Intervista a Joshua Evangelista, autore di “Sarajevo”

Nel corso dei secoli Sarajevo è stata ponte tra Oriente e Occidente, dove si mescolavano lingue e preghiere, mercati e alfabeti, e dove, per un momento, l’utopia jugoslava sembrò realizzarsi. Oggi la Bosnia ed Erzegovina resta divisa, la minaccia del conflitto continua a serpeggiare, ma Sarajevo sfugge a ogni geometria politica. Sarajevo di Joshua Evengelista (Paesi Edizioni) prova a raccontarla attraverso le voci di chi la abita. Abbiamo intervistato l’autore
Joshua Evangelista, perché un libro su Sarajevo in questo momento? Come lo hai strutturato e quali temi hai coperto?

L’idea del libro è nata prima della grande attenzione ricevuta quest’anno dalla Bosnia grazie alla ricorrenza del trentennale di Srebrenica e della firma degli accordi di Dayton. Il percorso nasce dal documentario Zemlja, la memoria divisa [realizzato assieme a Tatjana Dordević], che indaga come i giovani in Bosnia vivono la memoria della guerra pur non avendola vissuta, attraverso principalmente i ricordi dei genitori o studiandola a scuola. Come ben sappiamo, in Bosnia ci sono almeno tre storie che vengono insegnate nelle scuole, con programmi e libri di testo diversi che in alcuni casi esaltano persone che per i tribunali internazionali sono criminali di guerra, come Karadžić, che viene presentato come poeta.

Lavorando su questo documentario, sono stato molte volte a Sarajevo nell’ultimo anno e mezzo e mi sono reso conto che è una città che sta conoscendo un turismo di massa pazzesco. È un turismo mordi e fuggi: secondo i dati dell’ente del turismo della Federazione, in media i turisti si fermano appena due giorni nel paese.

Ci sono due tipi di turismo: da un lato, quello europeo, guidato da una voglia voyeuristica di vedere come si viveva sotto l’assedio; dall’altro, quello proveniente dai paesi del Golfo e dalla Turchia, che cerca l’esperienza europea ma nella comfort zone di un contesto musulmano.

Lo si nota in particolare nella Baščaršija, il centro storico ottomano, dove sembra di stare in tutto e per tutto a Istanbul, tanto che molti negozi di artigianato e dolciumi oggi sono gestiti da turchi e si rivolgono al mercato turco. La baklava che vi si vende, ad esempio, non è quella tradizionale balcanica, ma quella di Istanbul. O ancora: ci sono i gelatai che fanno il gioco del cono inverso. O il narghilè fumato nei locali, il che non è culturalmente riconducibile alla Jugoslavia. 

Mi piaceva dunque l’idea di fare una contro-guida di Sarajevo, raccontata dai sarajevesi, che si basasse sulla storia – infatti parto dalla fondazione della città per arrivare ai giorni nostri – ma si svolgesse in maniera stratificata attraverso i racconti di amici e conoscenti, mettendo insieme un mosaico di voci che restituisce quella città-stato multiculturale che di certo in due giorni di visita non si può conoscere. 

C’è una domanda di fondo: della narrazione multiculturale su cui si basa il racconto della città, che era ad esempio alla base delle Olimpiadi del 1984, dell’idea della “Gerusalemme d’Europa”, cosa rimane oggi? Il libro vuole andare oltre gli stereotipi. Così a emergere è una Sarajevo molto stanca, ma anche il forte soft power turco che sta di fatto modificando le abitudini sarajevesi, ma anche la corruzione o la questione della distribuzione dei fondi europei nei progetti infrastrutturali e così via. 

Il filo conduttore del libro è costituito dalla Haggadah di Sarajevo [manoscritto sefardita unico al mondo]. La storia, in breve, è questa. Nel medioevo è una famiglia ricca ebrea di Barcellona a possedere questo libro sacro; quando poi gli ebrei vengono espulsi dalla Spagna, la famiglia scappa e porta con sé il libro, che da lì in poi seguirà un percorso stranissimo. A un certo punto arriva a Venezia, dove l’Inquisizione vorrebbe bruciarlo, ma un prete lo salva. Da qui giunge forse a Salonicco o a Smirne, ma quel che è noto è che a un certo punto arriva nelle mani di questa famiglia di ebrei sefarditi sarajevesi dal cognome Cohen.

