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“Emicrania”, quando riaffiora il senso di colpa. Una recensione

« Ognuno ricorda a modo suo […] C’è chi invece non ricorda affatto ».

Il passato è qualcosa che ritorna sempre. Nonostante si cerchi di vivere in una prospettiva futura, conservando solo le emozioni positive di quello che è stato o ci è capitato, ricordare esclusivamente gli episodi migliori della nostra vita è pressoché impossibile: ogni giorno, volenti o nolenti, la nostra mente si affolla di ricordi o traumi che, il più delle volte, vorremmo relegare in un angolo. Ma la natura non ci ha, purtroppo, dotati di una memoria selettiva ed errori, insuccessi, ferite riaffiorano tanto quanto i nostri sensi di colpa per non essere stati in grado di affrontare determinate situazioni in maniera diversa. La memoria diventa quindi, spesso e volentieri, sinonimo di dolore ed è per questo che rivangare il passato fa male.

È proprio con questo tipo di passato che deve fare i conti Ernő/Zvi Spielmann, protagonista di Emicrania. Storia di un senso di colpa di Tamás Gyurkovics, romanzo pubblicato da Bottega Errante Edizioni nella traduzione dall’ungherese di Andrea Rényj. Un romanzo che non è solo uno sforzo continuo per far comprendere l’Olocausto, ma che si rivela allo stesso tempo uno studio psicologico più approfondito della mente umana, quella incapace di liberarsi di un trauma profondo. Solo la comunicazione e, infine, la confessione possono offrire una speranza perché il silenzio è debilitante. E se si tratta di un capitolo di storia come quello dedicato al genocidio degli ebrei, lo è ancora di più.

Ernő in Ungheria, Zvi in Israele

Non si può essere innocenti di fronte a un crimine. Il testimone è già un traditore, prima tradisce la vittima quando assiste al compimento del crimine a suo danno, poi tradisce l’imputato quando con la sua testimonianza tenta di ascrivere il crimine a suo carico esclusivo; dunque il testimone è doppiamente colpevole, prima dell’inattività, poi dell’attività ritardata.

Sebbene il protagonista di Emicrania, Ernő Spielmann, sia un personaggio di pura fantasia nato dalla penna dell’autore, è la storia vera di Zvi Spiegel che ci viene narrata in maniera corale in questo romanzo di colpe ed espiazioni; un romanzo che ci invita a (ri)leggere la storia dell’Olocausto partendo dall’esperienza vissuta da un padre di famiglia costretto a reprimere e poi ad affrontare di petto i propri sensi di colpa, dapprima dimenticando i traumi del passato e successivamente espiando i propri peccati svelando segreti piuttosto scomodi.

Zvi Spiegel, l’uomo a cui lo scrittore ungherese attinge, era uno ebreo che nel 1944, insieme alla sorella gemella Magda, venne deportato da Munkács (storico insediamento magiaro della Transcarpazia ora parte dell’Ucraina e noto come Mukačevo) ad Auschwitz-Birkenau e inserito nel blocco 14 dedicato ai “gemelli”. Nel campo di sterminio, fu scelto da Josef Mengele in persona per essere il kapò dei gemelli (Zwillingsvater), supervisore di questi bambini selezionati per la sperimentazione umana dal celebre medico. Il compito di Spiegel/Spielmann, durante le ore di attesa tra un esperimento e l’altro, era quello di distrarre questi ragazzini dall’insopportabile realtà della loro esistenza, organizzando lezioni e partite di calcio e, quando i loro attacchi di panico diventavano inestinguibili, promettere loro che li avrebbe riportati a casa dopo la guerra. Nell’inverno del 1945, mantiene la sua parola e riesce a portare in salvo quasi quaranta gemelli in un’Europa dilaniata dalla guerra.

Gyurkovics, ispirato da questa storia che ha segnato un’epoca e che inizia a raccontare nel suo libro precedente, Mengele bőröndje (La valigia di Mengele, 2017), propone in Emicrania il ritratto di Ernő/Zvi Spielmann, un uomo che sembra aver vissuto due vite diverse, spezzate dal tempo della Storia. Una doppia identità che si nota fin da subito nel cambio di nome, emblema tutt’altro che banale: Ernő è il nome ungherese, quello usato in terra natia; Zvi è quello ebraico, che utilizza nel momento in cui si trasferisce in Israele.

