Le proteste in Albania viste dall’Italia: un’intervista

Da più di un mese, l’Albania è attraversata da quelle che possono essere considerate le manifestazioni più imponenti dalla fine del comunismo. Migliaia di cittadini albanesi, sostenuti all’estero dalla diaspora, si ribellano contro il sistema di potere costruito nell’ultimo decennio dal primo ministro Edi Rama. Quello delle proteste in Albania è un malcontento generale esploso dopo l’avvio dei lavori per la costruzione di un resort di lusso nell’area protetta di Vjosa-Narta finanziato e voluto dal genero di Donald Trump, Jared Kushner. I cittadini contestano al governo la svendita del territorio ad investitori stranieri, la dilagante corruzione che attanaglia e limita lo sviluppo, costringendo ancora oggi migliaia di giovani a lasciare il paese. 

Per comprendere meglio i motivi di questa protesta abbiamo intervistato Elon, nato a Catania e cresciuto a Pisa ma di origini albanesi, attivo in movimenti sociali e collettivi cittadini e nazionali, con un forte legame con l’Albania, dove vive parte della sua famiglia.

Elon è impegnato soprattutto a creare spazi di aggregazione tra persone emigrate e persone nate in Italia da famiglie migranti curiose di approfondire e conoscere meglio l’Albania, andando oltre le narrazioni stereotipate dei media o la patina superficiale del turismo. Un lavoro importante non solo per restituire complessità oltre le criminalizzazioni e gli stereotipi, ma anche per costruire connessioni tra persone e comunità diverse.

Il controverso progetto di costruzione del resort di Sazan e Vjosa-Narta legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner, sembra aver fatto esplodere un malcontento significativo verso la classe politica albanese, sedimentato già da anni. Perché proprio questo progetto immobiliare ha avuto questa risonanza, non solo all’interno dei confini dell’Albania ma anche qui in Italia?

Come avete già scritto qui, il malcontento generalizzato e trasversale covava da anni, anzi da decenni, sedimentandosi in forme diverse. È rivolto sia contro il governo del Partito Socialista (PS) sia contro l’opposizione del Partito Democratico (PD). Più in generale, contro il sistema bipartitico che ha dominato questi trent’anni alternandosi al potere insieme a partiti minori pienamente integrati in questo dualismo. Parallelamente, da anni cresce anche il rifiuto di un modello che, sin dal 1991, si è affermato come oligarchico e fondato sulla privatizzazione, privo di una reale regolamentazione se non quella della legge del più forte, che spesso coincide con chi ha accumulato maggiori ricchezze.

In questo quadro, gli abitanti percepiscono l’Albania come un paese progressivamente messo in vendita, con la compiacenza e ruolo proattivo tanto degli oligarchi locali quanto delle principali forze politiche. Territori e risorse sono stati ceduti a fondi e investitori stranieri: governi, come nel caso della Turchia di Erdoğan o dei paesi del Golfo; multinazionali e grandi capitali provenienti da Cina, Russia, Nord America, paesi dell’Unione Europea e Balcani; oppure, come nel caso di Sazan, direttamente a famiglie politico-finanziarie.

Tutto questo si inserisce in una transizione definita democratica ma mai concretamente percepita come realmente partecipativa. Il welfare è stato smantellato e mai ripristinato perché associato al passato comunista; sanità e formazione sono state completamente privatizzate e il ridotto settore pubblico afflitto da corruzione insostenibile; il lavoro è stato deregolamentato consentendo condizioni che spesso violano le più basilari dignità salariali e lavorative.

Emblematico fu Edi Rama quando, qualche anno fa, invitò gli investitori stranieri ad aprire aziende in Albania sostenendo che nel paese non esistessero sindacati tali da creare problemi. A ciò si aggiungono una corruzione percepita come endemica e un’emigrazione continua, alimentata proprio da queste condizioni materiali.

proteste in Albania
Rivoluzione dei fenicotteri, Albania (Donald Plozha)
In questo orizzonte, quindi, possiamo dire che il progetto Trump-Kushner ha rappresentato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso?