La comunità ebraica a Sarajevo era importantissima in città, basti pensare che prima della Seconda guerra mondiale il 10% della popolazione parlava il ladino. Alla morte del padre Cohen, il figlio pieno di debiti vende questo libro, un libro unico con rimandi anche al mondo islamico e a quello cristiano. Si presenta così dai curatori del nuovo museo di Bosnia ed Erzegovina inaugurato dagli austriaci e lo vende.

Gli austriaci lo spediscono a Vienna, dove viene “restaurato” in maniera un po’ grossolana per poi tornare a Sarajevo. Durante la Seconda guerra mondiale i nazisti si fanno accompagnare dagli ustascia al museo perché vogliono creare un giorno un museo del popolo estinto, dove verranno ospitate tutte le opere legate alla comunità ebraica.

Vogliono dunque prendere l’Haggadah. Uno dei curatori del museo tuttavia, Derviš Korkut, lo nasconde. Secondo la leggenda, questo libro viene portato in un villaggio fuori Sarajevo e nascosto in una fattoria. Durante il periodo comunista, del libro si sa poco. Invece è noto che nel corso dell’assedio un piccolo gruppo di poliziotti e studiosi, recuperano questo libro sotto le bombe e lo portano via, nascondendolo dentro la Banca nazionale. Nel 1995 quando la comunità ebraica festeggia la Pasqua, questo libro viene tirato fuori. La storia dell’Haggadah segue dunque un po’ la storia di Sarajevo.

Vista su Sarajevo (Meridiano 13/Matteo Pioppi)
Come ti è venuto in mente di usare l’Haggadah come filo conduttore?

Per scrivere questo libro ho intervistato persone di tutte le sfere della società sarajevese, dai politici agli operai, dai reduci di guerra ai giovani. Una parte importante era proprio legata ai musei, che oggi a Sarajevo soffrono molto per mancanza di investimenti. 

Il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina, che è di per sé bellissimo, ospita tuttora l’Haggadah, che però è visibile solo poche volte alla settimana per un’ora al massimo per ragioni di conservazione. Qui una guida entusiasta, innamorata del libro, quando ero lì ha raccontato a me e al piccolo gruppo di turisti che erano con me la storia dell’Haggadah. E lì mi sono detto che questo libro era Sarajevo, perché, pur non essendo stato scritto a Sarajevo, con la sua storia racconta la lotta per la difesa della diversità che dall’esterno si è sempre cercato di distruggere e che però in maniera testarda ha resistito, che tuttora resiste all’incuria e alla mancanza di fondi. 

Parlando di sofferenza del settore museale, mi vengono in mente invece tutti i “musei della sofferenza” che nascono invece su base privata come funghi a Sarajevo per soddisfare quel turismo mordi e fuggi di cui parlavamo prima. Musei che d’altronde si inseriscono in quell’immagine stereotipata e reiterata da trent’anni della Bosnia come di un luogo sempre e solo legato agli anni Novanta. Di com’è la Bosnia trent’anni dopo si parla poco, emerge poco. Come si fa strada questa “nuova Bosnia” nel tuo libro?

Attraverso il racconto dei ragazzi e delle ragazze, studenti universitari, che mi hanno accompagnato nei luoghi dove si incontrano, negli spazi della loro controcultura, ma anche in quelli della cultura tradizionale. Ho notato davvero tanta voglia tra gli universitari di avere a che fare con gli internazionali. In un momento in cui per loro emigrare è difficilissimo, se non per andare a lavorare in un bar in Germania o attraverso qualche borsa di studio, a differenza dei coetanei europei liberi di spostarsi, loro hanno moltissima voglia di rimanere agganciati, pur restando a Sarajevo, al resto del mondo. 

