La rotta balcanica come fenomeno economico

di Tommaso Landucci*

Le terre balcaniche parlano (principalmente) slavo, ma nascosti ai margini, tra le periferie del centro, risuonano idiomi del deserto e delle civiltà mediorientali. Uno spazio in cui si intrecciano storie di speranza e di miseria, in cui l’identità degli uomini e delle donne di domani viene inevitabilmente stravolta: la Rotta balcanica.

Espressione dell’incessante flusso di persone che decidono di intraprendere il gravoso viaggio per giungere in Europa. La sua dorsale parte dalla Turchia e dalla Grecia, per immergersi nella penisola balcanica attraversando Albania, Macedonia del Nord, Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia ed Erzegovina. Poi, il muro, la frontiera dell’Unione europea che si erge lungo i confini di Croazia, Ungheria e Romania.

Dalle armi alla tratta di esseri umani

Tradizionalmente, in particolare a partire dagli anni Novanta e nei primi anni Duemila, per Rotta balcanica ci si riferiva all’intricata rete di contrabbando transnazionale di armi e stupefacenti interconnessa alla tratta di esseri umani legata allo sfruttamento sessuale e al lavoro nero. Con l’esplosione del fenomeno migratorio negli anni Dieci del 2000, la rotta entrò prepotentemente nel discorso politico internazionale subendo uno slittamento semantico. Era divenuta la rotta dei migranti.

L’immagine di ondate migratorie verso la “candida” Europa ha permesso di portare avanti politiche aggressive che, anziché interrompere il flusso, lo hanno deformato. Molte regioni balcaniche sono così rimaste travolte dalle politiche internazionali e locali, vedendo compromesso il proprio ecosistema.

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Il Cantone Una-Sana in Bosnia ed Erzegovina

Il caso più emblematico è sicuramente il Cantone Una-Sana in Bosnia ed Erzegovina, la principale strozzatura territoriale per l’ingresso in Croazia. Qui, attraverso la pratica illecita e violenta dei cosiddetti respingimenti a catena (chain push-backs), il transito migratorio dei Balcani ha smesso di essere lineare. Si è trasformato in una “mobilità circolare forzata” dove il confine perde la sua tradizionale staticità per assumere un pervasivo dinamismo sistemico: uno spazio in cui si consumano le esistenze dei migranti entro un continuo succedersi di attraversamenti e respingimenti di frontiera.

Campi minati rotta balcanica
Foglio distribuito dalla Croce Rossa che segnala la presenza di aree minate nei dintorni della città di Bihać (Meridiano 13/Marco Siragusa)

Per comprendere questa deriva, è necessario districarsi nella complessità geopolitica della regione. A seguito degli Accordi di Dayton del 1995 nacque lo stato di Bosnia ed Erzegovina, caratterizzato da un’architettura politica altamente intricata e disfunzionale.

Al vertice fu posto uno Stato centrale con competenze limitate in materia di politica estera ed economica, mentre la sovranità interna del paese fu ripartita tra due entità semi-autonome e un distretto speciale: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH), divisa a sua volta in dieci Cantoni autonomi dotati ciascuno di un proprio governo, parlamento e costituzione; la Republika Srpska (RS), a maggioranza serba, e il Distretto di Brčko, quest’ultimo posto sotto la diretta sovranità dello Stato Centrale. Tale iper-frammentazione ha prodotto un’endemica paralisi istituzionale con responsabilità politiche sovrapposte e confuse tra i diversi apparati statali.

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La Rotta balcanica come economia sommersa

Si è delineata una zona grigia, un pantano burocratico giuridicamente immobile capace di frenare bruscamente lo sviluppo economico della Bosnia ed Erzegovina. L’economia sommersa si è quindi imposta come componente macroeconomica strutturale, arrivando a pesare oltre un quarto del prodotto interno lordo nazionale. Infatti, lungo la rotta balcanica, la criminalità organizzata agisce con una logica di “poli-criminalità”: non separa i singoli mercati, ma li gestisce attraverso un approccio integrato consolidato. L’attività criminale si articola nella gestione simultanea del transito di migranti, traffico di cannabis, eroina, cocaina e droghe sintetiche, oltre al traffico d’armi e al riciclaggio di denaro.

Non è un caso che molti dei principali hotspot utilizzati per il traffico di stupefacenti (come Subotica al confine serbo-ungherese, o gli snodi di Niš, Novi Pazar e la Valle di Preševo) coincidano esattamente con le strozzature geografiche in cui si concentrano i migranti in transito. Tuttavia, nel peculiare ecosistema del Cantone Una-Sana le regole cambiano: l’ipermilitarizzazione delle frontiere europee, dovuta al consistente flusso migratorio, ha deviato le rotte più tradizionali del narcotraffico, specializzando l’economia di frontiera, quasi interamente, nel traffico di esseri umani (human smuggling).

