“Ho chiesto la storia precisa della sua vita. Scriva dell’organizzazione. Di politica. Non di animali”, intima l’addetto agli interrogatori della Securitate al prigioniero politico István Beczásy.
La stessa obiezione si potrebbe muovere a Zsuzsa Selyem, nipote di Beczásy, autrice di Piove a Mosca, il racconto scritto della storia del nonno, registrata su un dittafono anni prima. Un libro esile (tradotto dall’ungherese per Del Vecchio Editore da Andrea Rényi), che sfugge a facili definizioni.
Non è un romanzo, ma neanche una raccolta di racconti. Volendo osare si potrebbero scomodare parole come “sperimentale”, perfino “postmoderno”, ma il rischio di sconfinamento nel territorio dei critici letterari è troppo grande. Meglio starsene al di qua della staccionata, definendolo magari un racconto corale, nel quale ogni voce, per quanto bizzarra, ha un suo ruolo ben preciso.
Si potrebbe pensare che parlare della trama del libro possa essere più facile che trattare della sua struttura, ma anche in questo caso sarebbe un’illusione.
Piove a Mosca è la storia della famiglia Beczásy e del patriarca István, ma è anche la summa di tante altre storie e vite. Il protagonista ne vive diverse lui stesso. Proprietario terriero, poi lavoratore agricolo dei terreni dello Stato, poi prigioniero politico torturato nelle celle del regime, poi deportato e costretto a lavorare alla costruzione del canale che avrebbe unito il Danubio con il Mar Nero (un’impresa che è costata la vita a molti, tanto da guadagnarsi il soprannome di Canale della morte) e infine un vecchio seduto sulla veranda della casa che il comunismo gli aveva tolto anni prima e poi restituito. E ancora: ungherese, transilvano di origini armene, diventato romeno dopo la beffa di Trianon.
Dietro la storia del singolo c’è quella della famiglia, e quella di una nazione. Una storia che, come scrive Andrea Rényi, è una storia magiara, senza necessariamente essere ungherese, se con il primo termine intendiamo il popolo e con il secondo l’unità politico territoriale.
Insomma, Piove a Mosca, nelle sue 115 pagine dallo stile asciutto e senza fronzoli, ma dalla scrittura chirurgico, è un’opera piacevolmente insolita, di quelle che non si trovano tutti i giorni sugli scaffali delle librerie.
Non un romanzo, si diceva, per lo meno non nel senso classico del termine. Ma neanche una raccolta di novelle. Piuttosto, un racconto a puntate, dove ogni segmento è affidato a un narratore diverso. Undici capitoli. Undici narratori. Di questi, solo quattro umani.
Perché per raccontare una storia dolorosa (e quella di Piove a Mosca di certo lo è) si possono trovare molte strade. C’è quella della (auto)commiserazione, c’è quella del pathos e dell’immedesimazione. C’è anche il voyeurismo, perché no. E poi ci sono la negazione, il tono distaccato, l’umorismo.
Selyem sceglie l’umorismo, ma lo fa con originalità estrema, affidando la narrazione alle voci più impensabili. I vari frammenti della storia ci vengono raccontati da un merlo, da una tsuga, da un barbagianni, da una mosca, da una pulce, da un cane e da un gatto, tra gli altri. La scelta di punti di vista così lontani da quello umano ha diverse funzioni.
Piove a Mosca: chi racconta la storia
Innanzitutto crea una distanza rispetto ai fatti narrati che, ecco il paradosso, contribuisce a renderli ancora più vividi.
Così, la riunione del tribunale del popolo che vuole condannare il proprietario terriero Beczásy alla deportazione viene affidata a una delle mosche che ronzano nel capannone e continuano a posarsi sulle braccia della folla venuta ad assistere e sulle teste imperlate di sudore dei funzionari di partito.
Si riversarono nella stalla della cultura, o come si chiamava, in quel capannone con le vertiginose esalazioni umane, perché si era diffusa la notizia che la goffa e indolente macchina nera avrebbe portato via tutti quelli che invece di fare la loro parte per la costruzione del bel mondo nuovo, poltrivano a casa e sabotavano. Occorreva emettere democraticamente il giudizio sui padroni del brutto vecchio regime, su quei tormentapopolo.
Lo sguardo impassibile e disinteressato dell’insetto, che si concentra su dettagli apparentemente insignificanti come gli odori, restituisce tutta l’assurdità della scena che appare come una commedia mal recitata, dove ogni attore è ingessato nella propria parte e la interpreta meccanicamente, senza entusiasmo.