Da un lato, c’è fastidio da parte loro nel sentire che tutto ciò che è legato al loro paese viene sempre riportato alla guerra; d’altra parte, però, sono consapevoli che la generazione più grande, quella che ha fatto la guerra, gli ha consegnato un paese povero, corrotto e disfunzionale. Vogliono esprimere il loro punto di vista e la loro totale sfiducia nella classe politica. Politica che è portata avanti da dinastie che utilizzano la narrazione della guerra per mantenere il potere.

Sono calcoli elettorali derivati anche dalla demografia forse. Lo spopolamento rapido che ha subito la Bosnia si traduce anche in un calcolo elettorale che è indirizzato soprattutto alle fasce più anziane, che difficilmente emigrano e sulle quali può fare presa un discorso “di pancia” incentrato sulla guerra.

Però c’è da dire che l’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karić [sindaca dal 2021 al 2024] è nata nel 1991 ed è stata raccontata all’estero come un elemento di rottura. E per molte cose lo è stata.

Eppure, ha reiterato la solita narrazione, puntando molto anche sulla parte religiosa. C’è un caso molto concreto: l’eccidio di Kazani da parte dell’esercito bosgnacco. C’era la possibilità di fare un monumento che riconoscesse questa grande macchia. Il monumento che è stato eretto però non cita chi ha perpetrato il crimine. C’è solo scritto “in ricordo delle vittime”. Ti fa capire che purtroppo anche i più giovani, quando entrano in politica, reiterano le stesse dinamiche.

Evidentemente è qualcosa che hanno introiettato. Anche perché è una questione estremamente capillare, che abbraccia moltissimi settori. Quando si parla di corruzione o di problemi economici, ecco che si spiega tutto con la guerra, per dire. È come trovarsi in un ascensore bloccato tra un piano e l’altro.

È vero. Aggiungo però che ho passato del tempo con i responsabili della fondazione Divjak e giustamente loro dicono che questa non è la Bosnia per cui loro hanno combattuto, che sono arrabbiati per come è andata con gli accordi di Dayton, perché erano convinti di riuscire a prendere il paese e mantenere quel “multi-multi-multi” che era alla base del paese che avrebbero voluto. Detto questo, dicono anche che però è troppo facile rimanere ancorati a quella problematica lì, benché stia senz’altro alla base. La verità, dicono loro, è che nessuno ha voglia di cambiare. Non fa comodo a nessuno il cambiamento. A nessuna frangia politica. Reiterare il vittimismo funziona di più. 

D’altro canto, molti analisti bosniaci dicono che l’Europa, che ora si limita a dire che Sarajevo non rispetta gli standard per accedere all’Ue, in realtà con la guerra in Ucraina e la grana di Gaza ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo. 

In tutta questa negatività, nel libro però cito tante associazioni e movimenti dal basso che provano a fare delle cose molto belle in campo sociale e artistico e che sarebbe davvero ingeneroso non citare. L’idea della Sarajevo multiculturale degli anni Ottanta prova a resistere grazie a loro.

Le altre città della collana di questo editore sono Pietroburgo, Teheran, Pyongyang, Istanbul. In questo quintetto Sarajevo può sembrare quella meno dinamica. Come hai convinto l’editore a inserirla nella collana?

Io ho puntato su uno dei famosi discorsi che fece Langer, un discorso del 1995, fatto poche settimane prima che si togliesse la vita. Allora disse che “l’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Io veramente credo che il modo in cui, da fine Ottocento a ora, l’Europa si è interfacciata con Sarajevo racconta l’Europa stessa. È una sorta di specchio. Infatti, la chiamo “metronomo d’Europa”. 

