Le lettere dal carcere della giornalista azera Ulviyya Guliyeva: “La mia voce non si arresta”

Nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2025 la giornalista azera Ulviyya Guliyeva veniva arrestata nell’ambito dell’ennesima ondata di repressione contro le voci dissenzienti al governo del presidente Ilham Aliyev in Azerbaigian. Da allora, è in carcere in regime di detenzione pregiudiziale.

Memorial Italia ha lanciato politzèk una collana di ebook editi dall’Università di Torino sulle prigioniere e i prigionieri politici nello spazio post-sovietico. Il primo, curato da Simone Zoppellaro e Giulia De Florio, con una prefazione di Riccardo Noury e una postfazione di Javid Agha, è dedicato a Ulviyya Guliyeva e raccoglie una selezione e traduzione delle sue lettere e interviste dalla prigione a Baku. La copertina e le illustrazioni sono di Gianluca Costantini.

La data di uscita, il 13 ottobre, coincide con il trentatreesimo compleanno di Ulviyya. Ne pubblichiamo un estratto.

Come sono stata arrestata

Il 6 maggio ho filmato le udienze di Tofig Yagublu e del “caso Abzas Media” e ho condiviso le informazioni sul mio profilo. Dopo la chiusura di Voice of America, ho perso il lavoro e ho scritto sul mio profilo che, anche senza un impiego, non avrei interrotto la mia attività giornalistica. Ci tengo a precisare che la condivisione di quei post era gratuita e volontaria.

La presunta “preoccupazione” dello Stato era che qualcuno fosse finanziato da “circoli occidentali”. Facendo il mio lavoro gratis, avevo smentito una volta per tutte la loro tesi e dimostrato che il punto non erano i soldi.

Verso la mezzanotte del 6 maggio, quando stavo entrando nel palazzo dove abito, un uomo si è avvicinato. Quel giorno, dopo aver lasciato l’udienza del processo contro Abzas Media, ero andata in un bar a riprendere fiato e dalla finestra avevo intuito che mi stavano seguendo: un uomo in borghese mi stava pedinando dall’altra parte della strada. La persona che mi ha avvicinato davanti a casa mi ha chiesto: «Ulviyya?».

In quel momento ho capito che era arrivato il mio turno: erano venuti ad arrestarmi.

Ha allungato la mano verso il mio telefono; non ho detto nulla e gliel’ho consegnato. Mi hanno fatto salire su un’auto e hanno controllato se indossassi un orologio, poi hanno perquisito la mia borsa e hanno trovato un altro vecchio telefono e le chiavi di casa. Mi hanno chiesto le password del telefono. Non le ho dette. Accanto a me era seduto un agente robusto, di fronte c’erano l’investigatore Alibala Hajiyev, l’autista e un altro agente. L’auto ha iniziato a muoversi. Ho guardato fuori dal finestrino per capire dove mi stessero portando.

Dopo aver girato per 2-3 minuti, sono tornati al condominio dove abito. Sette agenti, l’investigatore e io siamo entrati nell’edificio. Quando siamo arrivati al mio appartamento, ho infilato la chiave nella serratura e mi sono resa conto, con un certo sollievo, che il mio coinquilino era in casa e aveva chiuso la porta dall’interno. Ho colto la palla al balzo e ho urlato: «Mi hanno arrestato, chiama qualcuno fuori!». L’agente di corporatura robusta mi ha tappato subito la bocca con la sua manona. Per un attimo ho pensato che mi avrebbe soffocato: aveva una mano così grande che mi bloccava anche il naso.

Hanno iniziato a prendere la porta a pugni e calci. Un vicino al piano di sotto ha gridato: «Che succede?». Per tutta risposta gli hanno urlato: «Torni dentro!». Il mio coinquilino ha aperto la porta dopo 1-2 minuti. Si sono precipitati dentro. Hanno esibito un mandato di perquisizione. Diceva che ero in arresto come sospettata per la questione riguardante «Aynur Ganbarova e altri».

Sì, era il famigerato “caso Meydan TV” che tutti conoscono. Mi stavano trattenendo come sospettata. Ho letto il mandato e ho sorriso di nuovo. Tutti sanno che lavoro con Voice of America dal 2019, non con Meydan TV. Se nel “caso Meydan” avevano già diffamato altre dieci persone, io ero l’undicesima e lo ero stata due volte. Sì, la maggior parte degli arrestati sono miei amici. Sì, ho protestato contro i loro arresti illegali. E sì, se fossi una dipendente di Meydan TV, lo direi con orgoglio, non lo negherei di certo!

Perquisizione e sequestro

Siamo entrati prima in soggiorno e gli agenti di polizia hanno invaso l’appartamento come uno sciame di api. Da una credenza hanno prelevato una chiavetta USB da 32 GB, un cd del mio diploma di maturità e uno con un vecchio intervento medico. Nell’appartamento erano presenti sette agenti, due testimoni, l’investigatore, il mio coinquilino e io.

