Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:
IBAN IT73P0548412500CC0561000940
Banca Civibank
Intestato a Meridiano 13
Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.
Qualche giorno fa, il commissario ucraino per i diritti umani Dmytro Lubinec’ ha diffuso alcune immagini dalla località di Olešky per mostrare cosa significa andarsene da una città occupata dove nessuna via d’uscita è più sicura: i percorsi sono minati e sorvolati (o sorvegliati, che dir si voglia) dai droni. Decine di persone sono quindi costrette a farsi chilometri a piedi, in bicicletta, in motorino, verso nord, per sfuggire a questa nuova realtà.
Olešky è una cittadina che si trova sulla sponda sinistra del fiume Dnipro, nella regione di Cherson, e che è stata occupata sin dalle prime settimane dell’invasione russa su larga scala. Le famose sabbie di Olešky, la più vasta distesa sabbiosa desertica del paese, si trovano in prossimità della città. Sul lato opposto del fiume c’è Cherson, capoluogo occupato per circa otto mesi e tornato sotto controllo ucraino nel novembre 2022. Due città, una di fronte all’altra, con destini diversi ma legate dallo stesso fiume e dalla stessa guerra.
Apri qui per vedere la mappa dettagliata della regione (Institute for the Study of War)
Cherson, la veterana delle reti anti-droni
Al giorno d’oggi, Cherson non è isolata né occupata, ma è indubbiamente sotto tiro. I droni russi lanciati dalla sponda opposta del fiume, territorio degli occupanti, colpiscono la popolazione rimasta o tornata subito dopo la riconquista ucraina. I locali hanno dato un nome a questa pratica: “safari umano”. Secondo le ricostruzioni di AP e RFE/RL, gli operatori e i piloti di droni danno deliberatamente la caccia ai civili, tra cui venditori al mercato, pedoni, motociclisti, ambulanze, autisti di autobus e soccorritori. Cherson è diventata, così, una delle città in cui la guerra dei droni ha trasformato più visibilmente lo spazio urbano.
Come racconta il comandante del 310º battaglione ucraino di guerra elettronica al Kyiv Independent, all’inizio del 2025 circa una sessantina di droni russi entravano ogni giorno nello spazio di Cherson; alla fine dell’anno la media giornaliera aveva superato i trecento. Solo nell’ottobre 2025 ne sono stati rilevati circa novemila.
La commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sull’Ucraina ha qualificato gli attacchi con droni contro i civili nella regione come crimine contro l’umanità di omicidio.
Secondo le Nazioni Unite, nel gennaio 2025 i droni a corto raggio erano responsabili del 70% delle vittime civili nella parte della regione di Cherson controllata dall’Ucraina. Oltre alle tecniche militari per contrastare i droni, le autorità hanno così iniziato a coprire le principali arterie con lunghe strutture di rete. Nel corso del 2025 ne sono state realizzate circa novantacinque chilometri; nel 2026 la rete è stata ulteriormente estesa, superando i duecento chilometri nella sola regione.
Non è uno scudo impenetrabile, ma una sorta di infrastruttura d’emergenza: un tetto sopra le strade più esposte, pensato per ridurre la possibilità che un FPV possa colpire direttamente chi le percorre. Si tratta di una tecnica tipica di una città a ridosso dal fronte che, lo scorso agosto, è stata applicata anche su un tratto della strada statale che porta da Kyiv a Čornobyl’. La dimostrazione di una guerra in continua evoluzione.
Sotto assedio: la crisi umanitaria che sconvolge Olešky
A pochi chilometri da Cherson, la situazione a Olešky è a dir poco drammatica. Prima dell’invasione qui vivevano circa 24mila persone; oggi, secondo le autorità ucraine, ne restano circa duemila, tra cui una cinquantina di bambini. La città è sotto blocco totale e in oltre quattro anni non c’è stata una sola evacuazione ufficiale di civili.
Il quadro internazionale converge con le dichiarazioni di Kyiv. L’Onu ha dichiarato che la Russia non ha ancora concesso l’accesso umanitario a Olešky e alla località di Hola Prystan’. Il 25 settembre il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha lanciato l’allarme su una crisi in rapido peggioramento, chiedendo un cessate il fuoco locale, l’accesso umanitario senza ostacoli e l’evacuazione dei civili in tutta sicurezza. Ha ricordato che Mosca, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo di garantire alla popolazione cibo e forniture mediche. Il 2 ottobre la commissaria europea Hadja Lahbib ha definito la situazione sconvolgente e inaccettabile: i partner umanitari, ha detto, sono pronti a consegnare gli aiuti, ma serve un corridoio sicuro.