Secondo me, vale la pena parlare ancora oggi di Sarajevo, perché in questo momento specifico ti racconta dell’unico paese in Europa la cui Costituzione è un allegato di un accordo di pace. Perché è l’unico Paese che ha un governo tripartito e sopra questo governo c’è un Alto rappresentante i cui limiti di azione non sono mai ben chiari. Ed è un paese che, ciononostante, sta seguendo un percorso di integrazione europea. Poi è una città che ci interroga perché a Sarajevo c’è stato il più lungo assedio dalla Seconda guerra mondiale. Da Sarajevo è nata – almeno secondo la narrazione tradizionale – la Prima guerra mondiale. 

Il nostro interrogativo su come interfacciarsi con l’Ucraina riecheggia molto il dibattito degli anni Novanta attorno alla Bosnia. Anche all’epoca il mondo pacifista si era frammentato; questo aveva mandato in crisi un intellettuale come Langer che si interrogava sui limiti del pacifismo, su quando il pacifismo diventa immobilismo. Tutte domande aperte che ci sembra di farci oggi per la prima volta, quando invece è già tutto successo, a Sarajevo.

A me pare che il paragone ancora più lampante sia quello con Gaza, in realtà. Una tragedia che avviene davanti agli occhi di tutti e rispetto alla quale c’è l’ignavia della politica. Mentre con l’Ucraina si è presa subito una posizione ufficiale di sostegno al paese aggredito, ad oggi rispetto a Gaza la politica ufficiale è completamente scollegata dal sentimento di chi dal basso ha coscienza di quanto avviene in Palestina.

Mi tocca fare uno spoiler. Il libro inizia con l’Haggadah e finisce con l’Haggadah, con una chiacchierata surreale che ho avuto con il direttore del museo che si è inventato questa follia: un museo disastrato, che non riesce a pagare gli stipendi ai dipendenti, che lavora quasi come una Ong, mentre dovrebbe essere il Museo Nazionale di Bosnia ed Erzegovina, ha scelto di devolvere tutti i soldi extra che guadagna con l’Haggadah – dal merchandising alle visite guidate – a Gaza.

Apriti cielo: la comunità ebraica internazionale ha subito parlato di antisemitismo. La piccola comunità ebraica locale si è trovata in forte imbarazzo: mentre è stuzzicata a livello internazionale perché prenda posizione, in privato esprime sostegno al direttore del museo. Il direttore, che da giovane è stato un poeta punk, mi ha detto: “Tutto quello che succede a Gaza io l’ho già visto, l’ho già vissuto. E ho vissuto il fatto che lì non c’è solo un genocidio. Vogliono distruggere l’identità e la cultura locale, proprio quello che volevano fare con noi. Io la notte voglio dormire tranquillo e quindi questi soldi li devolvo”.

A proposito di collegamenti, di echi che ritornano, parlavamo poco fa del turismo della sofferenza e mi è venuta in mente la questione dei cecchini, dei safari del weekend attorno alla Sarajevo assediata.

Per puro caso io nel libro, che ho consegnato prima dell’uscita della notizia dell’inchiesta della procura di Milano, accenno a questa cosa. Inizio un capitolo del libro, che si chiama proprio “Il turismo delle ferite”, dicendo che questo turismo in realtà era già nato negli anni Novanta, solo che lì si andava per sparare. 

Mi ha molto colpito il fatto che questa inchiesta sia stata vissuta in maniera estremamente intensa in Bosnia. È uscita su tutti i giornali e in modo forse ingenuo mi aspettavo che i bosniaci reagissero con indifferenza, conoscendo già la storia. Forse, suppongo, lo choc è legato al fatto che, nel momento in cui c’è un procedimento giudiziario, tutto questo smette di essere solo una parola, una voce, non è più un “sentito dire”, è una ferita che si riapre.

Ti faccio un’ultimissima domanda. C’è qualche altra città che vorresti raccontare, rimanendo nei Balcani?

No, però ti posso dire un’altra cosa. C’era un capitolo del libro che l’editore ha tolto, ma che ritengo potrebbe dare il “la” a un altro lavoro. Era un capitolo su come Banja Luka vede Sarajevo.

Sarajevo di Joshua Evangelista, Paesi Edizioni, 2025

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Martina Napolitano
Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.