Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:
IBAN IT73P0548412500CC0561000940
Banca Civibank
Intestato a Meridiano 13
Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.
Raccontare l’arte al femminile attraverso un podcast: la sfida di Francesca La Vigna, autrice di Ona – Artiste dall’est Europa (disponibile anche su Spotify), dieci puntate (per questa prima stagione) alla scoperta di altrettanti volti della scena artistica dell’Europa centro-orientale e dei Balcani. L’abbiamo intervistata.
Francesca, come è nata l’idea del podcast e di raccontare l’arte al femminile?
“Ona” è il risultato di un lungo processo più o meno consapevole, che negli ultimi due anni si è tramutato in un bisogno a cui ho sentito di dare questa forma specifica.
A partire dalle lezioni di storia dell’arte al liceo, ho continuato a coltivare questa passione, visitando con crescente frequenza musei, gallerie e mostre in giro per il mondo. In queste incursioni porto sempre con me un taccuino per annotare spunti di riflessione, nomi di opere, artisti e artiste che mi colpiscono.
Durante gli anni dell’università ho partecipato a numerosi training course e scambi culturali nel Caucaso e nell’Europa centro-orientale, e questo mi ha permesso di scoprire altre realtà che purtroppo si conoscono poco o niente. Poi, nel 2015, durante un viaggio a Riga, mi sono imbattuta nel festival internazionale Survival Kit e d’istinto decisi di scriverci un articolo per il portale East Journal. Così iniziai la mia collaborazione su temi culturali: ho raccontato, ad esempio, della Pop Art in Estonia, del collettivo Slavs and Tatars, dell’Europos Parkas in Lituania o della Neue Slowenische Kunst.
Ho continuato così ad approfondire la conoscenza e, a un certo punto, ho pensato di scrivere una serie di articoli dedicati ad alcune artiste visive. Questo finché non è esploso il fenomeno dei podcast e io stessa ne sono diventata dipendente.
“All’improvviso” arriva un’illuminazione: e se invece di scrivere, raccontassi con la voce qualcosa che normalmente si mostra con immagini e video? Una nuova sfida che mi intimorisce e mi attrae al tempo stesso, ma in mio soccorso arrivano esempi ed esperienze che mi hanno segnata e mi convincono a proseguire su questa strada.
Dei “miti fondatori” del podcast parlo nella puntata introduttiva. Grazie a “Opera d’arte, sì o no? Arte come modo di vivere” di Alberto Tessore scopro Marina Abramović; con “Lezioni di arte contemporanea” di Fabio Sargentini, a cura della redazione di Radio3 Suite in collaborazione con il MAXXI, mi appassiono all’arte povera; infine, grazie a un progetto in cooperazione tra Migrantas, il Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien (Mumok) e l’associazione Nachbarinnen in Wien, ascolto folgorata la reazione di donne immigrate e rifugiate di fronte a opere di arte contemporanea in relazione alla loro biografia. Col senno di poi, aggiungo anche una quarta fonte d’ispirazione, ovvero il podcast “Otto al centro” di Lorenzo Berardi, dedicato a otto grandi donne dell’Europa centrale.
Cerco occasioni e corsi per imparare a concepire e produrre un podcast e, nel frattempo, comincio a fare ricerca e a concretizzare il concetto. La puntata pilota dedicata a Katalin Ladik gira per qualche tempo tra amici per raccogliere commenti e consigli, poi finalmente metto tutti gli ingredienti insieme e mi chiudo nella cucina della creazione. È stato un bel viaggio, che continuerà, da cui ho imparato molto e tratto grande soddisfazione.
Effettivamente, le arti visive e performative sono spesso trascurate nel panorama della divulgazione culturale (di letteratura o di cinema, ad esempio, si parla molto di più). Eppure, a differenza di altre arti, proprio quelle visive superano per loro natura la barriera linguistica e risultano pertanto più “immediate”. Forse il limite è dovuto piuttosto ai nostri scarsi strumenti per comprendere queste arti, soprattutto quando sperimentali? Quanto siamo “alfabetizzati” per poter apprezzare le opere delle artiste che racconti nel podcast?
Penso sia una questione di esposizione, di abitudine e di egemonia culturale. Le opportunità di entrare in contatto con forme artistiche come letteratura e cinema sono maggiori: basti pensare anche all’enorme diffusione delle piattaforme di streaming. L’arte visiva è qualcosa di “nicchia” al confronto.
Dovendo scegliere tra una mostra di nomi già consacrati come Claude Monet, Frida Kahlo o Yayoi Kusama, per citarne un paio, e una di artisti e artiste di cui non si è mai sentito parlare, soprattutto se provenienti da zone geografiche “lontane” dai circuiti tradizionali, se non si ha un interesse specifico o si è curiosi di scoprire, si preferisce andare a colpo sicuro.
Stesso discorso vale anche per enti ed istituzioni che organizzano: non tutti “rischiano”, si tratta di una scelta politica. Su questo le rassegne internazionali come biennali o simili, credo per la struttura della curatela che coinvolge più soggetti, sono luoghi dove si possono aprire finestre su altri mondi, dove poter presentare i lavori di artisti e artiste fuori dai radar.
I linguaggi dell’arte contemporanea sono molteplici, frammentati e non sempre immediati o codificati, e questo rende necessario un lavoro di esplorazione personale, approfondimento e di mediazione. Soprattutto oggi che non ci sono più i movimenti del secolo scorso, ma prevalentemente voci singole, collettivi che operano in modo transculturale o temi più o meno in voga attorno a cui si concentra la ricerca artistica. Spesso poi si sconfina in altri settori, l’interdisciplinarietà aumenta.