Nel solo 2020, a fronte di un mercato complessivo del contrabbando di migranti lungo la rotta balcanica stimato tra i 33,7 e i 50,6 milioni di euro, la sezione di frontiera tra la Bosnia-Erzegovina e l’Unione Europea ha generato un’economia sommersa compresa tra i 7 e i 10,5 milioni di euro. Di questo capitale illecito, la stragrande maggioranza è stata prodotta proprio all’interno del Cantone Una-Sana che si è confermato fulcro di questo traffico nei Balcani.

La criminalità organizzata

Un ruolo significativo lo assume la radicata ed efficiente struttura di potere della criminalità organizzata. Sono tre i principali livelli che caratterizzano il mercato del contrabbando: fixers, gatekeepers e package dealers. I primi costituiscono lo scalino più basso della piramide operativa e rappresentano la manovalanza di base.  Si tratta prevalentemente di cittadini comuni che si mettono a servizio del mercato reinventandosi come tassisti abusivi, guide, sentinelle, ecc. I gatekeepers, un gradino più in alto, organizzano il superamento delle frontiere militarizzate servendosi di passaggi transfrontalieri clandestini come tunnel sotterranei, boschi e fiumi.

Al vertice della gerarchia troviamo i package dealers, coloro che regolano il traffico di migranti su scala internazionale. Offrono la gestione dell’intera emigrazione (o parte di essa) dietro il pagamento, in un’unica soluzione, di veri e propri “pacchetti” onnicomprensivi. Si tratta di un servizio integrato in cui gli stessi forniscono passaporti e altri documenti falsi, oltre alla conduzione dei migranti lungo la rotta balcanica fino ai paesi centrali dell’Unione europea.

Nel contesto specifico del Cantone Una-Sana, la gerarchia si traduce in una forte dipendenza dei gruppi locali da questi broker internazionali: se i package dealers gestiscono i flussi finanziari globali, i gatekeepers sul territorio ne diventano i referenti operativi, coordinando sul campo il superamento materiale della frontiera. Fino agli anni Dieci del Duemila, il metodo di pagamento prevalente era il denaro contante. La necessità di trasportare fisicamente ingenti somme comprometteva drasticamente la sicurezza dei migranti, rendendoli facili bersagli di chiunque detenesse una posizione di forza nei loro confronti, come polizia e criminali. L’avvento dei package dealers ha trasformato radicalmente l’economia del contrabbando, digitalizzando le transazioni tramite il cosiddetto sistema Hawala.

Un impatto significativo per i territori attraversati dalla rotta, un impatto enorme per il Cantone Una-Sana, trasformatosi in una “miniera umana” da cui estrarre profitto, capitalizzando sulla disperazione di persone disposte a tutto pur di uscire dal limbo di frontiera. I grandi flussi di capitale viaggiano così, veloci e invisibili, sui circuiti finanziari internazionali, scavalcando le casse della regione bosniaca.

A testimonianza di una profonda porosità sistemica, un’indagine eseguita nel 2021 da un politico bosniaco ha rivelato che nel triennio 2018-2020 sono stati trasferiti a favore dei migranti bloccati in Bosnia ed Erzegovina (privi di documenti d’identità formali validi) ben 5,8 milioni di marchi convertibili (circa 2,9 milioni di euro) tramite circuiti internazionali di money transfer come Western Union. Entro questa prospettiva, in cui si intrecciano la finanza formale e informale sulla pelle dei migranti, il Cantone Una-Sana si svela quale terra “a servizio” delle grandi mafie internazionali. Una regione di confine in cui i broker globali sfruttano il collasso dello Stato per arricchirsi, esternalizzando i pericoli a una microcriminalità locale marginale.

La nascita di un'”industria umanitaria”

A chiudere il controverso quadro della rotta, altra protagonista nel Cantone è senza dubbio l’”industria umanitaria”. Parallelamente alle politiche di respingimento ed esternalizzazione, l’Unione europea ha investito in progetti umanitari gestiti da organizzazioni internazionali come l’OIM e da un vasto network di Ong. Si tratta di finanziamenti verso campi di accoglienza e altre strutture volte a garantire i servizi essenziali per la sopravvivenza dei migranti nelle “zone cuscinetto” al di fuori dello spazio di Schengen.

