“Non tre sorelle”: Čechov in tempi di guerra

Non tre sorelle è uno spettacolo teatrale di Enrico Baraldi che, partendo da Tre sorelle di Anton Čechov, racconta del difficile rapporto degli ucraini con la cultura e la lingua russa a seguito dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. In questo articolo, abbiamo intervistato il regista per riflettere insieme sul ruolo della cultura e del teatro, in un dialogo continuo che sottolinea l’importanza della testimonianza delle tre attrici ucraine protagoniste.

Enrico, parlaci di Non tre sorelle.

Non tre sorelle si iscrive all’interno di una ricerca, partita nel 2015 con Il giardino dei ciliegi, di riflessione su di un autore che, a mio parere, è uno dei più interessanti della letteratura teatrale mondiale: Anton Čechov. Già ben prima che scoppiasse l’invasione su larga scala dell’Ucraina e che il progetto incontrasse il tema della guerra, nonché le attrici ucraine che poi sono entrate nello spettacolo, era pensato come un tentativo di partire da un testo classico che io amo molto e che ho studiato tantissimo nel corso della mia vita nel teatro, per fare un’indagine della realtà.

Ho iniziato a lavorare a Tre sorelle prima del Covid con il teatro Metastasio e con un gruppo di attori e attrici italiani, intrecciando i loro racconti biografici con la storia di Čechov. Il progetto si è interrotto durante la pandemia, ma è stato ripreso dopo: tuttavia, del cast originale soltanto due attrici erano disponibili perché gli altri tre attori erano impegnati in altri progetti.

In quel momento, non sapevo neanche bene come rielaborare la mia riflessione originale sul rapporto tra generazioni e sul macrotema “padri e figli”, che mi sembrava molto più legato ad un’era pre-covid e, ormai, terribilmente superato. Non riuscivo ad andare avanti, e il teatro mi chiamava ogni settimana per chiedermi degli aggiornamenti, e io puntualmente temporeggiavo.

Finché, a un certo punto, il 24 febbraio 2022 è iniziata l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Proprio in quei giorni dovevo chiudere il cast e, invece, sono rimasto incollato davanti al computer, guardando notizie su notizie. In qualche modo, ci siamo tutti un po’ dimenticati cosa sono stati quei giorni, ma io mi ricordo di aver avuto l’impressione che il mondo stesse cambiando irreparabilmente e, almeno per la prima settimana, non sono riuscito a pensare ad altro. È stata una cosa sconvolgente, e mi ha fatto rendere conto di quanto poco sapessi di quello che stava succedendo in quel pezzo di mondo.

Anzi, addirittura io da tiepido frequentatore di aree politiche dell’area più a sinistra avevo nell’orecchio una serie di narrazioni che invece guardavano al Donbas come a una regione in cui si stava consumando un conflitto tra uno stato fascista autoritario e dei movimenti indipendentisti.

Questa è un’altra questione, ma la mia appartenenza a un’area politica che vedeva ancora la Russia socialista come una parte della nostra tradizione e un pezzo della nostra storia politica ha reso l’invasione dell’Ucraina ancora più sconvolgente, perché mi ha costretto a mettere in discussione la mia affiliazione di campo in maniera meno romantica e più critica.

Lo spettacolo è rinato in un contesto mutato dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, durante il quale il più grande dibattito del mondo culturale riguardava la legittimità della diffusione della cultura russa. Com’è stato il processo di rielaborazione di Čechov in tale contesto?

La Russia è un luogo letterario e culturale nel quale io sono cresciuto. Sono stato in Russia due volte prima del 2022, tra l’altro, proprio per studiare Čechov.

Subito dopo l’inizio dell’invasione, hanno iniziato a cancellare una serie di eventi di artisti e scrittori russi come segno di separazione culturale rispetto al mondo russo. La verità è che, inizialmente, io non ho trovato particolarmente brillante questo tipo di reazione: in generale, trovo qualsiasi forma di censura problematica, anche se ci sono dei distinguo da fare e dei casi su cui ha molto senso ragionare.

Per me, era stato abbastanza esemplare quello che era successo all’Università Bicocca di Milano quando avevano cancellato le cinque lezioni su Dostoevskij dello scrittore e traduttore Paolo Nori. Io ero rimasto un po’ indignato, ma era anche perché continuavo invece a desiderare di portare avanti il mio progetto su Čechov.