Sì, negli ultimi anni, infatti, il paese era già stato attraversato da numerose mobilitazioni: le grandi proteste studentesche, quelle dei minatori, le manifestazioni contro l’inflazione nella primavera del 2023. Ma anche, su scala più locale, i picchetti auto-organizzati delle lavoratrici del tessile, dei lavoratori delle raffinerie, le mobilitazioni ambientaliste per difendere il fiume Vjosa e quelle per restituire alla collettività spiagge e aree naturalistiche privatizzate.

Il progetto Trump-Kushner è stato percepito come il punto di convergenza di tutte queste linee di oppressione e di conflitto: devastazione ambientale, privatizzazione, depredazione delle risorse, sottrazione delle aree naturali alla popolazione locale, esclusione dai processi decisionali sulle grandi opere (e in generale sulle forme di sviluppo), sfruttamento del lavoro. Si assiste perciò a all’assenza di prospettive e al grande ricatto permanente tra restare nel paese in condizioni ostili oppure emigrare, spesso andando incontro a sfruttamento, razzismo e lontananza dalle proprie reti familiari e sociali.

A rendere tutto ancora più evidente sono state le violenze delle guardie private contro abitanti e attivisti che protestavano a Narta, già prima che la mobilitazione esplodesse su scala nazionale. Quelle immagini hanno incarnato simbolicamente tutti questi abusi: guardie private impegnate a proteggere interessi politici e oligarchici che cedono il paese a soggetti percepiti come neocoloniali, mentre colpiscono cittadini che difendono il presente e il futuro dell’Albania.

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Intervento delle forze dell’ordine durante alcune proteste a Tirana, Albania (Donald Plozha)

Da quel momento la protesta è diventata popolare, superando rapidamente i confini statali e quelli degli albanesi nei paesi limitrofi. Anche l’atteggiamento della famiglia Trump ha contribuito ad amplificare questa percezione. Le dichiarazioni di Ivanka Trump, che ha affermato di aver “scoperto” l’isola e di voler realizzare lì il suo più grande progetto immobiliare, ritenendola la sua più grande sfida, sono state vissute da molti come l’espressione di un approccio profondamente arrogante e coloniale. 

La storia della popolazione albanese è profondamente intrecciata a tradizioni contro dominazioni esterne e forme di subordinazione, declinate in resistenza. È una memoria collettiva mai sopita. A questo si aggiunge il rapporto quasi sacrale (in senso culturale ed ecologico più che religioso) che le comunità locali hanno con il fiume Vjosa e con le aree di Sazan e Narta, un legame tramandato per secoli attraverso racconti popolari, canti e produzioni artistiche. Non è un caso che la Vjosa sia considerata l’ultimo grande fiume selvaggio d’Europa e che la sua tutela sia stata, prima di tutto, il risultato del rapporto ecologico secolare e della mobilitazione della popolazione stessa in questi ultimi anni. 

A differenza delle proteste di qualche mese fa, guidate dall’opposizione del PD e da Berisha, caratterizzate da un conflitto anche molto duro davanti al parlamento ma rimaste numericamente contenute, queste mobilitazioni mettono in discussione l’intero sistema costruito negli ultimi trent’anni: non solo l’auto-organizzazione è piuttosto orizzontale, senza gruppi egemoni, ma non sono presenti né realtà organizzate scioviniste né discorsi sciovinisti che tentano di imporsi.

Per questo credo che questa protesta stia assumendo una portata così ampia, sia in Albania sia nella diaspora. Il progetto Trump-Kushner ha agito da detonatore di pratiche di autorganizzazione e di un malessere che da anni si esprimeva quotidianamente in forme differenti, è diventato come uno scontro e una lotta decisiva e generazionale per il presente e il futuro, come un’ultima speranza per poter garantire la vita dignitosa in Albania e la scelta di spostarsi all’estero per volontà e libertà, non per necessità. 

Le proteste in Albania hanno riportato in piazza anche tantissimi albanesi emigrati, alcuni tornati apposta dall’estero. Come vive questa mobilitazione chi, come te, è nato o cresciuto in Italia? C’è un filo diretto tra chi protesta in patria e la diaspora?

Il sentimento che si respira anche nella diaspora è di grande emozione e dignità. Una protesta di tale portata, pacifica ma combattiva, che non ha arretrato quando il governo ha imposto lo scontro e che sta ricevendo solidarietà in tutto il mondo, è qualcosa di profondamente emozionante.

