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Yaryna Grusha, autrice de “L’album blu” (Lorenzo Ceva Valla)
di Kateryna Mychka*
Ci sono libri che arrivano dritto al cuore, proprio come capita con il romanzo L’album blu di Yaryna Grusha. Nata a Jampil’, in Ucraina, nel 1986 – la stessa notte in cui i genitori fuggivano dalla nube di Čornobyl’ per darle la vita – Yaryna Grusha è oggi una delle voci più importanti della cultura ucraina in Italia. Con L’album blu, pubblicato da Bompiani, firma il suo primo romanzo autobiografico: una storia intima e potente, fatta di ricordi d’infanzia, radici, perdita e appartenenza, in cui la vicenda personale si intreccia indissolubilmente con quella di un intero popolo in lotta per la propria libertà.
In occasione della presentazione del libro a Torino, lo scorso 12 marzo, Kateryna Mychka* ha incontrato l’autrice per un’intervista.
Yaryna Grusha, autrice de L’album blu alla presentazione di Torino (Meridiano 13/Kateryna Mychka)
Yaryna, c’è stato un momento preciso in cui hai sentito nascere dentro di te questo romanzo, magari in risposta alle domande sul perché l’Ucraina continua a resistere e a combattere per la propria indipendenza?
Ho iniziato a vedere il romanzo come una struttura completa quando ne ho intravisto la fine e ho capito come costruirlo. Dopo aver lavorato per vari giornali italiani, scritto e tradotto molto, e osservato ciò che mancava nello spazio mediatico e letterario italiano, ho sentito il bisogno di rispondere a certe domande attraverso un romanzo.
Non volevo scrivere un saggio o racconti brevi: il romanzo, tra tutte le forme, ha una forza e un fascino particolari, capaci di arrivare anche alle anime più chiuse. Inoltre, mi sono resa conto che per molti italiani la saggistica ucraina è difficile da affrontare.
Per questo ho scelto la forma del romanzo, anche perché ho sempre amato la scrittura letteraria. A un certo punto, tutti gli elementi si sono allineati e il testo ha preso forma.
Nella “Nota dell’autrice”, alla fine del libro, hai spiegato bene dove si trova il confine tra autobiografia e narrazione; però, vorrei sapere quale ruolo hanno avuto per te gli spunti autobiografici nel processo di scrittura.
Continuo a ripetere che alla protagonista ho prestato il mio nome e alcuni ricordi, ma non è la mia storia. Anche perché il mio amore per l’Italia non nasce dai giradischi, ma dal calore di una famiglia italiana che mi ha ospitata fin da bambina. Per me, la componente autobiografica serve soprattutto a offrire risposte.
La prima è che l’invasione russa è un’esperienza profondamente personale per gli ucraini: ognuno ha una propria storia legata alla guerra. Questo aspetto emerge anche in molti autori ucraini, che condividono ricordi ed esperienze per permettere al lettore di immedesimarsi. È, in un certo senso, una forma di terapia attraverso la scrittura.
Un’altra ragione è la necessità di instaurare un dialogo onesto con il lettore italiano o europeo. Alcune cose, per non essere percepite come propaganda, devono essere sostenute dall’esperienza diretta: come testimone, le hai viste e vissute. Per questo ho utilizzato fatti e ricordi personali, così da rendere la storia più autentica e credibile.
Quando ho scoperto che hai scritto un romanzo intitolato L’album blu, mi è venuto in mente il libro di Katja Petrowskaja, La foto mi guardava. Mentre Petrowskaja osserva e commenta le fotografie, nel tuo caso sono le foto a parlare e a raccontare la storia. Il romanzo è infatti costruito attorno a immagini che testimoniano le vicende di diverse generazioni di una famiglia ucraina, diventando tracce concrete e materiali di esperienze spesso rimaste nel silenzio. In un contesto storico come quello dell’Unione Sovietica, in cui non si poteva parlare liberamente, le fotografie sembrano assorbire il non detto e trasmetterlo nel tempo, finché qualcuno non le interpreta. Com’è stata per te l’esperienza di tradurre una storia contenuta in un medium visivo in uno verbale?