Come tutti sanno, ho due gatti che per la paura si erano arrampicati in cima alla credenza. Li guardavo di tanto in tanto; erano visibilmente terrorizzati. Siamo passati alla camera da letto. Hanno rovistato tra le mie cose. Hanno preso la scheda di memoria della mia macchina fotografica, una chiavetta USB e un computer. Faccio notare che, sebbene il mio coinquilino non sia affatto coinvolto in politica, hanno preso anche il suo computer e il suo telefono. Altri agenti stavano controllando il bagno e la cucina. Nella terza stanza, che conteneva solo gli effetti personali lasciati da un ex coinquilino, non hanno trovato nulla.

Quando ho sollevato delle obiezioni riguardo alla perquisizione, uno dei testimoni presenti ha detto in russo: «Sei davvero pignola». Ho risposto: «Non vi ho invitato. Siete entrati in casa mia senza invito o permesso: potete andarvene!». Siamo tornati in salotto. L’investigatore Ali-bala Hajiyev ha iniziato a elencare gli oggetti sequestrati nel verbale. Mi ha sorpreso che non avessero nascosto del denaro nel mio appartamento.

Ho detto, in tono sarcastico: «Niente contante nascosto qui dentro?» Un agente in borghese mi si è avventato contro, gridando: «Dov’è che avremmo nascosto dei soldi, eh?» Ho risposto: «Non stavo parlando con te. L’ho chiesto all’investigatore».

Lui ha sbraitato: «Adesso lo nascondo così vedi». Ho replicato: «È quello che sai fare meglio». Mentre l’investigatore scriveva, due agenti – uno in divisa e uno in borghese – piantonavano la mia camera da letto. Ho protestato e l’investigatore ha detto: «Il verbale è pronto; la loro presenza è irrilevante». Ho continuato a protestare finché, circa dieci minuti dopo, sono tornati in salotto. Uno di loro è andato dritto sul balcone a fumare. Non so con chi abbia parlato o chi abbia chiamato mentre era lì fuori.

Mentre redigevano il verbale, ho notato che uno degli agenti faceva ripetutamente cenni silenziosi con la testa all’investigatore dall’altra parte della stanza. Poi un nuovo agente, sui 40-45 anni, che aveva partecipato poco alla perquisizione, disse: «Non abbiamo controllato la parte superiore dell’armadio in camera da letto». L’agente di corporatura robusta era stato incaricato di seguire ogni mio movimento. Quando mi giravo o mi sporgevo da qualche parte, lui mi imitava. Siamo tornati in camera da letto. Hanno tirato giù degli oggetti dalla parte superiore dell’armadio. Dalla tasca anteriore di una valigia che non toccavo dal 4 gennaio, hanno tirato fuori una mazzetta di contanti avvolta in un elastico, spessa all’incirca quanto il volume «Reparto n. 6» di Čechov.

Me l’hanno mostrata: «Di chi è questa?». Senza toccarla mi son messa a ridere: «Lo sapete bene, ce l’avete messa voi». Siamo tornati in salotto per formalizzare il verbale. L’agente ha detto: «Visto? L’ho messa io». Ho applaudito. «Bella performance, mi è piaciuta», ho detto. Ho scritto nel verbale che la perquisizione era stata condotta in assenza del mio avvocato, che la polizia entrava e usciva anche se la porta sarebbe dovuta rimanere chiusa a chiave, che il denaro era stato contato senza guanti dall’investigatore e che l’agente di corporatura robusta aveva usato la forza tappandomi la bocca e altro ancora. Ma la violenza non era finita.

C’era un altro problema: i testimoni presenti erano totalmente disinteressati. Mentre la perquisizione era in corso da una parte dell’appartamento, loro si trovavano dall’altra. Uno ha firmato il verbale prima ancora che fosse completato e se n’è andato. L’altro ha detto di avere una persona malata a casa e pure se n’è andato. Siamo rimasti solo la polizia, il mio coinquilino e io. Mi sono state concesse appena 4-5 righe per scrivere le mie obiezioni, erano troppo poche per contenere tutte le infrazioni commesse.

Al mio coinquilino non è stato permesso di scrivere nulla. Ci hanno fatto firmare il verbale, sebbene il mio coinquilino non abbia potuto avvicinarsi alla perquisizione né vedere nulla di ciò che era stato trovato, denaro compreso, che l’investigatore ha contato senza guanti. Quando i testimoni se ne sono andati, l’agente che aveva piazzato il denaro ha detto: «Grazie, caro». Non so a chi si riferisse. Una volta redatto il verbale, ho chiamato i miei gatti per nome. Sono scesi dalla credenza. Li ho baciati e coccolati, ho versato un sacco di cibo nelle ciotole, perché sapevo già che non sarei tornata.

