Le vene aperte dell’Asia centrale

di Martina Napolitano e Andrea Rizzi*

“Insomma, l’avete trovato?”, chiede Rostam, il nostro autista tagiko disegnando con le mani un lingotto d’oro. Siamo appena rientrati da un’escursione sul picco Engels, nel Pamir, raggiungendo quota 4000 metri, appena abbastanza per poter ammirare in tutta la sua bellezza la vetta innevata di questa montagna di oltre 6500 metri, ben al di sopra della radura cui siamo giunti. La gente del villaggio di Langar, ai piedi del monte, racconta che in epoca sovietica ci furono delle spedizioni sull’Engels, durante le quali, a quanto si dice, fu rinvenuto dell’oro. La storia (o leggenda) assume contorni (volutamente?) sfumati nelle loro parole, eppure non manchiamo di notare come molti abitanti della zona portino denti d’oro, un dettaglio che, inizialmente curioso, cominciamo a osservare con crescente interesse in più località tra Tagikistan e Kirghizistan. 

Il picco Engels (Meridiano 13/Martina Napolitano)

Storie di miniere d’oro a cielo aperto (e dentature d’oro tra gli abitanti) ci avevano accompagnato infatti già lungo la sponda sud dell’enorme lago kirghiso Issyk-kul, in particolare nei pressi di Barskoon (un luogo senz’altro noto ai fan di Jurij Gagarin), dove abbiamo trascorso qualche giorno proprio a casa di un minatore. 

L’enorme Gagarin di Barskoon (foto Meridiano 13/Andrea Rizzi)

“Quindici giorni in miniera e quindici giorni a casa”, è una vita dura quella che ci aveva descritto il minatore, ma tutto sommato vantaggiosa: quella di Kumtor è una miniera a cielo aperto, la seconda più alta al mondo (4000 metri sul livello del mare) e costituisce il più grande giacimento aurifero dell’Asia centrale. Basta passare qualche ora nel centro del villaggio di Barskoon, tra i vecchi container ora adibiti a spartane tavole calde, per incontrare minatori a fine turno, in qualche caso alterati da qualche bicchiere di troppo. 

Attiva dal 1997 e gestita inizialmente dalla società canadese Centerra Gold Inc (una gestione segnata da alti livelli di corruzione e degrado ambientale, come denunciato nel documentario Kumtor, 2020), questa miniera è stata nazionalizzata nel 2021 dal neoeletto presidente Japarov, che negli anni ha capitalizzato a fini elettorali sulla diffusa rabbia contro le multinazionali straniere accusate di sfruttare le risorse del Paese. Spiega Andrea Zinzani, geografo dell’Università di Bologna che da un ventennio studia la regione: “Kumtor è il sito più rappresentativo del percorso di sviluppo intrapreso dal Kirghizistan in termini di estrattivismo aurifero e di controllo dei giacimenti. Quando, nel 2009, viene stretto l’accordo con Centerra, il governo concede alla controparte il controllo dei processi estrattivi e la gestione dei rapporti con la forza lavoro. Con il passaggio di testimone alla guida del Paese, il nuovo presidente Japarov sceglie di costruire la propria legittimazione sfruttando le tensioni che si sono accumulate nel corso degli anni tra i lavoratori e la multinazionale. Così nazionalizza Kumtor, spiegando la decisione come risoluzione di quelle tensioni. Da quel momento si costruisce una narrazione secondo cui il Kirghizistan si sarebbe riappropriato dell’attività estrattiva, il che avrebbe portato benefici e sviluppo al paese. Tuttavia, è una rottura con il passato estremamente precaria”. Infatti, anche una volta che lo stabilimento è passato nelle mani dello Stato, i fenomeni di corruzione non si sono placati, così come non sono stati risolti o limitati i seri problemi ambientali. 