Forse perché fa parte del mio linguaggio trasformare le immagini in parole. Tuttavia, hai ragione: una foto scattata negli anni sovietici, negli anni del silenzio, poteva raccontare molto più di ciò che mostrava. Se pensiamo alle foto del matrimonio dei miei nonni, raccontano la vivacità delle tradizioni ucraine, che non erano scomparse. Già confrontandole con le foto del matrimonio dei miei genitori, molto più sovietiche e rigide, si nota una differenza: esistono solo le immagini della cerimonia civile, mentre mancano quelle dei festeggiamenti, perché non sono state scattate. Questo mostra anche un cambiamento in ciò che si decide di immortalare.
L’album blu di Yaryna Grusha (Meridiano 13/Kateryna Mychka)
Le foto stampate un tempo, parlano davvero: lasciano emergere il non detto, negli sguardi o nei dettagli. Per esempio, nella foto del mio bisnonno, i tre libri aperti davanti a lui raccontano molto del contesto. Oggi, mentre cerchiamo di recuperare la nostra storia, dobbiamo anche imparare a leggere queste immagini.
Che rapporto hai con le foto? Nell’era della digitalizzazione, l’esperienza di un album fotografico è quasi una rarità. Sulla copertina del libro vediamo diverse foto che hai dettagliatamente descritto nel romanzo, e l’album stesso. Dov’è il tuo album blu? Quando hai aggiunto l’ultima foto? E, hai restituito le foto rubate, oppure è stato il crimine commesso solo dalla tua protagonista?
Ho rubato l’intero album: è a Milano, con me. Sono le foto dell’album blu, che esiste davvero, scatti del passato che si fermano agli anni Novanta. Il mio rapporto con le immagini è molto forte: i miei testi sono visivi perché percepisco la realtà soprattutto attraverso lo sguardo. Per questo faccio molte foto e considero la capacità visiva fondamentale per descrivere e sentire il mondo.
Quando ho scritto l’incipit della prima parte, pensavo a queste foto perché, nei giorni in cui si era perso il contatto con i miei genitori, durante l’occupazione, vedevo quell’album come il simbolo di una storia familiare che avrebbe potuto andare perduta, senza possibilità di recuperarla. Per esempio, la foto del mio bisnonno, presente nel libro, è l’unica che esiste: perderla significherebbe perdere la sua immagine, dato che io non l’ho mai conosciuto, così come mio padre non aveva conosciuto suo nonno. È un oggetto concreto, una rappresentazione della memoria, come quella delle nostre origini greche, visibili proprio nella fotografia. Perdere quella foto sarebbe come perdere un intero ramo della famiglia.
Pensando al romanzo, volevo creare una continuità tra le foto, mostrando il rapporto della protagonista con esse e il cambiamento che hanno subito, lo stesso vissuto dalla sua generazione. I millennial sono infatti gli ultimi ad aver vissuto il passaggio dalle foto in bianco e nero stampate a quelle digitali scattate con il cellulare. Nell’album, inoltre, per un periodo non ci sono foto, perché la famiglia non possedeva una macchina fotografica: un segno della povertà e del fatto che, in epoca sovietica, averne una era quasi impossibile. Il fatto di arrivare ad avere una macchina fotografica, anche una semplice macchina a pellicola, rappresentava già una ripresa del paese.
Con il cambiamento delle macchine fotografiche cambiano anche la vita e il modo di rapportarsi alle immagini. Alla fine del libro, la protagonista ritorna all’album blu, a un ricordo concreto e tangibile. Questo può essere letto come un invito al lettore a dare più valore alle immagini, a conservarle, perché spesso ci si accorge della loro importanza solo nei momenti di crisi.