I due umani non del posto puzzavano di fascicoli, di carta e di inchiostro, le stoffe dei loro abiti erano più sottili, c’era del nylon in superficie. Si definivano compagni e guardavano male i paesani ai quali scappava ancora qualche ‘signore’. Tutti quelli di Dálnok puzzavano di sudore umano, avevano un buon odore di vacca o di fieno, e portavano abiti spessi tessuti di molti fili.
Il punto di vista animale e vegetale ha anche il pregio di ripulire lo sguardo dal pathos, difficile da evitare quando si racconta il dolore. L’effetto per chi legge è straniante. Si ha la percezione di una narrazione partecipata ma allo stesso tempo distaccata. La parte dedicata al periodo passato da Beczásy nella prigione della Securitate, durante il quale viene interrogato e torturato, non si limita a un freddo elenco di metodi per far confessare i prigionieri né è un brano straziante che sfocia nel pornografico. La voce è quella di una cimice dei letti che vive nella cella dove l’uomo è detenuto.
Nella cella ci sono due brande di cemento, un tavolo di cemento con quattro buchi sul bordo, attraverso i quali passa una catena di ferro per incatenare l’alimento, tuttavia in questo momento ci sono ben più alimenti nella cella di quante siano le catene. Ora ne arriva persino un altro.
Per la cimice i prigionieri non sono altro che cibo. Li osserva con una curiosità quasi scientifica e i suoi commenti disincantati restituiscono con inaspettata leggerezza tutta la brutalità della situazione.
L’alimento mangerebbe più volte al giorno, le sue caratteristiche lo fanno entrare nel panico quando è affamato. Sono capaci di sprecare le poche energie con il conteggio di ogni briciola o per organizzare in quale ordine possono scegliere fra i pani buttati dentro per il pranzo. Danno loro anche zuppa di fagioli, a volte in qualche gavetta ci sono anche sette, otto fagioli, ma a loro non bastano, li contano, si misurano, un alimento è arrivato a stressare l’altro pescando lo stesso fagiolo più volte e facendo finta di averli mangiati e di averne ancora.
Per la cimice Beczásy rimane l’alimento più saporito e gustoso perché non si lascia schiacciare dalle brutture della prigionia. Quando niente riesce a farlo confessare e le torture raggiungono il massimo livello di sadismo, al punto che le guardie lo pensano morto, ci rimane solo un dettaglio a dirci che, anche dentro quell’uomo che sembrava inscalfibile, la sofferenza e il trauma si sono fatti strada.
Ho succhiato il sangue di Beczásy ancora una volta ma non mi è piaciuto.
La visione non antropocentrica del libro arriva perfino a farci sospettare che lo stesso Beczásy abbia un lato non del tutto umano. Né eroe né martire, attraversa la storia apparentemente indenne, salvato dalla sua passione per la terra, dal legame e dalla responsabilità che sente verso il mondo naturale.
Da questo punto di vista l’opera di Selyem Piove a Mosca non si limita agli aspetti personali, familiari, storici e politici della vicenda. Il suo è anche un libro dalla vocazione ambientalista nel senso ampio del termine, che sposa la letteratura con l’interesse dell’autrice per gli studi animali e l’ecocriticismo. Le riflessioni occasionali delle voci narranti servono da specchio per le vicende umane di cui parlano. Restituiscono da un lato la portata distruttrice della nostra specie, dall’altro la nostra stupidità e megalomania. Il giudizio più lapidario è affidato (come potrebbe essere diversamente) alla voce di un gatto.
La fine dell’Olocene è arrivata quando gli umani hanno sviluppato la capacità di sterminare sé stessi, e si sono spinti al punto che per evitare la propria estinzione non hanno saputo inventare altro che lo sterminio dell’intero pianeta. Intelligenti. Naturalmente ciascun umano ha una paranoia diversa ma diventano pericolosi solo in massa (forse funziona così con tutti gli esseri viventi capaci di spostamento). Per converso gli alberi, le piante e le pietre non impazziscono. Noi impazziamo solo se non abbiamo la possibilità di meditare abbastanza.
Lasciar raccontare questa storia attraverso le voci di creature non umane ci mette di fronte al fatto che se provassimo, almeno ogni tanto, ad ascoltare ciò che il mondo naturale ha da dirci sulle nostre azioni come specie. Se provassimo a scendere dal piedistallo di padroni del mondo su cui ci siamo messi da soli, forse le cose potrebbero davvero andare diversamente, e chissà, perfino meglio per tutti.
Di Piove a Mosca è difficile parlare, ma quando si comincia si potrebbe andare avanti per ore. Arrivata a questo punto, la cosa migliore è lasciar cadere la penna e augurarvi una buona lettura. Se deciderete di leggerlo vi assicuro che ne varrà la pena.
Piove a Mosca di Zsuzsa Selyem, traduzione di Andrea Rényi, Del Vecchio Editore, 2025