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Spiaggia di Gjipe in Albania (Meridiano 13/Marco Siragusa)
Negli ultimi giorni, i media italiani stanno dando risalto alle proteste dei cittadini albanesi contro alcuni dei più controversi progetti immobiliari sostenuti dal governo di Edi Rama. Ad essere finito sotto l’occhio del ciclone è stato soprattutto quello che vede coinvolto il genero del presidente statunitense Donald Trump, Jared Kushner. Ma la svendita del territorio albanese non è un fenomeno nuovo, frutto dell’interesse improvviso della più famosa famiglia di palazzinari al mondo, bensì un processo che va avanti da almeno un decennio e che ha permesso al primo ministro Rama di stringere importanti amicizie internazionali. Basta farsi un giro lungo le coste del paese o nella capitale Tirana per rendersi conto delle trasformazioni in atto.
A scatenare le proteste di questi giorni è stata la chiusura, con tanto di bulldozer, filo spinato e sicurezza privata, di una parte dell’area protetta di Zvërnec, alle porte di Valona. Il motivo è l’avvio del cantiere per la costruzione di un rifugio di lusso finanziato dall’Affinity Partners di Jared Kushner. L’opera rientra in un più grande investimento che riguarda anche l’isola di Sazan, proprio di fronte a Zvërnec, un tempo area militare. Il progetto, dal valore di poco più di 1,5 miliardi di dollari, prevede la realizzazione di una vera e propria città del lusso con oltre 10mila stanze destinate a facoltosi turisti internazionali.
L’idea nasce nel 2024 e trova subito il sostegno del primo ministro Rama che riconosce al progetto lo status di “investimento strategico con procedure speciali” per le sue ricadute in termini economici, cambiando la destinazione d’uso della costa di Zvërnec e riducendo i vincoli ambientali. Contemporaneamente l’isola di Sazan viene trasformata da area militare ad area civile, aprendo così le porte ad una sua completa trasformazione. La sinergia tra governo albanese e famiglia Trump è confermata dalla presenza in Albania della figlia del presidente, Ivanka, proprio nei giorni in cui il padre inaugurava un altro progetto dal sapore coloniale: il Board of Peace per Gaza.
Albania vendesi: una costa cementificata
Quello di Kushner non è però l’unico investimento a mettere a repentaglio una delle poche zone verdi non ancora completamente travolte dal cemento. Zvërnec e l’area di Pishë Poro-Narta appaiono oggi come un luogo sospeso, come tanti altri in Albania, dove passato, presente e futuro si intrecciano creando un mix che lascia spesso disorientati, con boschi, spiagge e campeggi che si alternano a vecchie fabbriche abbandonate. Sempre a Zvërnec sta prendendo vita, inoltre, il terzo aeroporto del paese. In costruzione dal 2021, i lavori si sarebbero dovuti concludere già nel 2025, ma la sua apertura è stata costantemente rinviata. Responsabile del progetto è un consorzio che vede coinvolti la compagnia svizzera Mabco Constructions, di proprietà dell’imprenditore di origine kosovara Behgjet Pacolli, la società turca YDA Group e il gruppo kosovaro 2A Group.
L’idea di sviluppo dell’area appare quindi ormai segnata: non la salvaguardia e la tutela del paesaggio naturalistico, capace di sostenere un turismo più responsabile, bensì una rapace espropriazione dello spazio pubblico per gli interessi di pochi privati e il godimento di una fortunata élite di turisti internazionali.
Destino già capitato a buona parte della costa albanese. Da nord a sud, infatti, il paesaggio alterna spiagge bellissime e ancora incontaminate a chilometri e chilometri di spiagge circondate da alberghi, resort e strutture ricettive, quasi sempre di proprietà di investitori stranieri. È il caso di Saranda, considerata l’Ibiza albanese. Un agglomerato confusionario di cemento, case vacanze per turisti dal portafoglio leggero e locali dal dubbio gusto musicale che vendono divertimento a poco prezzo. Non molto diverso da quanto accade un po’ più giù, nella zona di Ksamil o, con una diversa inclinazione, nella capitale Tirana.