Se penso a come viene rappresentata l’infanzia della protagonista, si presta molto bene allo stile di presentazione un po’ alla Miyazaki. Ci sono immagini piene di colore, fresche: basta pensare alle scene di piccola Yaryna che naviga tra le lenzuola stese, credendo di essere una sciatrice. La bambina porta una visione del mondo ancora non oscurata dall’ombra di quella grigia nube sovietica, che è sempre lì in agguato: mi ha colpito molto la tenerezza, l’amore, la limpidezza di quel periodo nel romanzo. Com’è stato per te, autrice che ha prestato le sue memorie da bambina alla protagonista, l’incontro con la realtà in cui il cielo non era limpido, ma c’era quella nuvola che sogghignava.
Diciamo che questa parte bella della mia infanzia la devo molto ai miei genitori: nonostante il grigiore, hanno sempre cercato di renderla davvero un’infanzia. Non era però un’infanzia in cui al bambino è permesso tutto, come spesso accade nel modello italiano, dove il bambino è al centro dell’attenzione. In Ucraina non era così: si nasceva già “grandi”, come scrivo anche nel romanzo, e si doveva far parte della società, obbedire, assumersi responsabilità.
Nonostante questo, i miei genitori hanno cercato di colorare la mia infanzia. Per me è stato importante anche il fatto che, a nove anni, ho visitato per la prima volta l’Italia, vedendo così due mondi diversi. Negli anni Novanta, inoltre, grazie alla televisione e alle serie, era evidente il contrasto tra il mondo in cui vivevamo e quello che vedevamo rappresentato sullo schermo.
Ricordo i cartoni animati come Tom e Jerry e il momento in cui ho capito che erano stati realizzati negli anni Quaranta: ciò che vedevo sullo schermo rappresentava la vita americana di quegli anni, mentre la mia, negli anni Ottanta, non le somigliava affatto. L’immagine, soprattutto quella televisiva, apriva uno spiraglio su un altro mondo.
Per la protagonista questo confronto non avviene attraverso un viaggio in Italia, ma con l’arrivo della cugina dalla Germania, che porta con sé un’idea di vita diversa: più colorata, più morbida, lontana da quella più grigia e uniforme dell’Unione Sovietica.
Forse molte di queste differenze si comprendono davvero solo a distanza di tempo, da adulti. Ripensando all’infanzia, ci si accorge che alcune cose non erano normali, soprattutto se confrontate con altri modelli educativi, come quello italiano, dove al bambino è concesso di essere bambino, di esprimersi liberamente. Sono consapevolezze che maturano solo col tempo.
La vita sotto un regime la comprendi davvero solo quando hai sperimentato la libertà e puoi confrontare le due condizioni: solo allora capisci cosa non funzionava e cosa invece è diverso. Questa distanza è fondamentale, sia per i protagonisti del libro sia per i lettori, perché permette di analizzare il passato con maggiore lucidità.
In questo senso, il libro può avere anche una funzione terapeutica: come in una seduta, si torna ai propri traumi e si cerca di capire cosa ci ha formati o cambiati. Ripensare all’infanzia e raccontarsi diventa quindi un processo terapeutico.
Anche perché uno dei primi passi è costruire un dialogo interno consapevole: cercare la propria voce e ascoltarsi sono, in fondo, veri e propri esercizi terapeutici.
L’album blu di Yaryna Grusha in viaggio (Meridiano 13/Kateryna Mychka)
Ti sei ispirata di più a quella che è l’esperienza comune di diverse generazioni, di cui hai raccontato nel tuo romanzo? Oppure sono di più le memorie autentiche di quando eri bambina?
La storia della mia famiglia è anche quella di molte famiglie ucraine. Mentre scrivevo il romanzo e ne parlavo con altre persone, mi sentivo spesso dire: “È successo anche nella mia famiglia”, “Anche mia nonna è stata dichiarata figlia di un nemico del popolo”, “Anche i miei bisnonni sono scomparsi nel 1937”. È quindi una storia condivisa da più generazioni.