I fondi stanziati rappresentano per la popolazione locale un’importante risorsa professionale ed economica. In un contesto statale il cui i limitati margini di spesa mettono in ginocchio i civili, lo stato emergenziale dettato dal fenomeno migratorio, con il conseguente investimento straordinario verso le Ong, apre a nuove possibilità occupazionali.

Con l’obiettivo di ripulire la propria immagine di fronte all’opinione pubblica internazionale, l’Ue porta avanti spregiudicatamente una politica dal duplice volto.

Sebbene la politica di esternalizzazione e l’etica umanitaria appaiano in aperta contraddizione, le logiche di finanziamento del sistema di accoglienza evidenziano l’intimo legame tra i due mondi: il principio del conteggio pro-capite. I fondi erogati crescono all’aumentare degli ospiti registrati quotidianamente presso i centri di accoglienza. In questo modo, si genera una necessità strutturale per le organizzazioni umanitarie che conduce inevitabilmente alla saturazione dei campi e all’incapacità cronica di garantire servizi di base.

Il cortocircuito del sistema emerge così nitidamente: il sovraffollamento dei i campi accresce lo stato emergenziale frontaliero che, a sua volta, giustifica e alimenta in modo controverso l’industria umanitaria. La mobilità circolare e i respingimenti a catena divengono, di conseguenza, prerequisiti strutturali per la sussistenza economica di questa industria umanitaria.

Una via centrale di Bihać (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Le sue conseguenze

Le drammatiche conseguenze di questa interrelazione si riversano ancora una volta sui migranti. Le testimonianze sul campo denunciano contesti di grave deprivazione, segnati da precarietà igienico-sanitaria, sovraffollamento, scarsità di risorse primarie, inaccessibilità alle cure mediche di base e incapacità a garantire protezione e asilo da parte delle istituzioni bosniache. In questo quadro di sistematico abbandono, i centri di accoglienza diventano velocemente luoghi degradati e violenti.

Un simile contesto, che si inserisce in una più ampia forma di “prigionia” invasiva e persistente, porta i migranti ad esaurire rapidamente le risorse finanziarie e a minare la loro integrità morale. L’estrema vulnerabilità che ne consegue fa precipitare queste persone verso drammatici destini. Molti finiscono assoggettati a reti di sfruttamento che includono lavoro forzato, accattonaggio e sfruttamento sessuale. Le donne sono costantemente esposte al rischio di abusi. Alcune indagini locali hanno evidenziato come alcune migranti siano state trattenute per mesi in “safe houses” (case sicure) gestite dai contrabbandieri e ridotte in schiavitù per pulire e preparare i pasti per decine di altri migranti in transito.

Tutto ciò ha permesso che, all’interno di questo fragile ecosistema, anche i migranti siano divenuti a loro volta protagonisti della microcriminalità regionale a danno della comunità ospitante, alterando la percezione di sicurezza a livello locale. Nella regione si è assistito a un incremento sistemico di violazioni dell’ordine pubblico, furti, danneggiamenti di proprietà e comportamenti violenti.

Il logorante limbo esistenziale della frontiera completa quindi l’infima trasformazione del migrante: da cliente del mercato di contrabbando a vittima di tratta, fagocitato inesorabilmente da questo controverso sistema. Sotto il tappeto politico, tessuto interamente da interessi economici mascherati da false motivazioni etiche e morali, la vita dei migranti viene soffocata. Si consuma completamente in una frontiera che smette di essere una linea geografica per diventare un confine dinamico e totale.

La retorica dell’emergenza permanente, motore di un vile rapporto di interdipendenza tra mafie, istituzioni europee e agenzie umanitarie, alimenta una macchina malata la cui solidità è intimamente radicata nello sfruttamento del grave collasso dello Stato bosniaco. Nulla è casuale.

I governi occidentali, retti dalla nostra indifferenza e progressiva disumanizzazione dell’altro, consapevolmente tollerano e sostengono questa brutale politica di frontiera, nascondendo le mani sporche di sangue. Nessuno è incolpevole.

La “crisi migratoria” non è un fenomeno storico di cui siamo le vittime, anzi, è un nostro prodotto diretto, una barbara capitalizzazione della vulnerabilità, consumata sulla pelle dei migranti.


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Tommaso Landucci
Tommaso Landucci

Studente magistrale di Scienze per la Pace presso l’Università di Pisa, nel curriculum di regolazione pacifica di conflitti e terrorismo. Si occupa di dinamiche sociali e culturali nello spazio post-sovietico e balcanico, con particolare interesse per le società del Caucaso e della penisola dei Balcani. Viaggiatore indipendente, esplora i territori marginali attraverso un approccio dal basso, attento alle narrazioni locali e alle forme di resistenza.