofio per andare a vivere con la nonna che non ha mai visto si trova catapultata in un mondo incomprensibile. Sarà vero, come dicono i suoi nuovi compagni di classe, che il nonno era una spia dei comunisti e che per colpa sua sono morte tante persone in città durante la rivoluzione? E i suoi genitori, deceduti in un incidente d’auto, sono anche loro spie o piuttosto dissidenti? E la nonna, che disegna simboli sulla farina prima di impastare lo strudel e che di tanto in tanto la costringe a tirare a lucido la casa per un misterioso ospite notturno, è proprio una strega o il suo segreto è ancora più oscuro?
Attraverso lo sguardo attento di una tredicenne, György Dragomán racconta il ritorno alla democrazia dopo il crollo del comunismo nella regione ungherese della Transilvania. Grattando via la patina nostalgica e dorata attraverso cui una certa parte di Occidente ancora guarda al periodo comunista nell’Est Europa, ci racconta la fine di un sistema che ha lasciato cicatrici visibili ancora oggi.
In questo romanzo tutto si mescola. Traditori ed eroi, libertà e oppressione, falso e vero, realtà e magia, memoria e mistificazione. Niente è come sembra. E arrivati alla fine, proprio come tanti di coloro che hanno vissuto oltre la cortina di ferro, ci troviamo, senza volerlo, a chiederci a chi dobbiamo credere. Di chi ci possiamo davvero fidare.
E infine, qualche consiglio dal nostro archivio:
Poeti ungheresi, traduzione di Noemi Nagy, Samuele editore, 2026
Piove a Moscadi Zsuzsa Selyem, traduzione di Andrea Rényi, Del Vecchio Editore, 2025
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