Non tutti hanno vissuto gli stessi eventi nello stesso modo – ad esempio l’esplosione della centrale nucleare, che dipendeva anche dal luogo in cui si viveva – ma, a un certo punto, tutti, compresa la mia generazione, nata a metà degli anni Ottanta e cresciuta negli anni Novanta, hanno attraversato momenti cruciali: la rivoluzione del 2004, quella del 2013-2014 e, infine, l’invasione su larga scala.
Usi una metafora, a mio avviso molto efficace, dell’eredità dell’Unione Sovietica che incombe sulla protagonista come una nube. A questo proposito, mi sembra che non sia solo la casa editrice a collegare il romanzo di Yaryna Grusha a quello di Francesca Melandri. In Piedi freddi, Melandri insiste spesso sulla formula “le donne russe che erano ucraine” e sul fatto che la ritirata di Russia si svolse in gran parte in Ucraina: espressioni che cercano di correggere una prospettiva storica diffusa ma imprecisa nella coscienza italiana. Si tratta di frasi brevi ma dense, che racchiudono realtà storiche complesse e profonde.Cosa racchiude, invece, la tua espressione “la nube grigia dell’Unione Sovietica”? Quali sono gli elementi chiave di questa metafora e a chi è rivolta?
Per me era importante trovare una metafora efficace per spiegare perché non vogliamo tornare sotto la Russia, perché resistiamo e non vogliamo più far parte di quel mondo. Dovevo quindi descriverlo nel modo più preciso possibile.
Solo oggi, in Ucraina, iniziamo a renderci conto dei traumi provocati dalla vita nell’Unione Sovietica, perché era una vita all’’insegna di un regime. All’epoca molti non ne erano consapevoli; è grazie alla distanza nel tempo che oggi abbiamo gli strumenti per capirlo. Mi sembra simile a una relazione tossica: finché ci sei dentro non la riconosci, ma una volta uscita la vedi con chiarezza.
Oggi esistono molte ricerche e progetti, anche portati avanti dalle giovani generazioni, che cercano di comprendere e decolonizzare questo passato. Volevo contribuire a smontare il mito dell’Unione Sovietica come qualcosa di lontano ed esotico, raccontandolo nei suoi dettagli.
Le nuove generazioni ereditano questo groviglio di storia e sentono come naturale opporsi e scendere in piazza. Ma questa spinta non nasce dal nulla: è una forza transgenerazionale, trasmessa da chi ha resistito, da ciò che si è letto e tramandato. La resistenza ucraina, infatti, ha radici profonde e secolari.
L’Unione Sovietica ha interrotto questi movimenti indipendentisti, reprimendo, silenziando e cancellando intere generazioni, ma ha anche modificato la mentalità di chi è sopravvissuto, costretto ad adattarsi. Questo adattamento, a sua volta, si trasmette.
Per questo volevo spiegare cosa significhi davvero “tornare indietro”: non solo alla povertà materiale, ma a un mondo in cui la vita umana non conta, in cui non si può scegliere e si cresce con un senso di colpa indefinito. È verso questo mondo che la maggior parte degli ucraini non vuole tornare. Ed è per questo che l’Ucraina resiste: perché molti condividono, come la protagonista, questa consapevolezza.
Approfondendo la storia narrata nel romanzo, dopo alcuni anni, insoddisfatta del suo lavoro di segretaria in uno studio dentistico e del rapporto con il compagno italiano Lorenzo, Yaryna decide di lasciare l’Italia e tornare nella sua patria, ormai segnata dalla guerra. È una questione molto delicata, soprattutto per chi si è trovato temporaneamente all’estero o vi ha costruito una vita. La scelta della protagonista appare logica e naturale, anche se lasciare un paese come l’Italia, con il suo “affascinante senso di stabilità” che tanto è mancato all’Ucraina, per tornare sotto le bombe può sembrare difficile da comprendere. Eppure la protagonista, “come la luna”, compie il suo giro e ritrova casa. Hai mai considerato un finale diverso per il romanzo?