L’art pour l’art non esiste più, a volte un’opera è un processo sociale, un’installazione nello spazio pubblico, un esperimento scientifico, qualcosa di immateriale che non sta in un quadro, oppure scorre sui nostri schermi.
Al di là dell’interesse delle singole persone, sta alla divulgazione fare da cassa di risonanza per voci meno conosciute. Per allargare la riflessione, ritengo che le offerte per l’infanzia di musei e fondazioni siano fantastiche rispetto a quanto si propone a un pubblico adulto, con la classica visita guidata. Capisco la logica dietro, ma spesso penso che sia un peccato, perché in fondo hai ragione a dire che non siamo “alfabetizzati” in tal senso. E questo perché ci approcciamo con occhi “inadeguati”, cioè con i canoni dell’arte di altre epoche.
Quanto spesso si sente dire “ma questa è arte?” oppure “ma potevo farlo anche io”? Così come per qualsiasi forma d’arte, anche quella visiva risuona con le nostre biografie, è il prodotto di un contesto storico e ci può aiutare ad orientarci meglio e ad avere nuove chiavi d’accesso. Ha un valore educativo, informativo, catartico e può spingere all’azione.
Come hai scelto le artiste per le puntate?
Andare in giro per mostre è stato il primo contatto diretto con alcune di loro. Questo, ad esempio, è il caso di Katalin Ladik, scoperta al MAXXI di Roma, di Sofiia Yesakova e di Geta Brătescu che mi hanno folgorata a Berlino rispettivamente in una collettiva e in una retrospettiva. Il lavoro di Aida Šehović me l’ha segnalato un’amica che aveva partecipato come volontaria all’edizione di ŠTO TE NEMA a Zurigo, e infine Vlasta Žanić mi ha fatto commuovere a Split (Spalato). Per le altre ho fatto il topo di rete, facendo ricerche, leggendo letteratura specialistica e attingendo ai miei archivi cartacei dei taccuini da borsa.
Quanto sono apprezzate (e quindi note) queste artiste a livello internazionale?
Nel podcast alterno il racconto di artiste consolidate, e purtroppo per la maggior parte scomparse, a quello di altre emergenti. Pur non essendo conosciute al grande pubblico nostrano, tutte le artiste attive nel secolo scorso hanno avuto il loro palcoscenico internazionale.
Nel 1984 Edita Schubert ha sia rappresentato la Jugoslavia alla Biennale di Venezia che avuto una personale alla Biennale di Sydney, e attualmente è in corso una grande retrospettiva presso lo svizzero Muzeum Susch (fino a maggio 2026).
A Maria Bartuszová è stata dedicata una mostra alla prestigiosa documenta 12 del 2007 e alla Tate Modern nel 2022, su cui si può leggere un bell’articolo del Guardian.
Il lavoro The Train di Olga Chernysheva è stato presentato al MoMa di New York nel 2018.
Katalin Ladik è esposta in tutto il mondo e il suo contributo alla poesia fonica è stato consacrato già nel 1977 con la sua partecipazione al festival Text in Sound presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam, mentre la prima grande retrospettiva è stata realizzata nel 2023 dall’Haus der Kunst di Monaco.
Alla morte di Natalia LL, Artribune ha ricordato che l’artista è stata insignita nel 2007 della Medaglia d’argento al merito alla cultura della Polonia.
Dell’attivismo di Smirna Kulenović si legge ampiamente in giornali di lingua inglese e tedesca, come la TAZ o The New East Digital Archive, e nel lavoro di ricercatori italiani, mentre l’iconica performance Our Family Garden (puntata n. 7 di Ona) è stata presentata il 10 dicembre 2025 anche presso la House of European History in occasione del trentennale dalla firma degli accordi di Dayton.
Insomma, a ben vedere sono nomi ben solidi: si tratta “solo” di continuare a spargere la voce. E spero che il podcast possa essere un contributo in tal senso.
A quali storie ti sei affezionata di più e perché?
Per ogni puntata mi sono letteralmente immersa nella biografia delle rispettive protagoniste. Ogni artista, così come il loro lavoro, mi ha colpito per un aspetto particolare, di cui parlo nell’ultima parte, “Che effetto ha l’arte su di noi?”.
Ma ci sono degli aneddoti che piú di altri mi sono rimasti impressi. Ho scoperto con grande piacere di come Maria Bartuszová intendeva l’arte e la sua pratica: come qualcosa di pratico, da vivere. Questo l’ha portata a collaborare con lo storico dell’arte G. Kladek nella conduzione di workshop per bambini disabili e non vedenti nella parte orientale dell’allora Cecoslovacchia. Attraverso la scultura permetteva loro di “vedere”, di entrare in contatto con varie forme e di riconoscerne in tal modo il significato emotivo, creando un momento di condivisione, apprendimento e guarigione.
È stato potente leggere di come è stato prodotto il video del singolo Kalle Llamen di Andrra, ovvero coinvolgendo la sua famiglia. In tal modo è come se avesse dato vita ad una sorta di rito collettivo, per esorcizzare il fenomeno dei matrimoni combinati per giovani donne nelle zone rurali del Kosovo, esperienza vissuta sia dalla madre che dalle sue zie.
Mi ha fatto invece sorridere immaginare Edita Schubert che, infastidita dall’approccio tradizionalista alla pittura insegnato all’accademia, lascia la classe di disegno dal vivo e si mette a ritrarre prese elettriche o tubi. E questi sono solo alcuni esempi.
Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.