Come riporta il portale Visit Ukraine, l’ospedale locale è attivo e rappresenta molto più di una semplice struttura di assistenza medica perché accoglie chiunque cerchi cibo, calore o un tetto per la notte. Ma “le scorte di medicinali, antibiotici e carburante, così come le attrezzature, non sono sufficienti per garantirne il normale funzionamento”. Se l’ospedale chiude, la città morirà.
Andarsene è altrettanto pericoloso. Il vicecapo dell’amministrazione militare regionale, Oleksandr Tolokonnikov, ha spiegato che ai posti di blocco russi le persone vengono fermate, sottoposte al “filtraggio” e private di telefono o altri metodi per comunicare, detenute per il minimo sospetto. Per gli uomini c’è poi un ulteriore ostacolo: secondo Human Rights Watch, per partire servono documenti di viaggio russi, solo che la richiesta porta direttamente a un ufficio di arruolamento militare.
Il contrasto con Cherson è netto. Qui, nonostante gli attacchi quotidiani, l’amministrazione ucraina può ancora costruire protezioni, organizzare la circolazione e adattare la città alla minaccia. Essendo sotto controllo ucraino, la stampa ci può andare e ci lavora, pur con tutti i rischi del caso, come raccontano dalla redazione di Suspilne (che lavora da uno scantinato). A Olešky, invece, la popolazione vive sotto occupazione e senza un accesso umanitario regolare: le strade sono minate, i movimenti sono sorvegliati dai droni e persino tentare di lasciare la città può diventare pericoloso.
Veduta aerea del ponte stradale di Antonivka sul fiume Dnipro, che collegava Cherson alla riva sinistra, dove si trova Olešky. Il ponte è andato in parte distrutto nel novembre 2022, con la ritirata russa dalla città sulla riva destra(Yevhenii Ihnatiev/Wikicommons)
La versione di Mosca
Il Cremlino ha ammesso l’esistenza di “problemi” nelle forniture di cibo e medicinali, attribuendone però l’intera responsabilità all’Ucraina. “Le nostre forze armate continuano a lavorare per risolvere questa situazione”, ha dichiarato il portavoce Dmitrij Peskov lo scorso 21 settembre. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, ha invece parlato di una campagna di propaganda russa che nega la crisi umanitaria.
Gran parte dei dati su Olešky arriva da fonti ucraine, e non potrebbe essere altrimenti: è Mosca a negare l’accesso a osservatori e organizzazioni umanitarie. Non è un’anomalia, ma un metodo che abbiamo già visto a Mariupol’ e a Buča.
A Olešky, al momento, nessuno riesce a entrare e chi è un diretto testimone della situazione spesso non ha modo di parlare liberamente di quello che avviene – come invece è successo nel caso di Sarajevo, assediata per quasi quattro anni tra il 1992 e il 1996, ma dove la presenza di un presidio di giornalisti, che raccontavano l’assedio giorno per giorno, e un ponte aereo umanitario che teneva in vita la città, ha aiutato, almeno in parte, a capire cosa abbiamo di fronte oggi.
Il mondo, in un certo senso, ignora quello che sta accadendo anche perché, da lontano, non lo vede.
La paramedica ucraina Karolina Chernoivan ha cercato di rompere il silenzio per il pubblico italiano: il 26 settembre ha pubblicato su Instagram un video su Olešky, spiegando come duemila civili, tra cui quarantasette bambini, sono intrappolati nella città occupata, privi di cibo e medicinali; le testimonianze che riporta parlano di strade minate, droni, fame e morti sepolti negli orti. Il messaggio finale è un appello internazionale: “Parlatene. Condividete. Denunciate”.
Per un maggiore approfondimento sulla regione, ascolta anche l’intervento di Alberto Capannini, operatore di Operazione Colomba - Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ai microfoni di Radio InBlu, nel programma condotto dalla giornalista Chiara Placenti. Sull’emergenza a Olešky ne riporta anche Rescue Team, associazione che opera in Ucraina.
Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.