Busto di Lenin in via Lenin nel centro di Barskoon. Sul portone campeggia il cervo, animale totemico della tradizione kirghisa (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

Senza che lo cercassimo, l’oro ha continuato ad accompagnare il nostro viaggio da nord a sud, da est a ovest, dal Kirghizistan al Tagikistan, stuzzicando la nostra curiosità. Addirittura, percorrendo la famosa e impervia valle del Wakhan (corridoio cruciale fin dai tempi del Grande gioco tra Russia e Regno Unito, tutt’oggi abitato dalla fiera popolazione sciita ismailita dei pamiri), non si può mancare di osservare come una febbre dell’oro abbia letteralmente avvelenato gli afghani al di là del fiume Panj (o Pjandž), che in questa valle segna la frontiera con il Tagikistan. Dalla sponda tagika è difficile valutare le dentature degli afghani, ma saltano all’occhio le ville e le auto costose che, soprattutto all’altezza di Khorog, spiccano tra le casupole d’argilla come pietruzze brillanti tra la ghiaia. Più che spiccare, si può dire che stonino in questi villaggi: altrove, il fondovalle afghano è costellato, ogniqualvolta l’impluvio glaciale crea un triangolo fertile riversandosi nel Panj, di villaggi simili a presepi dove sembra che il tempo si sia fermato all’epoca pre-industriale.

Nelle zone aurifere, tende di fortuna di cercatori d’oro stanno abbarbicate sui pendii scoscesi dei monti afghani del Badakhshan e punteggiano il beige delle pareti rocciose. Talvolta, scariche di sassi e nuvole di polvere le avvolgono sinistre. Viene da chiedersi se siano demolizioni controllate o se quelle slavine non trascinino con sé dei minatori con i loro sogni di ricchezza. Varie inchieste denunciano il crescente inquinamento delle acque con mercurio, usato per separare l’oro dai detriti di pietra mediante amalgamazione.

Le minuscole tende abbarbicate sui monti e una scarica di sassi (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

La curiosità verso l’estrazione dell’oro in Asia centrale si è unita, strada facendo, a quella per un altro dettaglio che, a dire il vero, per la sua pervasività visiva e nelle conversazioni con la gente del posto, è ben più che un dettaglio: la presenza cinese, spesso intrecciata proprio alle zone di estrazione mineraria. Persino nell’Afghanistan dei talebani oggi è la Cina a dominare il settore minerario. Come spiega Zinzani, “dopo il 2021 i talebani hanno aperto la porta a imprese estrattive cinesi attive nel settore dell’oro e hanno stretto accordi più o meno formali anche in zone in cui il controllo politico-sociale del governo è limitato, come nel periferico Badakhshan. Le informazioni ad oggi sono scarse, ma pare che tecnici cinesi vengano mandati temporaneamente in loco per istruire i capomastri afghani e la manovalanza locale, il tutto sotto il controllo di emissari mandati da Kabul. Gli operai dei villaggi si trovano così a lavorare in condizioni di lavoro estremamente precarie, con un certo grado di sottomissione agli emissari talebani”.

Kirghizistan: un cantiere aperto

Basta una rapidissima passeggiata per le strade della capitale kirghisa per notare come Biškek sia una città in profondo rinnovamento, pur se qui, a differenza della capitale tagika Dušanbe, il passato sovietico ancora si conserva (e in buona forma); la statua di Lenin, ad esempio, sebbene “declassata” dalla piazza principale Ala-Too al parco retrostante, non è stata rimossa (come invece è avvenuto nella “capitale del sud” del paese, Oš, dove sul piedistallo che la ospitava svetta ora un enorme cartellone pubblicitario luminoso). 

Statua di Lenin a Biškek (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Il piedistallo dove si ergeva la statua di Lenin a Oš (Meridiano 13/Martina Napolitano)

Eppure, Biškek sembra in preda a una furia edilizia che punteggia di cantieri i quartieri più svariati, sia in centro che, soprattutto, nelle aree periferiche. Nel centro della capitale si tratta per lo più di progetti residenziali di lusso, ma anche di nuovi edifici governativi, mentre già dalle periferie emerge quanto la questione del miglioramento, ampliamento o creazione da zero delle strade sia centrale per questo paese centrasiatico. 

Ciò che si vede nella capitale rispecchia la situazione più ampia: l’intero Kirghizistan si presenta in questi ultimi anni come un grande cantiere a cielo aperto e percorrerne le strade vuol dire incappare in innumerevoli lavori e deviazioni, ma anche imbattersi in svariati mezzi e cartelli cinesi: moltissimi dei lavori infrastrutturali in corso in Kirghizistan sono in mano ad aziende e appaltatori cinesi (in particolare alla China Road and Bridge Corporation, attiva già dal 2001 nel paese). 

