Gli accordi di Dayton hanno fermato la guerra ma non hanno costruito la pace

Buongiorno. Circa un’ora fa ho parlato con il Segretario Christopher [Warren] a Dayton, Ohio. Mi ha informato che i Presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia hanno raggiunto un accordo di pace per porre fine alla guerra in Bosnia, il peggior conflitto in Europa dalla Seconda guerra mondiale. […] Il popolo della Bosnia ha finalmente la possibilità di abbandonare l’orrore della guerra e di abbracciare la promessa della pace. […] Il piano di pace concordato preserverebbe la Bosnia come uno Stato unico. […] Ci sarà un governo centrale efficace…

Con queste parole, il 21 novembre 1995 il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton annunciava al mondo intero la fine definitiva della guerra in Bosnia ed Erzegovina con il raggiungimento di quelli che sarebbero passati alla storia come gli “accordi di Dayton”. Una “promessa di pace” confermata un mese dopo a Parigi con la firma ufficiale dei tre leader nazionali (Slobodan Milošević per la Serbia, Franjo Tuđman per la Croazia e Alija Izetbegović per la Bosnia ed Erzegovina). Una pace che ha avuto il merito di far tacere le armi ma che, a distanza di trent’anni, si è dimostrata inadatta a creare quello “Stato unico” con un “governo centrale efficace” enfaticamente promesso da Clinton.

Conferenza stampa del presidente statunitense Bill Clinton che annuncia il raggiungimento della pace in Bosnia ed Erzegovina (William J. Clinton Presidential Library / Youtube)

Il colpo di coda del Novecento

La pace raggiunta dopo tre settimane di trattative nella base militare di Wright-Patterson Air Force a Dayton, nell’Ohio (Usa), chiudeva una delle pagine più buie della recente storia europea e mondiale: oltre 250mila vittime, più di 3 milioni di sfollati, interi paesi distrutti, campi di prigionia e legami familiari spezzati per sempre. Questo il bilancio delle guerre jugoslave tra il 1992 e il 1995.

Nei Balcani, il Novecento aveva mostrato, di nuovo, il suo lato più brutale. Il nazionalismo era tornato alla ribalta nella sua versione più autoritaria, basato sull’idea di purezza e omogeneità etnica, di scontro inevitabile tra mondi inconciliabili, capovolgendo e travolgendo quanto costruito con fatica in quarant’anni di “fratellanza e unità” jugoslava. La religione, fino ad allora marginalizzata nel discorso pubblico, era stata utilizzata per riesumare vecchi nemici e radicalizzare le masse nel tentativo, fin troppo riuscito, di creare nuove alterità tra popoli, nuovi confini identitari.

Leggi altri articoli sulle Guerre Jugoslave

Il ruolo dell’Occidente

Tutto ciò non era accaduto dall’oggi al domani. La morte di Josip Broz Tito nel 1980 aveva lasciato orfana la Jugoslavia socialista del suo leader più amato, capace di tenere uniti i popoli slavi meridionali. Da allora, le correnti nazionaliste avevano ripreso slancio. Le potenze europee, impegnate a dare vita al proprio progetto politico con la nascita dell’Unione Europea, si erano dimostrate incapaci di trovare una comune linea d’azione (con Austria e Germania in favore delle rivendicazioni indipendentiste di Slovenia e Croazia, mentre Francia e Italia si mostrarono contrarie) e di mediare tra le parti in conflitto.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti guidati da George Bush avevano adottato una politica non interventista, riassunta nella famosa frase del Segretario di Stato James Baker dopo la sua visita a Belgrado nel giugno 1991: “We don’t have a dog in that fight” (letteralmente “non abbiamo un cane in quella lotta”).

La strategia del presidente Clinton

Le stragi del mercato Markale di Sarajevo del febbraio 1995 e il successivo genocidio di Srebrenica nel mese di luglio spinsero il nuovo presidente Bill Clinton a cambiare strategia. Preoccupato dall’avvicinarsi delle elezioni e dal cosiddetto “effetto Cnn”, cioè la capacità dei media di influenzare l’opinione pubblica mondiale attraverso il racconto in presa diretta e senza sosta dei conflitti, il presidente democratico decise di intervenire direttamente nella guerra in Bosnia, che smetteva quindi di essere solo un problema europeo e la cui soluzione richiedeva l’intervento della più grande potenza mondiale.

Per prima cosa, Clinton revocò l’embargo sulle armi per i bosniaci musulmani (bosgnacchi) grazie anche al coinvolgimento di paesi islamici come Arabia Saudita e Iran, successivamente spinse la Nato ad assumere un ruolo più attivo fino ad arrivare all’operazione Deliberate Force contro le truppe serbo-bosniache.

Gli Accordi di Dayton

L’intervento statunitense costrinse le parti, soprattutto quella serba, a riconsiderare la via diplomatica. In realtà, questa non era mai stata abbandonata né da Milošević né dal croato Tuđman, come dimostrato dai loro innumerevoli contatti, anche diretti e segreti, in cui discutevano della spartizione della Bosnia. Un ruolo centrale nelle trattative lo assunse Richard Holbrooke che costrinse i tre presidenti a sedersi allo stesso tavolo in Ohio, completamente isolati dal resto del mondo per ben tre settimane durante le quali resse un cessate il fuoco interrotto solo da scontri marginali.