Poi, un amico che vive a Mosca mi ha mandato una foto di un poster che era apparso in tutte le strade di Mosca che recitava una cosa del tipo “In Europa non vogliono più mettere in scena Čechov, noi invece continueremo a fare Shakespeare!”. Era un manifesto di propaganda che accusava di fare cancel culture. Io, di tutta risposta dentro di me dicevo che al Cremlino non sapevano che noi a Prato e a Bologna stavamo ancora facendo le prove di Tre sorelle.

Contemporaneamente, sono venuto a sapere tramite Matteo Spiazzi, amico e regista, che stavano arrivando in Italia dei gruppi di attrici rifugiate, che provenivano da due teatri di Kyiv con cui lui aveva lavorato diverse volte come insegnante e come regista. In quel periodo, eravamo un po’ tutti convinti che la guerra sarebbe durata un mese, due mesi, tre mesi, massimo fino all’estate, e per questo lui si era messo d’accordo con un seminario vescovile per ospitare, per poco tempo, una cinquantina di professioniste a Verona, offrendo così loro la possibilità di uscire dall’Ucraina e stare in Italia, al sicuro.

Quando si è trovato con il gruppo di attrici ucraine che, irrimediabilmente scosse dalla guerra, non facevano nulla tutto il giorno se non guardare continuamente le notizie su Telegram, ha deciso di chiedere in giro se ci fossero persone disponibili a fare delle attività teatrali, dei laboratori o dei workshop. Mi offrii volontario un po’ per caso, un po’ perché in realtà mi interessava interagire con loro e volevo capire di più della guerra.

Iniziai a fare i laboratori. A un certo punto, un gruppo di ragazze mi chiese su cosa io stessi lavorando, visto che ero un regista, e risposi loro sinceramente: Tre sorelle di Čechov.

È caduto il mondo, perché tutte loro stavano vivendo una fase molto dolorosa di rifiuto totale di qualsiasi cosa legata al mondo dell’aggressore, dalla lingua, alla letteratura e al teatro.

Il dialogo sul tema mi colpì molto: per esempio, tra le attrici ce n’erano alcune che proprio solo un mese prima stavano recitando in teatro a Kyiv Tre sorelle. La violenza di questo strappo identitario mi sembrava il giusto punto di partenza per parlare, attraverso il testo su cui stavo lavorando, della guerra in maniera indiretta e, in realtà, degli aspetti della guerra che coinvolgono dei livelli quasi più profondi, come quello della lingua.

All’inizio, non tutti stavano vivendo la dolorosa condizione di avere dei cari che combattevano al fronte, ma tutti vivevano l’immensa frattura con la lingua e la cultura russa. Una separazione ancora più radicale per gli artisti, e gli artisti di teatro nello specifico. Ho pian piano iniziato a scoprire che in Ucraina, in Russia, e in tutti i paesi del blocco post-sovietico il teatro è davvero un elemento centrale della società, quasi più del cinema e della televisione, e che la cultura in generale è stata, nel corso del tempo, oggetto di grande contesa politica, uno strumento di “soft power”, credo direbbe qualcuno, per cercare di influenzare le comunità e la società.

Per me, era molto interessante sentir loro parlare di tutto questo, sentire loro raccontare anche proprio da un punto di vista emotivo e quasi fisico la loro esperienza e il loro rapporto con la letteratura russa.

Ecco perché, a Verona, a un certo punto ho proposto a tre attrici ucraine, Nataliia, Juliia e Anfisa, di entrare a far parte del nostro progetto e di non fare più un lavoro su Tre sorelle ma su Non tre sorelle, per raccontare la storia dell’incontro tra la nostra compagnia italiana e quella ucraina. Noi non solo partivamo da una posizione di ignoranza, o meglio, di non conoscenza della storia e dei processi politici, ma proprio non sapevamo cosa significasse viversi addosso un conflitto: volevamo, quindi, cercare di empatizzare e di rispecchiarci nelle sofferenze delle nostre interlocutrici, per quanto poi penso che non lo si possa mai fare sino in fondo.

Siamo partiti dalle loro vite, ed è stato molto interessante e commuovente ascoltare i loro racconti su come facevano teatro da piccole e come erano cresciute nel teatro, che è davvero una grandissima parte della vita di quasi tutte le persone in Ucraina, mentre in Italia e in Europa non è così.

Il teatro, come luogo e come linguaggio, è un po’ uno dei protagonisti simbolici dello spettacolo: “Non tre sorelle” inizia, infatti, dalla narrazione dell’esperienza personale delle attrici che scoprono che la guerra è iniziata mentre si stanno preparando a salire in scena a Kyiv. E, in realtà, al teatro è anche legato l’immaginario dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina con la distruzione del teatro di Mariupol’.