Aziende cinesi hanno recentemente vinto appalti anche nei Balcani: ad esempio, per la costruzione del ponte di Pelješac in Croazia, appalto vinto dalla stessa China Road and Bridge Corporation.

Come evidenziato da reportage e inchieste, lo sviluppo infrastrutturale kirghiso è legato a doppio filo ai rapporti con l’influente vicino cinese, che dal 2018 è diventato il principale partner a livello economico e di investimenti del Kirghizistan. Questo tuttavia non ha comportato l’accensione di nuovi prestiti da parte di Biškek nei confronti di Pechino (stando alle parole del presidente kirghiso, l’attuale debito nei confronti della Cina verrà ripagato entro il 2035): i progetti sono finanziati (o co-finanziati) direttamente da Pechino che, dal canto suo, ha aperto un migliaio di aziende nel territorio, perseguendo a un sol tempo l’obiettivo di creare un corridoio commerciale alternativo verso ovest.

Un cantiere a Jyrgalan, nell’est del Paese (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

Molti dei cantieri che costellano il paese rientrano nella cosiddetta Nuova via della seta (Belt and Road Initiative) e rispondono in primis all’esigenza di connettere il Kirghizistan alla Cina o renderlo hub di passaggio, come suggerisce il progetto di ferrovia da Kashgar, nello Xinjiang cinese, all’Uzbekistan orientale. Lo stato eccellente delle strade kirghise che portano al confine cinese ne è dimostrazione già da alcuni anni; tuttavia, gli investimenti dell’ultimo periodo interessano sempre più aree non per forza legate alle vie commerciali dirette per la Cina. 

Sebbene questi progetti rientrino nella visione strategica governativa kirghisa al 2030, è stato osservato come siano spesso legati anche al settore estrattivo e come, a parte lo sviluppo delle linee elettriche, le iniziative sostenute dalla Cina per ora portino con sé relativamente poche opportunità per la crescita della capacità produttive o opportunità di lavoro a livello locale. Come avverte The Diplomat, potrebbe trattarsi semplicemente di “una fase iniziale della strategia di sviluppo assiale del Kirghizistan, oppure potrebbe rappresentare un difetto sistemico destinato a perpetuare la marginalità” di molte aree del paese, soprattutto quelle orientali. 

Un pastore con il suo gregge a Jyrgalan (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

Gli investimenti cinesi nelle infrastrutture del Kirghizistan si sommano a quelli nel settore minerario, che negli ultimi anni hanno causato non pochi scontri e risentimenti a livello locale. L’esportazione di oro è infatti divenuta il motore dello sviluppo economico kirghiso dopo l’indipendenza nel 1991, attirando negli anni crescente attenzione internazionale, ma calamitando anche molti fenomeni di corruzione, di cui la già citata miniera di Kumtor è l’esempio forse più emblematico.

Non è un caso che sia durante le manifestazioni contro il governo del 2010 che durante quelle del 2020 siano state sollevate anche diverse problematiche relative alle risorse minerarie del paese, alla loro estrazione e sfruttamento e alla corruzione che questo settore attrae. 

Per quanto riguarda la Cina, alla raffineria di petrolio Zhongda e alla miniera d’oro Altyn-Ken (entrambe nella zona est del Paese), negli ultimi anni si sono aggiunti ulteriori investimenti nell’estrazione di oro, argilla, marmo, carbone e altre materie prime. 

Tuttavia, come spiega sempre Zinzani, la presenza cinese ha radici profonde (come dimostra anche la comunità dungana nell’est del Kirghizistan) e non si è sempre concentrata su questi settori: “dalla metà degli anni Duemila la Cina vede il Kirghizistan come un mercato con un potere d’acquisto lentamente in crescita. Tra i due paesi ci sono due valichi di frontiera, il passo di Irkeštam e quello di Torugart, che permettono il transito di merci: materiali da costruzione, beni di consumo, prodotti tecnologici e così via. I prodotti cinesi hanno progressivamente sostituito quelli che un tempo erano sovietici. A questo fenomeno si deve l’espansione del bazar Dordoj a Biškek, oggi tra i più grandi dell’Asia centrale e manifestazione visiva dell’approfondimento delle relazioni tra Cina e Kirghizistan. Senza dimenticare poi che il Kirghizistan è per la Cina un fondamentale corridoio commerciale verso ovest e verso nord”. 