Il 21 novembre si giunse all’accordo definitivo. Il piano prevedeva quanto già ipotizzato in altre discussioni precedenti: la divisione della Bosnia ed Erzegovina in due entità, la Republika Srpska (RS, a maggioranza serba) pari al 49% del territorio e la Federazione di Bosnia-Erzegovina (FBiH, a maggioranza croata e bosgnacca) corrispondente al restante 51%.

L’allegato 4 degli accordi di Dayton rappresentava una sorta di “Costituzione” che prevedeva l’istituzione di una presidenza tripartita, a rotazione, con un rappresentante per ogni etnia, un’assemblea parlamentare bicamerale anch’essa su base etnica, una Banca Centrale e una Corte costituzionale.

Altri allegati affrontavano il tema del ritorno dei rifugiati, la presenza di una missione internazionale per garantire il rispetto degli accordi e la protezione del patrimonio culturale.

Video della firma degli “accordi di Dayton” a Parigi il 14 dicembre 1995 (Associated Press / Youtube)

La figura dell’Alto Rappresentante

L’allegato 10 degli accordi di Dayton prevedeva invece una figura particolare: l’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina. Un’autorità nominata da un organismo internazionale, comprendente oltre cinquanta paesi e approvato dall’Onu, a cui sono riconosciuti poteri speciali, noti come “poteri di Bonn”. Tra questi la possibilità di emanare decisioni vincolanti, rimuovere funzionari locali o imporre leggi nel caso in cui le istituzioni bosniache si dimostrino incapaci di farlo.

In sostanza, l’Alto Rappresentante agisce come “tutore” delle istituzioni bosniache con la possibilità di sostituirsi ad esse, come se la Bosnia fosse, ancora oggi, un protettorato internazionale.

Recentemente, nell’estate del 2024, l’attuale Alto Rappresentante, il tedesco Christian Schmidt, ha bloccato alcune leggi che riducevano il ruolo delle istituzioni statali in favore di quelle serbo-bosniache, aprendo una delle peggiori crisi politiche degli ultimi anni, ancora non del tutto superata.

La pace incompiuta

Questo complicato sistema istituzionale e le continue crisi politiche di questi decenni sono emblematici di una pace incompiuta in Bosnia. Sono passati trent’anni da quegli accordi e volgendo lo sguardo al passato e al presente del paese, l’ottimismo trova ben poco spazio. Gli accordi di Dayton hanno fermato la guerra ma non hanno costruito la pace. Tre decenni dopo infatti, le tre etnie bosniache restano ancora separate tra loro.

Lo sono dal punto di vista politico, ognuna costretta a scegliere i propri rappresentanti con pochissimo spazio per quelle realtà politiche multietniche che pure tentano di superare le divisioni. I politici al governo sono spesso gli stessi da trent’anni che non hanno mai abbandonato sogni di secessione, specialmente (ma non solo) il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, con l’obiettivo dichiarato di distruggere la Bosnia per come la conosciamo.

Leggi altri articoli sulla Bosnia ed Erzegovina

Lo sono dal punto di vista amministrativo, con la presenza di una frontiera interna tra le due entità e una struttura particolarmente complicata. La Federazione è infatti suddivisa a sua volta in dieci cantoni che gestiscono settori come la sanità e l’istruzione. La Republika Srpska, con capitale Banja Luka, è suddivisa invece in regioni e comuni.

Lo sono anche culturalmente, ognuno vittima di una narrazione identitaria, escludente e conflittuale insegnata sin dalla scuola, dove si studia la storia raccontata dalla propria parte. Tre popoli divisi da credi religiosi diversi (cattolici i croati, musulmani i bosgnacchi e ortodossi i serbi), persino da due alfabeti diversi, quello cirillico utilizzato in RS e quello latino nella Federazione. La guerra, inoltre, resta ancora al centro della pur feconda letteratura bosniaca, a dimostrazione di come il conflitto non sia stato ancora del tutto elaborato e di come le sue ferite abbiano lasciato profonde cicatrici anche tra gli intellettuali.

Un paese da cui si continua a scappare

Neppure i dati economici lasciano presagire un cauto ottimismo. Secondo la Banca Mondiale, il PIL pro-capite nel 2024 è stato pari ad appena 7.700 $ e “l’attuale percorso di sviluppo della Bosnia-Erzegovina non creerà le opportunità di cui la sua popolazione ha bisogno. […] se continuasse a crescere allo stesso ritmo, ci vorrebbero oltre 100 anni prima che il paese raggiunga gli standard di vita osservati nell’Ue”.

Un’economia, quella bosniaca, che stenta a garantire benessere ai propri cittadini che infatti ogni anno, in decine di migliaia, lasciano il paese: oltre 400mila tra il 2010 e il 2023, su una popolazione di circa 3 milioni di persone.

Una lezione da imparare

Oggi l’Europa, che per decenni si è autocelebrata come luogo di pace e prosperità, si trova ad affrontare nuovi conflitti e fantasiosi piani di pace.

La guerra in Ucraina in seguito all’invasione russa del 2022 e il genocidio perpetrato da Israele nei confronti di Gaza e del popolo palestinese negli ultimi due anni impongono di tornare a riflettere sulla necessità di una pace in grado non solo di far tacere le armi, di fermare i massacri e la distruzione, ma anche di garantire libertà e benessere.

Da questo punto di vista, gli accordi di Dayton più che celebrati andrebbero studiati per evitare di commettere gli stessi errori, di creare pericolosi limbi in cui relegare intere popolazioni senza concrete prospettive di miglioramento. Ma si sa, “la scuola insegna, ma non ha scolari”.

Condividi l'articolo!
Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.