Venticinque anni di attività per la band slovena Katalena

di Giovanni Liam Drogo*

Il decimo lavoro della band slovena, nato sulle ceneri di un film mai realizzato, è una reinterpretazione delle canzoni popolari delle terre delle Valli del Natisone, di quelle isontine ed istriane, con l’intenzione di riproporre in una chiave contemporanea e sotto una nuova veste musicale questo prezioso patrimonio culturale, che dalle Alpi si estende fino al mare Adriatico.

Un nuovo disco per i 25 anni di attività

I Katalena hanno pubblicato il disco Meja (letteralmente, Confine) a metà aprile per la casa discografica indipendente ZARŠ Records (etichetta legata all’emittente Radio Študent di Lubiana). I membri del gruppo si dichiarano “particolarmente fieri” di aver scelto questa etichetta per la promozione delle nuove tracce, “una casa discografica che in Slovenia è sinonimo di progresso artistico e della ricerca musicale più profonda”.

Leggi anche “Belli e vuoti”: come il punk in Jugoslavia risollevò la gioventù

L’ensemble, allargato, comprende tra le proprie fila Vesna Zornik (voce), Polona Janežič (tastiere), Jelena Ždrale (violino e viola), Boštjan Gombač (clarinetto, sassofono, flauto traverso irlandese, percussioni), Tibor Mihelič Syed (basso elettrico, guimbrì, batteria), Boštjan Narat (chitarra, banjo, ukulele) e Robert Rebolj (batteria e percussioni). Alla realizzazione di alcuni brani hanno partecipato anche Rudi Bučar (chitarra e voce) e il chitarrista dei Laibach Vitja Balžalorsky.

Conosci i “quattro concerti dei Laibach fuori dal comune”? Scoprili qui!

Il 10 aprile scorso il complesso sloveno ha proposto in anteprima le nuove canzoni di Meja durante un applauditissimo concerto al teatro Tartini di Pirano. Un altro evento dal vivo, a cui i seguaci della band non potranno mancare, è la performance dal vivo, annunciata per il 1° ottobre prossimo al Cankarjev dom di Lubiana. Si tratterà di una vera e propria festa, a celebrazione di un quarto di secolo di attività. Oltre ai pezzi storici, nell’occasione verranno presentate anche le tracce di Meja.

“Meja”, il confine che può unire

Per la copertina dell’album (foto di Bor Čeh), il gruppo ha scelto una macchina Fiat Panda con la targa slovena, interpretabile come metafora del viaggio. Inizialmente, l’intera opera è stata concepita come colonna sonora per la sceneggiatura di un film, rimasta incompiuta, con la pellicola che non ha mai visto per intero la luce del sole.

katalena
La copertina dell’album (Bor Čeh)

A partire dalla bellissima canzone d’apertura Lampeduza, il disco ci regala undici bellissime tracce, che analizzano e raccontano il concetto del “confine”, illustrando i molteplici significati del limite, del margine, della contiguità, ma anche dei desideri e della voglia di vivere, attingendo da stili musicali tradizionali, disparati approcci interpretativi che mescolano suoni popolari con quelli contemporanei.

Ma cosa si nasconde dietro alla scelta del titolo Meja? I nuovi brani offrono al senso di confine significati disparati – talvolta discordanti, talvolta perfettamente integrati o complementari. In contrasto, ad esempio, al significato che il confine riveste nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove il limite coincide con la ricerca ossessiva di un avversario immaginario, fino a diventare la proiezione di un’ideologia ripetitiva e logorante, nel disco Meja dei Katalena lo stesso simbolo rappresenta il punto di partenza per un’avventura entusiasmante, l’orizzonte da cui iniziare a concepire una ricerca interiore per migliorarsi attraverso il viaggio fisico o spirituale.

Rielaborazione della tradizione

Anche con i “nuovi” pezzi, tra cui spiccano Kadore e Lepa Vida (la “bella Vida”, eroina leggendaria dei racconti popolari sloveni), l’ensemble lubianese si è dedicato all’esplorazione del retaggio culturale del confine occidentale istro-sloveno, ovvero quello delle tradizioni locali autentiche sul confine col nostro paese, rielaborando alcune leggende tradizionali e le poesie locali delle terre della Val Resia (dove si parla il resiano, lingua slava riconosciuta a tutti gli effetti come a forte rischio di estinzione), dell’Isontino (territorio apprezzato per la sua vasta rilevanza storica, culturale e naturale), fino al mare Adriatico e all’Istria. Nel complesso, si tratta di un viaggio sonoro indubbiamente ricco e unico, che merita un ascolto attento.

Come hanno spiegato Boštjan Narat e gli altri membri della band in occasione dell’uscita di Meja, “i confini ci separano e allo stesso tempo possono unirci: è proprio in questo paradosso che risiede la loro principale forza attrattiva… possiamo parlare di i confini geografici, storici, psicologici, che vanno esplorati”.

Il primo singolo tratto dall’ottimo album si intitola “Plovi mi, plovi”, riadattamento di una vecchia canzone popolare istriana, che racconta del mare e del bisogno umano di affacciarsi ad esso.

E proprio il mare rappresenta uno dei leitmotiv di questo disco (“chi per primo scorgerà il mare?” recita una delle canzoni presenti), che va annoverata sin da subito tra le opere miliari della cultura musicale contemporanea.


*Laureato in Scienze politiche all’Università di Seghedino in Ungheria, con una tesi sulle conseguenze politiche delle (mancate) applicazioni delle teorie di Joan Robinson. Deluso dagli esiti delle sue proposte nella politica pubblica, ha deciso di dedicarsi alla cultura e alla cooperazione educativa.

Condividi l'articolo!
Redazione
Redazione

La redazione di Meridiano 13 è composta da un grande numero di persone che collaborano saltuariamente, approfondendo tematiche nelle quali sono particolarmente competenti.