Leggi i nostri articoli dedicati al Kirghizistan

Tagikistan: vette, laghi… e miniere

Passare il confine tra Kirghizistan e Tagikistan significa vedere il paesaggio verde e rigoglioso del primo mutare nel paesaggio arido e quasi lunare del Pamir tagiko, mentre i cavalli liberi nei prati vengono sostituiti da capre e asini e lo širčaj o shirchoy (tè con il latte, a piacere salato o pepato) prende il posto del kumys (latte di giumenta fermentato). Le differenze però non si limitano al paesaggio e alla lingua (da turcica a iranica). 

Se il vicino Kirghizistan ha negli anni osservato una certa mobilitazione dal basso con proteste e cambi al governo, non si può dire lo stesso del Tagikistan: alla guida del paese pressoché dalla sua indipendenza (1992), Emomalī Rahmon è, possiamo dire, parte dell’arredamento urbano e rurale del Tagikistan. La sua figura è immortalata su innumerevoli cartelloni disseminati per tutto il territorio, persino nei villaggi più remoti, spesso accompagnata da alcune citazioni del “Fondatore della pace e dell’unità nazionale – Leader della nazione” (questa la sua carica ufficiale). Nella capitale il culto della sua persona raggiunge livelli letteralmente museali, con mosaici che lo ritraggono, teche di suoi libri in esposizione e mappe che ne riassumono i viaggi internazionali.

Al Museo nazionale del Tagikistan, Dušanbe (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Alla stazione ferroviaria di Dušanbe (Meridiano 13/Martina Napolitano)

Negli anni Rahmon si è fatto un nome a livello globale promuovendo, all’interno della cornice dell’ONU, la cosiddetta “Diplomazia dell’acqua” attraverso una serie di iniziative relative alla gestione di questa importante risorsa. Nel 2028 proprio a Dušanbe si terrà la Conferenza sull’Acqua delle Nazioni Unite. In effetti, in Tagikistan l’acqua è un bene estremamente prezioso, dato che oltre il 93% dell’energia qui proviene da fonti idroelettriche: tuttavia, nonostante la conformità del territorio e le riserve presenti sulle vette, il riscaldamento globale sta influendo pesantemente su tutta l’Asia centrale, provocando lo scioglimento rapido dei ghiacciai.

Al Museo nazionale del Tagikistan, Dušanbe (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

Eccezion fatta per il Pamir (l’altopiano desertico tra i 3000 e i 4000 metri di altitudine al confine con Afghanistan, Cina e Kirghizistan), proprio all’acqua e, nello specifico, ai laghi è legato molto del turismo nel paese. Zone come i “sette laghi” e i meravigliosi specchi d’acqua incastonati tra i monti Fann attirano ogni anno alpinisti (e non) da tutto il mondo.

Il lago Kulikalon tra i monti Fann (Meridiano 13/Martina Napolitano)

Proprio in queste zone della valle dello Zarafshan saltano all’occhio con insistenza caratteri cinesi (non che altrove fossero assenti: taxi elettrici cinesi sfrecciano per Dušanbe, mentre camion merci cinesi imperversano sulle strade del Pamir, tirandosi dietro gli improperi degli automobilisti locali a causa delle buche che questi tir lasciano su carreggiate già profondamente dissestate). Nella valle dello Zarafshan la presenza cinese torna a palesarsi nel settore estrattivo, tanto che per accedere ai famosi sette laghi i turisti devono oltrepassare un posto di blocco con controllo dei passaporti: una misura di tutela a favore della miniera di oro e argento che sorge sulla strada per questi laghi.

Miniera presso i “sette laghi” (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

Non si tratta dell’unica miniera che coinvolge investimenti, mezzi e personale cinese in Tagikistan; tuttavia, la concessione di Zarafshan (dove la compagnia di proprietà del governo cinese Zijin detiene una quota del 75% dal 2007, quando rilevò la società britannica CBML) corrisponde a circa il 70% dell’intera produzione aurifera del Tagikistan. 