Un mio regalino alla polizia

Io e il mio coinquilino siamo stati portati al Dipartimento di Polizia della città di Baku (BCPD) su veicoli separati. Continuavo a chiedere di lui, dato che non aveva alcun legame con la politica e la sua detenzione mi preoccupava moltissimo. In quel momento, al mio arresto non ci pensavo. Al comando, siamo stati messi in stanze separate.

Nella mia sono entrati quattro agenti in divisa e un uomo in borghese. Uno di loro – credo si chiamasse Hasan – aveva una maschera che gli copriva il viso fino agli occhi, e pure loro erano a malapena visibili. Ma il suo aspetto non aveva importanza; quest’uomo dal colorito pallido – l’incarnazione del male – sembrava godere del suono della propria voce e mi urlava contro con una violenza inaudita. Si era seduto proprio di fronte a me, con gli occhi fissi sui miei, le sue parole quasi mi entravano in bocca. Ha sbattuto la bottiglia d’acqua sul tavolo, bucandola, e l’acqua si è rovesciata addosso a me e sulla scrivania. Ha preteso le password dei miei telefoni e del mio portatile.

Mi sono rifiutata di dargliele. Mi sono rivolta agli altri agenti nella stanza e ho detto: «Toglietemi quest’uomo di dosso». Mi hanno detto con calma di dare le password e che sarebbe andato tutto bene. Mi sono rifiutata ancora. L’uomo che urlava ha lasciato la stanza.

L’agente in borghese ha acceso una sigaretta e si è goduto la scena. «Dacci le password» ha detto. «E tu chi sei?» ho ribattuto. Ha risposto: «Un custode. Chissà cosa ti può accadere. Qui intanto non ti teniamo». Più tardi, l’agente che urlava è tornato. Gli ho fornito delle password sbagliate.

Torreggiava di fronte a me, piegato in avanti. Un altro agente ha lasciato la stanza con le password, è tornato dopo un paio di minuti e ha detto che erano sbagliate. In quel momento il Pallido mi ha preso a pugni in testa. Ogni volta che dicevo «Non le so» mi tirava un pugno. Cinque volte sulla nuca, due in mezzo alla testa e due sulla tempia con la mano aperta.

Vedendo che non cedevo, il “custode” che fumava si è alzato in piedi. Si sono messi ciascuno a un lato della testa e hanno cominciato a tirarmi i capelli in direzioni opposte. Il Pallido ha gridato: «Portate il taser». Hanno portato qualcosa e lo hanno posato sul tavolo. Quando ho continuato a rifiutarmi, ha detto: «Te la rovino, la tua posa da signora».

Quella frase mi ha fatto venire la nausea. Sappiamo da tempo di cosa è “capace” la polizia azera. Inventano accuse, picchiano le persone, commettono atti illegali. A quanto pare, sono anche capaci di minacciare di violentare una donna che hanno accusato. Vorrei precisare: nel 2017 ho avuto un microadenoma al cervello. Era benigno e si trovava vicino alla ghiandola pituitaria. Dopo un lungo trattamento è sparito, ma mi sottopongo ancora a controlli annuali. Ho molte cartelle cliniche e referti di risonanza magnetica che lo confermano. Da quando sono stata picchiata, ho avuto mal di testa persistente, nausea e vomito. Spesso elencano le malattie dei membri dell’opposizione quando vengono arrestati.

Una volta ho letto un commento:

“Perché tutte queste persone dell’opposizione sono malate?” Sì, cari compagni, quando il governo è pessimo, tutti si ammalano.

Ulviyya Guliyeva

Sul portatile che avevano preso da casa mia, avevo un adesivo con la scritta “A.C.A.B”. Sapere che questo messaggio gli si illumina in faccia ogni volta che lo aprono mi fa sorridere. Non potrebbe esserci risposta migliore a ciò che hanno fatto.


La mia voce non si arresta, Ulviyya Guliyeva, a cura di Alessandro Ajres, Giulia De Florio, Simone Guagnelli, Massimo Maurizio e Simone Zoppellaro, Università degli studi di Torino, 2026

Dopo aver seguito per anni come freelance casi giudiziari e violazioni dei diritti umani nel suo paese, Ulviyya Guliyeva, oggi trentaduenne, ha lavorato al 2019 al 2025 per Voice of America. Alla chiusura dell’emittente ordinata da Donald Trump, è seguito subito l’arresto. Ma neanche le minacce e l’incarcerazione hanno fermato il suo impegno, perché, come ha dichiarato di recente, “sono convinta che servire l’umanità sia più importante della libertà fisica.”

L’ebook è scaricabile gratuitamente sul sito dell’Università di Torino. Memorial Italia ha anche lanciato una raccolta fondi per assistere Ulviyya Guliyeva. Si può contribuire a questo link.

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Redazione
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