La vicenda del teatro di Mariupol’ è assolutamente incredibile. Di recente, tra l’altro, è stato fatto un bellissimo lavoro da Forensic Architecture per ricostruire la dinamica di quello che è successo. Mi ha colpito moltissimo che, dopo circa un anno e mezzo dall’attacco, sono uscite le immagini del teatro in ricostruzione e del cantiere coperto dai ritratti di Puškin, Čechov, Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj.

Ho trovato agghiacciante che una fossa comune, un luogo di devastazione fosse ricostruito quasi in nome della cultura russa, e che essa sia stata strumentalizzata politicamente. Non penso che noi italiani riusciremo mai a capire fino in fondo questo fenomeno, perché è un tipo di propaganda sulla quale non siamo abituati a riflettere.

Nonostante tutto questo, nello spettacolo le parole di Čechov sono un terreno comune su cui confrontarsi. 

Quello che mi interessava era ascoltare la voce ed essere in sala insieme a tre testimoni, ancora prima che attrici, di un fatto storico e politico di cui si stava parlando moltissimo. Volevo andare al di là dei racconti in televisione ed entrare un pochino di più nel campo dell’emotività, ponendo al pubblico le domande che queste persone si fanno rispetto a loro stesse, su cosa sia casa e anche sul futuro, su quello che immaginano per un dopo. Nel 2023 ci immaginavamo, però, che sarebbe finita da lì a poco.

Lo spettacolo, quindi, è anche cambiato in base al proseguirsi della guerra.

Già, mentre facevamo lo spettacolo continuavamo a interrogarci su quanto sarebbe stato attuale, perché pensavamo che la guerra sarebbe finita presto. Purtroppo, invece, lo abbiamo portato in giro per più di due anni e ogni volta ci trovavamo a dover cambiare la battuta del testo in cui Anfisa dice di non aver avuto più notizie di un attore: all’inizio erano tre mesi, poi sono diventati sei mesi, poi un anno e due mesi, adesso sono praticamente tre anni.

Lo spettacolo è cambiato nell’arco del tempo, anzi, le attrici stesse negli anni hanno rielaborato le loro battute, anche perché la loro condizione e la loro visione del futuro è cambiata radicalmente: ora, si sentono più europee però, allo stesso tempo, meno europee di prima.

Ci sono questioni, però, come quella della lingua, che rimangono sempre attuali. Molto spesso si incontra una visione molto semplicistica: in Ucraina, metà delle persone parlano russo, metà parlano ucraino, e vi è l’impressione che quelli che parlano russo siano dalla parte dei russi, e che quelli che parlano ucraino siano più nazionalisti. Tutto questo in realtà non è vero, e per chi ha speso più di una mezz’ora nel cercare di approfondire la questione capisce subito che è una falsificazione propagandistica russa.

Leggi anche: L’ucraino non è russo. Il ricco puzzle linguistico dell’Ucraina

La verità non è così semplice. E, proprio per questo, è straziante pensare alle conseguenze del fatto che da un giorno all’altro quella che è la tua lingua, la lingua con cui sogni la notte, con cui pensi, con cui parli con i tuoi genitori diventi la lingua del tuo nemico, di un aggressore.

Questo secondo me è un dato con cui per noi è difficilissimo empatizzare, perché non abbiamo gli strumenti empatici, personali e storici per poter capire le dinamiche che riguardano paesi in cui la situazione è molto più complessa e complicata della nostra. In Italia e, in generale, in Europa abbiamo infatti un quadro molto diverso della presenza (o la compresenza) all’interno degli stessi confini di più gruppi etnici, religiosi, e dei fenomeni migratori.

Forse è questo che ci porta magari a fare delle scelte di campo. Al di là di tutto, il punto del mio spettacolo non è però convincere le persone filorusse a essere meno filorusse o discutere di temi quali il riarmo, ma di entrare in un quadro umano e di raccontare una vicenda puramente umana che riguarda tre ragazze che fanno le attrici.

L’uso della lingua all’interno dello spettacolo, nello specifico l’uso di quattro lingue diverse (l’ucraino, l’italiano, il russo e l’inglese) ha un significato ben preciso all’interno della narrazione. Soprattutto, la lingua russa viene utilizzata dalle attrici solo quando parlano di e con Čechov.