Pur più recente rispetto al Kirghizistan, il flusso di investimenti cinesi nel paese è molto palpabile; spiega sempre Zinzani: “a livello di politiche economiche, di relazioni internazionali e di apertura ai capitali stranieri, il governo di Dušanbe ha avuto una chiusura molto più prolungata rispetto al Kirghizistan. Le cose sono iniziate a cambiare circa quindici anni fa a partire dall’idroelettrico, con la costruzione di dighe che ha coinvolto attori eterogenei: dalla Banca mondiale alla Banca asiatica di sviluppo, dall’italiana Impregilo, ora Webuild, a imprese cinesi. Infine, negli ultimi cinque anni, la Cina è entrata in modo travolgente nel settore edile e immobiliare della capitale, trasformando il volto urbano di Dušanbe. Insomma, quando il governo di Rahmon si è aperto agli investimenti stranieri, la Cina si è fatta trovare pronta”.

Gli innumerevoli taxi “verdi” elettrici di Dušanbe (Meridiano 13/Martina Napolitano)

A differenza che nella cittadina kirghisa di Barskoon, nella valle dello Zarafshan non abbiamo avuto l’onore di soggiornare a casa di un operaio della miniera; tuttavia, un tecnico lì impiegato ci ha concesso un generoso passaggio in auto verso Panjakent, il capoluogo della zona. A bordo della sua enorme auto cinese nuova di zecca, ha ostentato un discreto orgoglio per la produzione mineraria cui contribuisce con il suo lavoro, minimizzando i rischi e le problematicità che l’estrazione dell’oro comporta (come invece denunciato da residenti e operai) e raccontando del cordiale rapporto con i colleghi cinesi. “Ci sono molti interpreti, ma io mi sono imparato anche un po’ di cinese”, ha aggiunto, notando il nostro interesse per le lingue.

Camion cinese presso una miniera ai piedi dei monti Fann (Meridiano 13/Andrea Rizzi)

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Un futuro altrove?

Giunti a Panjakent, antico centro nevralgico della regione storica Sogdiana (conquistata a suo tempo da Ciro il Grande e annessa poi da Alessandro Magno), scopriamo per caso dell’esistenza di una sorta di centro estivo per ragazzi che offre corsi di cinese; ce ne raccontano i nipoti di un ex imam del villaggio di Artuč, un po’ costretti dal nonno e un po’ sinceramente interessati a fare conversazione in russo con noi: i genitori dopotutto sono in Russia, un refrain abituale da queste parti. Tuttavia, il cinese a loro interessa e lo studiano con piacere, dicono, anche se la strada dal villaggio alla città richiede loro ben due ore di viaggio. 

Il numero di studenti tagiki e kirghisi che scelgono di studiare in un’università cinese è in crescita negli ultimi tempi, sebbene sia di gran lunga inferiore rispetto a chi continua a scegliere la Russia per studio e lavoro (stando ai dati della Banca mondiale, un terzo del Pil tagiko deriva dalle rimesse provenienti dalla Russia e, nel 2021, il 44% delle famiglie aveva almeno un componente in Russia; dati simili riguardano l’emigrazione dal Kirghizistan). Se in Kirghizistan il russo è lingua ufficiale al pari del kirghiso, in Tagikistan è lingua veicolare ampiamente conosciuta e studiata nelle scuole: anche la conoscenza linguistica pertanto favorisce gli spostamenti verso l’ingombrante vicino settentrionale, a sua volta interessato alla manodopera che questi paesi possono offrire. 

Nell’ultimo biennio, tuttavia, le politiche anti-migratorie russe e la crescente xenofobia (dilagante soprattutto in seguito all’attacco terroristico al Crocus City Hall di Mosca nel 2024, attribuito a centroasiatici) stanno scoraggiando nuovi arrivi, mentre aumenta il numero di chi rientra (volontariamente o forzatamente) nel proprio paese d’origine. Tra le novità introdotte recentemente dal Cremlino volte a penalizzare deliberatamente gli immigrati vi è addirittura il fatto che, dall’aprile del 2025, i figli di cittadini stranieri non sono ammessi nelle scuole russe se non forniscono un attestato di conoscenza della lingua russa. 