Le proteste nella diaspora sono state immediate e auto-organizzate, riprendendo lo spirito di quelle in Albania. Vi hanno partecipato sia persone che avevano già una storia personale o collettiva di militanza e attivismo, sia chi, per motivi diversi o interessi personali, non aveva mai avuto esperienze di questo tipo. In questi anni si sono formati legami con albanesi che, in Albania, sono attivi da tempo nel portare avanti mobilitazioni nel proprio paese.

Quello che posso dire è che queste proteste stanno coinvolgendo, emotivamente e concretamente, pressoché ogni albanese in Italia, anche chi, magari, non conosce la lingua albanese o la parla poco. Conosco moltissimi giovanissimi che, in questo mese, sono andati più volte in Albania per partecipare alle proteste. Molti anche solo per poche ore, dormendo in aeroporto e tornando in Italia la mattina successiva per andare al lavoro. Questo è sicuramente il frutto dei racconti e della trasmissione intergenerazionale delle prime generazioni, dei loro sacrifici e delle loro lotte, ma anche del fatto che non vi sia mai stata una cesura con il paese d’origine.

Oltre ai singoli che hanno partecipato alle proteste in Albania, ci sono costantemente persone che si organizzano per partire insieme, fino alle grandi carovane di automobili partite dall’Inghilterra, che hanno attraversato l’Europa ingrossandosi man mano che la diaspora di altri paesi si univa al percorso, fino ad attraversare insieme i Balcani. Chi, tra noi giovani, è stato in protesta a Tirana racconta che sono state le emozioni più belle e più vere mai vissute, soprattutto per chi è impegnato da anni nei movimenti sociali e nella militanza in Italia.

proteste in Albania
Proteste albanesi a Pisa (Meridiano 13/Elon Miloti)
L’Italia ha un rapporto molto particolare con l’Albania: storico, migratorio, ma anche politico ed economico. Come giudichi il silenzio (o la cautela) del governo italiano su queste proteste, visti i rapporti stretti tra Roma e Tirana?

Il rapporto tra Italia e Albania è profondamente intrecciato sul piano storico, sociale, politico ed economico ed è, paradossalmente, ancora poco conosciuto e approfondito, nonostante la vicinanza geografica e questa lunga storia condivisa. È un rapporto che affonda le proprie radici ben prima della formazione degli Stati-nazione e che si è intensificato tra Ottocento e Novecento, passando dai tentativi di spartizione all’occupazione fascista, fino a forme di dipendenza economica che ancora oggi perdurano in chiave di espressioni neocoloniali.

Per questo credo che queste mobilitazioni, così come il forte interesse e la solidarietà manifestati da tantissimi italiani sin dall’inizio, rappresentino anche un’occasione per problematizzare il rapporto, spesso asimmetrico, tra Italia e Albania sul piano politico ed economico, storico e sociale sia verso l’esterno ma anche verso le comunità migranti in Italia. Non bisogna dimenticare, ad esempio, che proprio nell’area di Valona, nei pressi di Sazan, si sono combattute alcune delle principali battaglie della resistenza albanese contro l’occupazione italiana.

Al tempo stesso, però, questa storia è fatta anche di scambi, solidarietà e contaminazioni reciproche. Uno degli esempi più significativi e unici è rappresentato dalle comunità arbëreshe in Italia. E, proprio in ragione di questi legami storici e geografici, non è un caso che l’Italia sia stata la prima destinazione delle grandi migrazioni albanesi degli anni Novanta, così come la comunità albanese abbia rappresentato, per l’Italia, il primo grande confronto con le migrazioni di massa contemporanee.

Tra Italia e Albania esistono legami profondissimi costruiti dalle persone: famiglie, migrazioni, lavoro, relazioni culturali e sociali. Ed è anche per questo che la solidarietà espressa da molti cittadini italiani verso queste proteste è stata, a mio avviso, ben più ampia di quanto lasci intendere la prudenza delle istituzioni. 

