Sarajevo Safari: la nausea e la distanza. Eravamo noi a sparare

In questi giorni è rimbalzata sui media italiani una notizia legata ai Sarajevo Safari, che ha destato grande stupore nel pubblico. La procura di Milano ha infatti aperto un procedimento verso delle persone italiane accusate di aver preso parte a dei safari umani, sparando su civili inermi dalle alture della Sarajevo assediata, come in una sorta di perverso videogame, come in una distopia che oggi scopriamo reale (a titolo esemplificativo potete leggere questo articolo della RAI).

Senza dilungarsi su cosa è stato l’assedio di Sarajevo, per il quale vi rimandiamo alla nostra apposita sezione, vogliamo centrare l’obiettivo su quello che è emerso in questi giorni. Già si sapeva – quasi in contemporanea a quando quei fatti accadevano – che c’erano persone che da stati esteri si recavano nella Bosnia in guerra (ne parla anche lo scrittore Emmanuel Carrère in Limonov). Gli veniva messo un fucile in mano perché potessero divertirsi a sparare sulle persone che, nonostante fossero strette in una morsa mortale, provavano a vivere la loro normale vita di cittadini della capitale bosniaca. Ovviamente questo avveniva sotto lauto compenso.

Del documentario che racconta dei Sarajevo Safari abbiamo parlato in questo articolo.

Il coinvolgimento italiano

Il vero motivo per il quale questo caso è tornato sotto i riflettori, è che fra questi cecchini della domenica ci sono stati anche italiani. Quanti? Difficile dirlo e insignificante nel complesso. C’erano e tanto basta per farci capire quanto l’orrore abitasse nella casa accanto alla nostra, nel capo che ci dava ordini a lavoro, nel compagno di bevute. È stato descritto come un passatempo – perverso – per ricchi imprenditori annoiati.

Da quando la notizia è uscita, abbiamo dovuto fare i conti con qualcosa di inatteso. Da una parte lo schifo, la nausea, il dolore per una ferita mai del tutto rimarginata, ovvero ciò che è successo a Sarajevo. Dall’altra la consapevolezza, nascosta sotto il tappeto, che c’eravamo anche noi, che non eravamo puliti. La nostra complicità non si limitava solo all’inazione, al non intervento, ma sparavamo e lo facevamo per divertimento.

Sarajevo Safari - Shooting Sarajevo
Unimmagine dal libro Shooting Sarajevo, di cui abbiamo parlato qua

Magari qualcuno a Sarajevo provava a fuggire, a cercare una vita migliore. Aveva pagato soldi a qualche stronzo per lasciare l’assedio e un signor Rossi, dopo aver chiuso il suo stabilimento in Italia per il fine settimana, lo metteva nel mirino e chiudeva per sempre la vita di una o due persone, che avevano l’unica sfortuna di essere nati in una città martoriata.

Non ci si stupisca, cercando bene si scopre che il turismo in zone di guerra è un mercato florido e c’è domanda (e di conseguenza un’offerta – con pochissime remore etiche). Certo c’è differenza fra portare le persone a sparare e portarle a fare un’esperienza molto forte. Ci sentiamo però di prendere le distanze anche da questo secondo modo di mercificare i conflitti.

Non lo hanno fatto gli altri

La nostra pretesa di alterità svanita come una bolla di sapone. Sulle colline della città a sparare sulla gente che cercava l’acqua, che provava a trovare il cibo c’eravamo anche noi. E questo choc ci ha causato un rimescolamento di sentimenti complessi e neri come la notte, “s’incunea crudo il freddo”, ma stavolta a tremare siamo noi, “come creatura”.

Dalla nostra bolla di appassionati di Balcani si levano alcune voci che dicono: “lo scoprite solo ora?”. “Di cosa vi stupite?” Crediamo che questo non sia il momento di dividere il grano dalla zizzania. In questo tempo c’è bisogno della voce di tutti, del lettore stupito che non riesce a capacitarsi, di colui che sperava che non fosse vero e cade dal suo piedistallo di illusioni. C’è bisogno del post su Facebook, c’è bisogno della testata generalista che parla di una cosa che sapevamo tutti (noi della bolla). 

Le (auto)assoluzioni sul comportamento di un popolo in guerra (sua o altrui) sono un pericoloso meccanismo di scuse. Sono la creazione di un’alterità all’acqua di rose, che ci permette di dormire tranquilli, ma non ci fa davvero capire chi siamo. C’è bisogno di prendere coscienza che non siamo diversi, che anche noi siamo capaci di tutto e solo da questa consapevolezza può partire la nascita di una sana presa di distanza, di una vera alterità. Noi siamo diversi da chi andava a sparare sulla gente perché vogliamo essere diversi, non perché lo siamo etnicamente o ontologicamente. Siamo le stesse persone, fatte allo stesso modo, ma scegliamo di portare aiuti, invece che pallottole.

Speriamo che il disgusto destato da questa notizia sia l’occasione per una sensibilizzazione del grande pubblico. Che sia una lezione alla persona della strada, che possa avere uno strumento in più per capire che possiamo essere il peggio del peggio, ma possiamo anche scegliere di non esserlo.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".