Di fronte a questi trattamenti di “discriminazione legalizzata” presentata come lotta al terrorismo, in molti sognano ora un futuro altrove: in Europa, Turchia o, perché no, in Cina. Restare, in Tagikistan come in Kirghizistan, è per molti una seconda scelta: come racconta il giovane autista che ci accompagna al confine uzbeko e che sogna l’Europa,

“qui resta solo chi non ha la testa o non ha ambizioni ed è disposto a sopportare una vita di compromessi e corruzione”.

Un avvilente senso di inerzia abbinata a una certa apatia politica, come spiega Zinzani: “in questi paesi non sembra esserci una spinta popolare verso una trasformazione politica. Se c’è, è estremamente minoritaria e disorganizzata”. Quando è emersa, come in Kirghizistan tra il 2005 e il 2020 (le cosiddette tre “rivoluzioni” kirghise), la violenta repressione ha soffocato ogni rivendicazione sul nascere.

Pur a fronte di questi problemi socio-economici e a un certo ristagno a livello politico, tagiki e kirghisi sono concordi sul fatto che le condizioni di vita siano migliorate dagli anni Novanta, come confermano vari indicatori economici e sociali (qui i dati dell’FMI per Tagikistan e Kirghizistan). Il relativo benessere e la vivacità economica e infrastrutturale dei due Paesi è dovuta anche all’effetto collaterale delle sanzioni alla Russia, che hanno portato, da una parte, alcuni flussi commerciali (anche fantasma) a passare di qui (in particolare dal Kirghizistan, che non a caso ha tenuto a battesimo lo strumento “anti-elusione” delle sanzioni dell’Unione europea), dall’altra, turisti e capitali russi a riversarsi sull’Asia centrale in assenza di alternative. 

Rimanendo alla larga dagli ipocriti moralismi dell’Europa dei due pesi e due misure, Kirghizistan e Tagikistan cercano di trarre il massimo beneficio (in termini di stabilità geopolitica e opportunità commerciali) navigando l’animosità esistente tra le potenze che li circondano, costringono e corteggiano. E così, mentre viene rilanciato il collegamento ferroviario diretto Dušanbe-Mosca, emissari tagiki visitano Bruxelles per rafforzare le relazioni bilaterali. Un’equidistanza che si fa manifesta in qualsiasi museo tagiko, in cui pareti intere sono dedicate alle foto ricordo delle visite di Stato di Rahmon: a fianco allo scatto con Putin, quello con Macron. Appena sotto Xi Jinping, ecco un sorridente Mattarella. Lo stesso vale per Japarov in Kirghizistan.

Le visite di Stato di Rahmon documentate al Museo nazionale del Tagikistan, Dušanbe (Meridiano 13/Martina Napolitano)

“L’Asia centrale ha relazioni storiche con la Russia, ma negli ultimi vent’anni ha sviluppato un necessario rapporto di cooperazione con la Cina, andato consolidandosi dalla nascita dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai nel 2001”, spiega il ricercatore Andrea Zinzani. “A ciò si aggiunge il rapporto che l’Asia centrale viene costruendo con l’Unione europea. Nonostante il posizionamento internazionale, la regione vuole dimostrare di saper dialogare, distinguendosi da Russia e Cina, e di saper costruire un quadro eterogeneo di relazioni in un contesto in cui il mondo – e l’Asia in esso – attraversano un periodo tumultuoso. Dal canto suo, l’Unione europea vede nell’Asia centrale un grande mercato che si sta aprendo e un soggetto con cui è possibile dialogare. E alla luce di questo ha archiviato, com’è accaduto in altri contesti, il discorso della democratizzazione (alti funzionari dell’Ue hanno persino elogiato l’eterno presidente Rahmon per “la forza, il coraggio e la buona volontà”, ndr): oggi si registra un interesse meramente economico che guarda oltre qualsiasi intento di trasformazione politica”.

L’Asia centrale, insomma, si trova in una fase di transizione in cui, destreggiandosi su vari fronti, cerca di non perdere di vista né la propria storia né la propria geografia.


*Andrea Rizzi è geografo specializzato in estrattivismo, interprete e occasionalmente giornalista.

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Martina Napolitano
Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.