Esatto. Dato che non avevamo nessuna lingua in comune se non l’inglese abbiamo voluto tenere traccia di questo in quelle parti dello spettacolo in cui c’è una dimensione di ricerca comune di un dialogo. Le attrici italiane, invece, raccontano in italiano quello che è stato il loro percorso d’incontro con un altro mondo. Juliia, Nataliia e Anfisa utilizzano la loro lingua, l’ucraino, anche come affermazione politica: tra l’altro, per un pubblico italiano è molto difficile distinguere quando si parla russo o ucraino, e per questo abbiamo fatto di tutto per specificare nei sottotitoli in che lingua si parlasse, soprattutto quando si parlava russo.

L’unica che utilizza il russo è Nataliia, quando parla direttamente con Čechov, in un monologo in cui interagisce con il poster di lui che si trova in scena spiegandogli che parlerà nella sua lingua, affinché lui capisca, parlerà in russo nonostante questo sia per lei incredibilmente doloroso. Ormai, dopo quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, alcune persone hanno iniziato a riparlare in russo in privato, ma farlo in scena, davanti a un pubblico (ora come allora), è un gesto estremamente forte.

Allo stesso tempo, è anche un tentativo di comunicare con l’altro lato, anche se a un certo punto Nataliia si rifiuta di continuare la conversazione, affermando di non voler parlare più con Anton Čechov, anche se lui continua a parlarle, anche se Tre sorelle è un testo che conosce molto bene, anche se sa benissimo che c’è un personaggio, Ol’ga, che vive delle emozioni che trova molto vicine a quello che sta vivendo lei, la separazione da casa.

In qualche modo vi è un tentativo di ammettere un’appartenenza che non si può negare, ma che assume un significato diverso e racconta che i processi storici e culturali non siano definiti o finiti. Viviamo ancora nella storia, nonostante ci sia chi ha scritto, Fukuyama, che la storia era finita dopo la caduta del muro di Berlino: e ce ne siamo accorti con il Covid, con l’invasione dell’Ucraina, con il sette ottobre. Siamo completamente immersi nella storia, e ad essa è legata la cultura, che muta con il procedere della storia stessa.

La perdita di senso nei confronti della cultura e della lingua russa che gli ucraini provano di fronte alla guerra trova corrispondenza nelle parole dello stesso autore e nel divenire dello spettacolo: la stessa canonica battuta “A Mosca, a Mosca, a Mosca!” viene pian piano desemantizzata, diventando simbolo dell’aggressione, sovrapponendosi con il desiderio delle attrici ucraine di fare ritorno a Kyiv e, in ultimo, prendendo il significato della parola italiana omonima “mosca, insetto”.

Sì, quella battuta sulla mosca è il punto di arrivo della perdita del senso, a un certo punto, nulla ha più significato e “mosca” diventa un gioco di parole. Susanna, l’attrice che suona il pianoforte e recita quel monologo assurdo, esprime una paralisi, un’impossibilità di sapere cosa fare che fa riferimento anche alla sua esperienza personale, perché era la persona forse più tranquilla nel recitare Čechov con delle ucraine e poi si è resa conto, in tutta la sua intensità, della realtà dolorosa che vi era per loro dietro.

Alla fine, però, la perdita di senso nei confronti della cultura e della lingua russa si è trasformata in qualcosa di creativo.

Diventa un gesto di comunione e di comprensione reciproca. Magari era una metafora banale, ma a un certo punto dello spettacolo le attrici prendono i copioni di Čechov e li mettono dentro un tritacarte, perché bisognava distruggere le prove del fatto che noi stessimo recitando Čechov. Quella stessa carta tritata diventa poi neve e ritorna in forma di poesia. Infatti, in qualche modo abbiamo voluto far sopravvivere il testo e abbiamo, alla fine, deciso collettivamente di far chiudere a Čechov lo spettacolo proiettando, senza pronunciarne le parole, le ultime tre battute di Tre sorelle. Leggendo insieme, infatti, ci siamo accorti di quanto quelle battute contenessero il senso della cosa che stavamo facendo:

“Verrà un giorno in cui tutti sapranno la ragione di tutte queste sofferenze, non ci saranno misteri, intanto bisogna vivere…”

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Sofia Mischi
Sofia Mischi

Neolaureata del master in East European and Eurasian studies (MIREES) presso l’università di Bologna. S’interessa della storia, politica e cultura dello spazio ex sovietico, specialmente del Caucaso. Attualmente, vive tra Milano e Tbilisi.