Siamo appunto nello Stato ebraico, nel 1961, quando inizia il racconto di Emicrania. L’ungherese Spielmann vive con la moglie e i suoi due figli, circondato da amici e conoscenti, a Tel Aviv e si gode gli anni migliori dalla nascita dello Stato ebraico, non certo esente da nuovi conflitti (a poche ore dalla dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, infatti, gli eserciti regolari di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq avevano già invaso Israele). Ernő/Zvi lavora come contabile per il teatro comunale di Tel Aviv quando un evento di una certa risonanza lo catapulta violentemente indietro nel tempo: a Gerusalemme quell’anno inizia il processo ad Adolf Eichmann, criminale di guerra tedesco ritenuto tra i maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Spielmann si ritrova allora a dover rivangare il passato, a far riemergere ricordi e traumi di un periodo che avrebbe voluto cancellare per sempre dalla memoria. All’improvviso, la sua mente si popola di gemelli, campi e baracche, e la sua coscienza si mette in moto: “Non pensare ai gemelli è la cosa più difficile”.

emicrania
Tamás Gyurkovics (a destra) in compagnia dello scrittore Angelo Floramo al festival vicino/lontano, maggio 2022

Il potere dell’emicrania di Spielmann

La parola emicrania deriva da greco ἡμικρανία, hēmikranía, che significa dolore su un lato della testa, in quanto il mal di testa è spesso monolaterale. L’acca iniziale probabilmente è venuta a mancare in francese, perché non sanno o non vogliono pronunciarla a inizio di parola, cosa che Spielmann ha potuto constatare diverse volte al campo […]. Il fatto che interessi solo un lato non consola chi soffre di emicrania, perché già il primo segnale di questo tipo di mal di testa è scoraggiante.

I rimorsi e le colpe che Spielmann cerca di soffocare e nascondere ai suoi cari per anni si riversano tutti nei suoi mal di testa laceranti: gli attacchi di emicrania sono la manifestazione della coscienza silente di un uomo che si strugge nel dolore e non riesce a liberarsi del suo passato. Un dolore che trascina il lettore, avido di sapere e inevitabilmente empatico, in un’agonia continua per intere pagine. Il sottotitolo del volume, Storia di un senso di colpa, è a dir poco eloquente.

Le emicranie di Spielmann peggiorano pagina dopo pagina, rivelando i suoi struggenti tentativi di estraniarsi dal senso di colpa che lo pervade quando la realtà gli si para davanti. Emicrania e memoria diventano quasi una cosa sola che pulsa di dolore: Spielmann si confronta continuamente con l’idea che ogni sopravvissuto sia in qualche modo un colpevole. Ma deve liberarsi di questo senso di colpa per permettere anche alle generazioni successive di affrontare la vita serenamente e chiudere con un passato che non deve ripetersi. 

In senso tecnico anche Judit è sabra – pensa Spielmann – giacché vive qui dall’età di due anni. Israel è addirittura nato qui, lui lo è sotto tutti i punti di vista […]. Eppure potrebbero non diventare mai come quel simpatico scimunito del teatro, perché loro crescono accanto a me, all’ombra della mia emicrania.

Eppure è un processo lento e non certo reso semplice dall’evoluzione storica dell’Ungheria, paese natale di Ernő/Zvi, dove non c’è tempo per una memoria storica perché il kadarismo incombe nell’immediato dopoguerra e la rivoluzione ungherese del 1956 (a cui Gyurkovics dedica una piccola parentesi nel volume, intrecciando altre storie nella storia) disorienta gli emigrati e i figli della diaspora.

Qui anche le ansie hanno un certo ordine: i sabra contro gli olìm, ovvero i nuovi arrivati in Israele, gli oppositori contro i sopravvissuti, i nazionalisti contro i comunisti, i palestinesi contro gli ebrei, e così via.

I personaggi di Gyurkovics sono tratteggiati con precisione, il linguaggio e il ritmo della sua scrittura sono in armonia e spingono il lettore a leggere Emicrania. Storia di un senso di colpa quasi tutto d’un fiato. Grazie a questa lettura fluida, resa in italiano in maniera esemplare dalla traduttrice Andrea Rényj, che sceglie con cura le parole lasciando spazio anche ai realia che inondano il romanzo di connotati culturali fondamentali, Gyurkovics si avvicina a questo tema complesso da una prospettiva insolita, facendo riflettere il lettore sull’importanza della memoria e del senso di colpa che ci infligge la Storia.

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Emicrania. Storia di un senso di colpa, Tamás Gyurkovics, traduzione di Andrea Rényj, Bottega Errante Edizioni, 2022.

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, è giornalista-corrispondente da Kyiv per Osservatorio Balcani e Caucaso. L’anno di scambio con AFS-Intercultura ad Astrachan’, alle foci del Volga, l’ha portata a studiare slavistica all’Università di Udine e di Tartu e a occuparsi poi di est, in particolare di Russia e Ucraina, dove vive dal 2017. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraino” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.