Sul piano politico, invece, il rapporto tra Rama e Meloni non è mai stato neutrale, ma fondato su una forte asimmetria. È uno dei tratti che, a mio avviso, hanno caratterizzato da tempo la politica internazionale di Rama: una marcata disponibilità e subalternità nei confronti di governi stranieri, accompagnata, sul piano interno, da un atteggiamento spesso autoritario e di delegittimazione del dissenso nei confronti della popolazione, in generale, e dei movimenti sociali, in particolare. Una relazione, quella Rama-Meloni, che molti manifestanti e gran parte della popolazione percepiscono come fortemente sbilanciata, quasi di subordinazione.

Credo che questo rappresenti un grattacapo per il governo italiano, perché un sostegno esplicito alle mobilitazioni significherebbe mettere in discussione un rapporto politico consolidato negli ultimi anni e, indirettamente, aprire una riflessione anche sul ruolo che l’Italia ha assunto nei confronti dell’Albania. Allo stesso tempo, rischierebbe di far emergere le contraddizioni di un rapporto che molti percepiscono come caratterizzato da dinamiche neocoloniali e di riportare al centro dell’attenzione internazionale le accuse di corruzione che da anni accompagnano il sistema politico albanese. Quindi, anche sostenere apertamente Rama, sarebbe ugualmente scomodo, vista la portata internazionale e mediatica che le proteste stanno avendo.

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Proteste in Albania, Tirana (Donald Plozha)
A tal proposito, tu fai parte del collettivo Immigrital e segui da vicino anche la vicenda dei centri per il rimpatrio italiani (CPR) in territorio albanese. C’è un collegamento, secondo te, tra il modo in cui il governo Rama gestisce il territorio nazionale su temi come i CPR e la vicenda del resort di Kushner? Sono entrambi segnali di una sovranità “in vendita”?

Tra le varie problematiche legate ai CPR, oltre alla loro stessa essenza (definiti da numerose associazioni, giuristi e movimenti come veri e propri lager in cui non vigono né lo Stato di diritto né il rispetto della dignità umana) è stata sollevata anche la funzione neocoloniale che assumono quando vengono collocati sul territorio albanese.

L’ambasciatore italiano in Albania, Fabrizio Bucci, arrivò a definire l’Albania la “ventunesima regione d’Italia”: una frase pronunciata con intento positivo, ma che molti hanno ritenuto emblematica del rapporto fortemente asimmetrico tra i due paesi. Il protocollo stesso prevede che centri collocati sul territorio albanese siano gestiti dalle autorità italiane.

A mio avviso, e secondo molte delle critiche avanzate nei confronti dell’accordo, questo rappresenta una significativa cessione di sovranità da parte dell’Albania nei confronti di un partner strategico. Per il governo italiano, l’Albania diventa uno spazio percepito come “altro”, dove esternalizzare ciò che viene considerato un problema interno e, secondo molte organizzazioni per i diritti umani, rendere più semplice l’adozione di pratiche che compromettono diritti fondamentali.

Questa dinamica si intreccia con quelle neocoloniali di cui parlavo prima: dallo sfruttamento del lavoro in Albania a quello delle comunità migranti in Italia, fino ai rapporti economici profondamente squilibrati tra i due paesi. Il tutto assume un carattere ancora più paradossale se si considera che, da oltre trent’anni e tutt’oggi, gli albanesi sono tra i popoli che più hanno emigrato in Europa e nel mondo, affrontando confini, respingimenti e, spesso, forme di detenzione amministrativa come i CPR o strutture analoghe.

Il protocollo tra Italia e Albania è stato inoltre spesso accostato al modello di esternalizzazione perseguito dal governo britannico con il progetto Ruanda: l’idea di spostare fuori dai propri confini la gestione delle persone migranti, sottraendola allo sguardo dell’opinione pubblica e all’ordinario controllo giurisdizionale. E quel modello è stato costruito su misura per contrastare “l’invasione” dei migranti clandestini albanesi.

Quindi sì, credo che la questione dei CPR e la vicenda Kushner siano profondamente interconnesse. Pur riguardando ambiti diversi (la gestione delle migrazioni da un lato e la speculazione immobiliare dall’altro) entrambe rappresentano, a mio avviso, due tasselli dello stesso panorama più ampio di processi di svendita del paese e di progressivo cedimento della sua sovranità politica, economica e territoriale.