Saranda vista dal mare (Meridiano 13/Marco Siragusa)
Alcuni dati del settore immobiliare
Chi ha visitato Tirana di recente non può non essersi accorto degli innumerevoli cantieri che animano il tessuto urbano e le tasche di gruppi di potere non sempre trasparenti. Nuovi palazzi dall’architettura avveniristica sorgono come funghi nel centro e nelle aree limitrofe, proprio a due passi da quartieri tutt’altro che moderni che avrebbero forse bisogno di un po’ più di attenzione da parte del governo nazionale e cittadino.
Impressioni che vengono confermate anche dalle statistiche ufficiali. Solo nel 2025 gli investimenti esteri nel mercato immobiliare hanno raggiunto i 561 milioni di euro, pari a circa il 34% del totale degli investimenti esteri nel paese, con un incremento del 48% rispetto al 2024 e di ben 17 volte nell’ultimo decennio. Ma se questi dati possono essere usati strumentalmente dal governo per rivendicare l’attrattività del paese, lo stesso non si può dire di quelli relativi ai prezzi degli immobili. Riprendendo i dati ufficiali della Banca d’Albania pubblicati dalla stampa, l’indice Fisher, che misura il prezzo medio delle case vendute, ha registrato nei primi sei mesi del 2025 un +41,7% su base annua, raggiungendo anche i 2.300 euro al m² nella capitale e 2.000 euro a Valona. Prezzi che di certo non sono accessibili alla stragrande maggioranza della popolazione albanese che vive con uno stipendio medio di poco più di 900 euro al mese.
Piazza Skanderbeg a Tirana (Meridiano 13/Marco Siragusa)
Non solo immobili
I settori del turismo e quello immobiliare sono però solo la punta dell’iceberg della svendita dell’Albania agli investitori stranieri. Altro caso eclatante è quello della Bankers Petroleum, una compagnia petrolifera canadese controllata dalla cinese Geo-Jade Petroleum principale operatore nell’estrazione nel paese. Come non ricordare, poi, i due centri per i rimpatri dei migranti gestiti e costruiti a spese delle autorità italiane in territorio albanese. Tutti piccoli tasselli di un mosaico che mostra come gli interessi dell’élite travalichino i confini nazionali. Per Rama, infatti, questo tipo di investimenti non rappresenta un problema dal punto di vista sociale, con la popolazione costretta a vedersi espropriata di spazio pubblico in cambio di una promessa, quasi mai mantenuta, di un futuro ricco e radioso. L’importante è vendere all’estero l’immagine di un’Albania in crescita, di un paese ormai moderno e lontano anni luce da quello chiuso e riottoso del Novecento. Un nuovo Eldorado dove tutto è possibile, se si hanno i capitali.
Le proteste dei cittadini
Se nelle urne questo modello risulta ancora vincente, come dimostrato dall’ultima tornata elettorale del maggio 2025, è anche perché l’opposizione si presenta incapace di rinnovarsi, guidata ancora da Sali Berisha (Partito Democratico) sotto inchiesta per corruzione, è riuscita a fare ancora peggio: sua la colpa della crisi economica degli anni Novanta quando centinaia di migliaia di albanesi persero tutti i loro risparmi a causa del fallimento dei cosiddetti “schemi piramidali”. Nonostante il consenso elettorale, però, qualcosa nella società si muove. Lo dimostrano le manifestazioni di questi giorni contro il “progetto Kushner” e più in generale contro la corruzione che soffoca il paese e le violenze della polizia.
Non è la prima volta che la società albanese si mobilita contro Edi Rama ma, al momento, il suo potere appare ancora intoccabile. Ma non è detto che il progetto di Kushner vada definitivamente in porto. Le critiche internazionali, l’opposizione dei cittadini ed eventuali inchieste della magistratura potrebbero far saltare il piano o almeno portare a una sua modifica.
Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.