Quante cose sono nascoste nella nostra mente, nel nostro cuore? Quanti ricordi stipati in piccoli cassetti, spesso impolverati e dimenticati? Tra le ultime opere di Slavenka Drakulić, Le cose di cui non parliamo, è incentrato sulle cose dimenticate, impolverate nella nostra casa-cervello. Uscita per i tipi di Bottega Errante e tradotta da Elvira Mujčić, questa raccolta di racconti è tanto breve, quanto potente. D’altronde, non serve per forza scrivere troppo per dire molto. A volte quel molto è condensato come il triplo concentrato di pomodoro. E boom! ne cogli un filamento che ti può illuminare la giornata.
Quanti scrittori, poeti cagionevoli ci sono stati, soprattutto nel passato, quando arrivare all’età di cinque anni era un traguardo? Anche in un passato più recente, quello dell’infanzia di Slavenka, il suo essere malaticcia diventa oggetto del primo racconto intitolato La paura della bambina di entrare in mare. Ecco che descrive il suo stato di salute:
La bambina è rachitica, cagionevole, necessità di vitamina D, che si immagazzina appunto prendendo il sole, ha detto la dottoressa.
La bambina è anche miope, ma troppo piccola per comunicare questo disagio fisico non indifferente. D’altronde non c’era chi scendeva “almeno un milione di scale” con sua moglie, miope? Ma l’essere miope di Drusilla Tanzi la rendeva capace di vedere cose impalpabili, che vanno al di là della realtà materiale. E andare al di là del materiale è una qualità fondamentale per uno scrittore. O scandagliare la materialità, come nel caso di Slavenka, è stata la chiave della sua visione delle cose. Anche, ed in questo volume in primis, delle cose di cui non parliamo. Delle cose che ci sembrano banali, scontate, ma che sono la misura della nostra esistenza.
E così, in una giornata splendida di sole, mi immagino Fiume, bella quanto è bella tutta la costa croata fino a Dubrovnik, quell’architettura italiana che si fonde con i motivi e la parlata slava. In un giorno così di luce candida, di azzurro che si specchia nell’azzurro, una futura pietra miliare del giornalismo e grande scrittrice yugo-croata è solo una bambina spaurita, che si avvicina timidamente agli altri e alla vita con gli altri.
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Perché è con gli altri che si viene a creare il tessuto della nostra vita. Nasciamo soli sì, ma soli non siamo mai. E gli altri ci formano come si forma un vaso di terracotta: morbidamente e lentamente. Con l’altro instauriamo una relazione che segna il nostro passato, il futuro ed il presente. A distanza di anni riconosciamo pezzi di noi che sono stati pezzi degli altri che abbiamo importato. Ci influenziamo a vicenda, ci mischiamo come si mischia il latte con il caffè. Una parte dell’altro diventa una parte di noi. Così esce il caffelatte: un misto di quello che eravamo, con l’aggiunta del caffè.
E quale relazione migliore da ricordare, quella con la propria madre. Slavenka la condensa in una frase che ha dentro tutto il giocoso e il tenero del rapporto tra le due:
Ma sa che, visto che non ha il coraggio di fare un altro passo, la mamma la solleverà e nuoteranno insieme.
E la relazione non con un essere umano, ma con ciò che ci accompagna per tutta la vita, il nostro corpo? Il corpo è al centro degli scritti femministi e come poteva mai essere dimenticato da una femminista come Slavenka. Il corpo delle donne che con il tempo diventa, forse, ancor più oggetto di dibattito, da rendere pubblico:
Mi prendi la mano, la sollevi, affinché anche l’ospite possa vedere meglio la pelle del mio braccio che penzola, proprio come quella delle ali di pipistrello.
Il corpo di una persona di “una certa età”, come si dice. Ma mi sono sempre chiesta: questo certa cosa significa? Lo so cosa significa in italiano, sia chiaro, ma cosa mi significa il fare questo tipo di affermazione? E così Slavenka Drakulić, con il suo stile nitido, preciso e diretto ci riporta in una quotidianità che tutte conosciamo o che conosceremo.
E il desiderio? Il desiderio bruciante che ti divampa dentro come un fuoco perpetuo? Quello che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato verso qualcuno e, come nel caso del racconto di Drakulić Addizione sottrazione, ci ha portato verso, magari, un’altrettanta bruciante delusione:
Nessuno l’aveva mai umiliata così, eppure si era cacciata lei stessa in quella situazione. Non aveva chiuso la porta a chiave, e non lo biasimava per non averla segnata di uno sguardo per tutto il giorno.
Un libro da leggere e rileggere, per capire pezzi di noi che possiamo trovare o vivere altre vite, almeno per un po’.
Cara Slavenka, grazie sempre e per sempre, od srca (di cuore).
Le cose di cui non parliamo di Slavenka Drakulić, tradotto da Elvira Mujčić, Bottega Errante Edizioni, 2026