Da attivista di seconda generazione, che rapporto hai con l’Albania oggi? Le proteste hanno cambiato in qualche modo la percezione che gli albanesi in Italia hanno del proprio paese d’origine, magari riscoprendo un legame più politico e non solo affettivo?

Se per molti anni la comunità albanese in Italia è rimasta fortemente frammentata (a mio modo di vedere anche per condizioni strutturali imposte dall’esterno, come il confinamento nei lavori più sfruttati, gli stereotipi mediatici e altre forme di marginalizzazione, oltre che per dinamiche interne) in diverse città non sono comunque mancati momenti culturali e comunitari. Ciò che è mancato, spesso, sono stati momenti prettamente politici. Ed è proprio questo che queste proteste hanno portato nelle piazze in maniera dirompente.

Credo che il malessere ma anche l’interesse rispetto a ciò che accade in Albania sia sempre esistito. La differenza è che oggi quel malessere è stato portato, da un lato, nello spazio pubblico ed è stato collettivizzato; dall’altro, ha favorito una maggiore consapevolezza politica, che va oltre la sola dimensione culturale (già di per sé limitata, salvo alcune realtà cittadine) o il disilluso malcontento individuale. 

Edi Rama insiste nel parlare di “guerra ibrida” e minimizza le richieste di dimissioni. Tu credi che questa protesta possa davvero portare a un cambiamento strutturale, o rischia di esaurirsi come altre mobilitazioni viste in passato nella regione? 

Edi Rama sta utilizzando una retorica e un metodo che adotta ormai da tempo, quantomeno nei mandati più recenti: sul fronte interno tende a ridicolizzare i manifestanti e a delegittimare le proteste con toni spesso sprezzanti e liquidatori, mentre parallelamente cerca di rafforzare la narrazione secondo cui i progetti portati avanti dal suo governo sarebbero inevitabili e necessari per lo sviluppo del paese. Se, da un lato, è indubbio il progresso infrastrutturale realizzato negli ultimi dieci anni, soprattutto per quanto riguarda autostrade e reti viarie, dall’altro questa trasformazione urbana e interurbana è stata accompagnata dai processi di iniquità, privatizzazione, svendita ed esclusione di cui parlavamo prima.

In questa occasione, però, la reazione del governo sembra più scomposta del solito. In un primo momento Rama ha sostenuto che le proteste fossero alimentate da gruppi sciovinisti serbi e greci intenzionati a impedire l’affermarsi dell’Albania come potenza regionale; successivamente ha parlato di una guerra ibrida riconducibile all’Iran, richiamando i dissidi geopolitici degli ultimi anni.

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Giovani albanesi in protesta, Tirana (Donald Plozha)

Questa narrazione credo faccia fatica a trovare consenso, sia all’interno sia all’esterno del paese. Da un lato perché il movimento si è fin dall’inizio tenuto distante dalle tradizionali dinamiche partitiche e dai rapporti di potere interni, prendendo le distanze anche dall’opposizione guidata da Berisha. Dall’altro perché le rivendicazioni e la composizione stessa della piazza rendono poco credibile questa lettura: i manifestanti sfilano con le bandiere albanesi, smentendo di fatto la narrazione dello sciovinismo serbo o greco, e al tempo stesso sono riusciti a internazionalizzare mediaticamente e politicamente la protesta, mettendo Rama in una difficoltà che raramente si era vista, proprio perché per molti anni le questioni albanesi avevano faticato a trovare spazio nel dibattito internazionale.

A mio modo di vedere è difficile immaginare che questa mobilitazione possa portare, almeno nel breve periodo, alle dimissioni di Rama, anche se rappresentano una delle richieste più radicali avanzate dalla piazza, soprattutto alla luce dei ripetuti scandali e delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto diversi esponenti di vertice del Partito Socialista.

Allo stesso tempo, però,questa mobilitazione lascerà comunque un’eredità, anche qualora non venissero soddisfatte tutte le richieste. 


A questa intervista hanno lavorato Claudia Bettiol e Marco Siragusa. Tutte le foto, eccetto diversamente indicato, sono di Donald Plozha, fotografo albanese che potrete seguire su Instagram.
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Redazione
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