No, la protagonista sarebbe comunque tornata, perché nasce già sfollata e porta con sé un’idea di casa molto itinerante, che la spinge a cercarla ovunque. Se fosse nata nel luogo “giusto”, forse questa ricerca non si sarebbe attivata; invece, proprio questa origine genera il bisogno continuo di trovare una casa. Per questo dà nomi alle case e ne cerca il significato, fino a trovarlo, alla fine del romanzo, nei silenzi con Vitalij, in un luogo dove non deve tradursi.
Non volevo però che il finale suonasse come una chiusura, ma come una speranza: per questo termina con la parola “vita”, in contrasto con un paese in cui avanza la morte.
Allo stesso tempo, il ritorno può essere letto anche in senso simbolico: ognuno può ritrovare dentro di sé la propria risposta e il proprio rapporto con l’Ucraina. Dopo il 24 febbraio 2022, questo ritorno può non essere fisico, ma spirituale, un modo per riallacciarsi alla propria storia. Per me, come autrice, è stato soprattutto un ritorno simbolico: ho trovato la mia idea di casa e il mio modo di vivere in Italia, in una forma diversa da quella della protagonista, che invece compie un ritorno concreto. Anche perché le nostre storie sono diverse: io porto con me un legame con l’Italia fin dal 1995, mentre lei no.
Un’ultima curiosità. Appena arrivato fresco di stampa, ho iniziato ad assaporare l’emozione di tenere il libro tra le mani e, sfogliando le prime pagine, con sorpresa inaspettata, ho visto che rientri nella categoria dei “Narratori italiani”. Cosa provi nel sentire questa frase? Il tuo primo romanzo è uscito in Italia, in italiano, e per gli italiani, e parla molto anche dell’Italia; quindi, sei una narratrice italiana a pieno titolo e forse non solo la mia sorpresa, ma anche la domanda, è del tutto ingiustificata, però ti vorrei chiedere di spiegare la tua prospettiva e, magari, di correggere la mia.
Sì, uno scrittore viene spesso considerato parte di una letteratura quando scrive in quella lingua, che è un fattore fondamentale. Io mi definisco una scrittrice ibrida: scrivo in italiano, ma racconto l’Ucraina. In me convivono quindi più identità, una italianizzata e una ucraina.
Il romanzo è stato pensato soprattutto per un pubblico italiano ed europeo, ma credo possa essere interessante anche per i lettori ucraini. Alcuni aspetti, che per gli ucraini non richiedono spiegazioni, qui sono stati esplicitati: è qualcosa che ho imparato lavorando con il pubblico italiano negli ultimi anni.
Yaryna Grusha (Lorenzo Ceva Valla)
In questo senso, mi sento una rappresentante degli ucraini in Italia. Per scrivere direttamente per un pubblico ucraino, nella loro lingua, dovrei forse tornare a vivere in Ucraina, per sentire più da vicino il ritmo della società. Vivere in Italia significa inevitabilmente perdere qualcosa: come nel romanzo, dove paragono questo distacco alla crescita di un bambino che non si vede crescere. Anche restando informati, manca sempre il contatto diretto con le persone e con l’atmosfera reale del paese.
L’album blu di Yaryna Grusha, Bompiani, 2026
*Nata e cresciuta in Ucraina, Kateryna Mychka si è trasferita in Italia nel 2012, dove ha studiato lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Milano. Èdottoranda in Studi germanici e slavi in un programma a doppio titolo tra l’Università Carolina di Praga e La Sapienza di Roma, specializzandosi in letteratura ucraina contemporanea e studi ucraini in Europa. Dal 2023 è membro dell’AISU, di cui gestisce il sito e cura un database di autori ucraini tradotti in italiano. Ha collaborato con diverse testate e progetti culturali come Slava Evropi, Linkiesta e Ukraine World, per cui cura la versione italiana.
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