“STANati”, una newsletter in italiano sull’Asia centrale: intervista al suo autore

Tra le proposte divulgative in italiano sull’Asia centrale troviamo STANati, una newsletter settimanale a cura di Davide Cancarini. Abbiamo parlato di questo progetto e dell’attualità nella regione con il suo autore.

Da dove nasce il tuo interesse per l’Asia centrale e quando hai iniziato a occupartene?

Mentre studiavo scienze politiche mi sono appassionato alla politica energetica e alla messa in pratica delle teorie di relazioni internazionali in varie regioni del mondo. Per questo motivo nel corso dei miei studi mi sono occupato prima della politica energetica della Turchia e poi ho concentrato la mia tesi di dottorato su quella del Turkmenistan dopo la fine dell’Unione Sovietica.

All’epoca il gas naturale liquefatto costava moltissimo e quindi bisognava per forza costruire dei gasdotti. Ovviamente i gasdotti hanno una serie di implicazioni geopolitiche importanti, anche se in questi giorni la cronaca smentisce questa idea.

Ho iniziato a occuparmi di Asia centrale, inizialmente, in questo modo, poi mi sono appassionato sempre di più alla regione dal punto di vista politico e ho ampliato il mio sguardo sugli altri paesi dell’area.

Finito il mio percorso accademico, ho cambiato settore. Ma ho anche iniziato a coprire la regione dal punto di vista giornalistico, un giornalismo il più possibile approfondito, al contempo divulgativo e accessibile a un pubblico ampio. 

L’Asia centrale è una regione abbastanza marginale, ma molto complessa da vari punti di vista: storia, politica, lingue, eccetera. E, dal mio punto di vista, è una regione che da tanti margini per incuriosire le persone.

La vedo come una sorta di laboratorio di alcune dinamiche che accadono lì e potrebbero accadere altrove. Tante delle cose che vedo succedere in Asia centrale potrebbero essere sintomatiche di dinamiche più ampie che magari si manifesteranno solo in seguito in altre aree del mondo.

Perché hai deciso di lanciare la newsletter STANati (con social annessi) e che pubblico ti prefiggi di raggiungere?

STANati nasce dal fatto che tanti degli spunti interessanti che possono essere trasmessi a un potenziale pubblico non trovano spazio sui media tradizionali. Io ho delle collaborazioni abbastanza frequenti con alcuni media nazionali e internazionali ma, per ogni articolo che riesco a pubblicare, tre-quattro proposte vengono rifiutate.

Ero frustrato dal fatto di avere questo capitale di storie e spunti interessanti e non riuscire a raccontarli. E quindi mi sono detto: perché no? Visto che avevo il tempo di farlo, ho deciso di sfruttarlo per raccontare la regione con un progetto personale e tenendo vive le collaborazioni per le notizie più forti.

Mi sono poi reso conto che non ci sono molte newsletter sull’Asia Centrale in italiano. Anche questo è un elemento: decidere di scriverla in italiano è una scelta. Mi prefiggo di raggiungere un pubblico di lettori italiani. Non voglio farla in inglese, perché in inglese ce ne sono molte, e fatte molto bene, da giornalisti sul campo.

La mia è una newsletter pensata per fornire gli elementi base di comprensione della regione ma con una certa profondità di analisi. Ovviamente si può fare il passaggio successivo e leggere il lavoro di altri colleghi.

Passando all’attualità di queste settimane, come viene percepita la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Asia centrale e le conseguenti scosse sul mercato dell’energia?

Negli ultimi anni gli stati dell’Asia centrale hanno cercato di essere amici di tutti e nemici di nessuno, per questo motivo hanno avuto reazioni molto prudenti ai recenti avvenimenti.

C’è anche sicuramente un timore di contagio. Contagio a livello di instabilità: anche se l’Iran confina solo con il Turkmenistan, gli altri paesi sono poco lontano. E questo è sufficiente affinché i paesi della regione rischino di essere visti come instabili da parte di potenziali investitori.

Il presidente del Tagikistan e quello dell’Uzbekistan hanno mandato delle congratulazioni alla nuova guida suprema iraniana. Di contro, il presidente del Kazakhstan ha espresso grandissima solidarietà ai paesi del Golfo (Emirati Arabi e Qatar) colpiti dai droni e dai missili iraniani. In queste dichiarazioni ho notato grande attenzione e pragmatismo.

Questa situazione, per me, mette poi in luce tantissimo il fallimento della politica di differenziazione delle esportazioni del Turkmenistan. Sostanzialmente, oggi esporta solo verso la Cina. Se nel corso degli anni fosse stato in grado di far sedere a un tavolo i paesi che affacciano sul Mar Caspio, e si fosse veramente costruito un gasdotto verso l’Unione europea con il gas naturale turkmeno, come ha fatto l’Azerbaigian, sarebbe in una situazione migliore.

Come tutti gli attori più o meno coinvolti, sperano che la situazione si risolva il prima possibile. Non fa gioco all’Asia centrale il fatto che ci sia questa destabilizzazione continua.

Come questa crisi può influenzare i rapporti tra Unione europea e i paesi dell’Asia centrale? La regione potrebbe affermarsi come fonte alternativa di energia e materie prime?

Il potenziale sicuramente c’è in campo energetico e logistico. Ma, se nel secondo ambito la geografia aiuta, nel primo costituisce un ostacolo.

Due esempi legati all’energia. Il Kazakhstan è uno dei principali produttori di idrocarburi al mondo, ma circa l’80% del suo petrolio passa dal territorio russo per raggiungere il mercato internazionale. O ancora, tra le grandissime riserve di gas naturale turkmeno e il potenziale mercato europeo c’è di mezzo il Mar Caspio.

Il discorso si inverte se guardiamo all’Asia centrale come territorio di transito. Sono territori e regimi molto stabili (anche se questa stabilità è spesso sinonimo di repressione per le popolazioni locali) e ciò consentirebbe di mettere in campo dei progetti infrastrutturali a lungo termine. Inoltre, essere a cavallo tra est e ovest di territori enormi e sostanzialmente disabitati rende facile costruire infrastrutture.

Chiaramente, se il puzzle si componesse perfettamente e la Russia mettesse fine alla sua invasione dell’Ucraina e rientrasse in qualche modo nei consessi internazionali, e se l’Iran si stabilizzasse, allora a quel punto per l’Asia centrale potrebbe aprirsi un altro scenario.

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Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.