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A distanza di un anno, l’autrice dell’articolo ripercorre quelle intense giornate del 2025 che la portarono a condividere con altre 50mila persone la celebrazione per il trentennale del Genocidio di Srebrenica.
Partiamo molto presto da Sarajevo per arrivare a Bratunac a ora di pranzo. La distanza è abbastanza breve, si copre in circa due ore e mezza di macchina, ma ci è stato detto che i controlli stradali sono molto serrati. A volte la polizia ferma dei viaggiatori in macchina e li trattiene a lungo, o più semplicemente li rispedisce indietro, ma fortunatamente il nostro viaggio procede sereno.
Quello che ci colpisce appena entriamo in Republika Srpska (RS) è la presenza costante, quasi asfissiante, del tricolore dell’entità. Bianco, blu e rosso, in alcuni casi porta anche lo stemma dell’aquila bicipite dello Stato della Serbia. Alle porte di Bratunac notiamo un memoriale.
Un’imponente croce di marmo nero che commemora le vittime serbe della Seconda guerra mondiale e le vittime serbe della “guerra patriottica-difensiva” (Odbrambeno-otadžbinski rat, ovvero come viene chiamato da parte serba il conflitto degli anni Novanta) della regione di Birač e del Medio Podrinje. Di fianco, un cartellone che annuncia la passata commemorazione svoltasi a Bratunac, il 5 luglio, accompagnato ad una foto del patriarca serbo. Il memoriale si trova precisamente a Kravica, villaggio alle porte di Bratunac, tristemente famoso per i fatti del 1993.
I fatti di Kravica
Il giorno del natale ortodosso del 1993, le forze dell’Armija, ovvero l’esercito bosgnacco-musulmano, guidate dal comandante Naser Orić attaccarono il villaggio di Kravica uccidendo circa 49 abitanti serbi. Il villaggio fu poi saccheggiato e dato alle fiamme. Le fonti che narrano di questo evento sono discordanti. C’è chi lo ricorda come un attacco di inutile ed estrema ferocia, chi invece lo racconta come il tentativo di colpire la base militare di Kravica, da cui l’Esercito della Republika Srpska (VRS) stava attaccando l’enclave di Srebrenica, controllando il passaggio e impedendo l’arrivo di aiuti umanitari.
Tenendo conto di questi e altri elementi, la sentenza contro Orić del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, nelle sue conclusioni, pur riconoscendo gli attacchi dell’Armija contro i civili serbi, afferma l’impossibilità di dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che le distruzioni siano attribuibili in maniera esclusiva alle forze musulmano-bosniache, quindi la natura arbitraria dell’attacco, ovvero non giustificata da necessità militari (Prosecutor v. Naser Orić, Case No. IT-03-68-T, Trial Chamber, Judgement, 30 June 2006).
Croci per i caduti
Arriviamo nell’appartamento che abbiamo preso in affitto per qualche giorno. La vista dà direttamente sulla Drina. La sponda serba è proprio di fronte, si può quasi toccare con le mani. Facciamo un giro per la città e i dintorni, cerchiamo di capire quale sarà la strada da percorrere domani per arrivare a Potočari. Quello di quest’anno è un anniversario particolarmente importante, ricorrono trent’anni dal genocidio e dalla fine della guerra, ci si aspetta un’enorme partecipazione.
È tutto bloccato, inutile pensare di passare con la macchina. Il fermento è enorme per l’arrivo delle delegazioni internazionali. Sulla strada notiamo delle foto in bianco e nero ai lati della strada. Sono quasi tutti uomini, le foto riportano nome, cognome, anno di nascita e di morte, alcune invece sono mute. Mi dicono che sono le foto delle vittime serbe che persero la vita durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina: 3.267 secondo le stime, dal ‘92 al ‘95. “Alcuni mettono dentro anche i soldati della Seconda guerra mondiale” mi arriva un commento sprezzante.
La foto dei morti serbi della zona (de Silva)La croce di Bratunac (de Silva)
Torniamo in città, incontriamo Ado e ci fermiamo a bere un caffè. Ne approfitto per chiedergli delle foto. “È un’iniziativa della comunità serba locale” mi spiega. “Li capisco, sembra che l’attenzione del mondo oggi sia sui bosgnacchi e sul genocidio, quindi sentono anche loro il bisogno di ricordare le loro vittime”. Continua a raccontarmi: “Hanno sofferto tutti, serbi e bosgnacchi. Non è scampato nessuno. Non c’è un solo villaggio qui che non sia stato messo a fuoco”. Poi conclude rassegnato: “È la guerra”.
Gli chiedo come sia la situazione adesso e, per tutta risposta, mi indica un piccolo bar dall’insegna rossa, al lato opposto della strada: “Io abito a 5 km da qui, quello è il mio bar preferito. Un giorno, era il 2004, stavo prendendo un caffè e mi è stato detto di andarmene, che non ero il benvenuto”.
Ripensiamo alle foto di stamattina. È una narrazione molto diffusa, in certe aree della Republika Srpska, ricordare il conflitto degli anni Novanta come una continuazione della persecuzione della popolazione serba nella regione. Proprio a Srebrenica, durante la Seconda guerra mondiale, circa 2.262 serbi furono trucidati dalle milizie dello Stato Indipendente di Croazia, lo stato collaborazionista, alleato di Germania e Italia.
Dopo la guerra, i corpi delle vittime vennero seppelliti nel cimitero ortodosso di Srebrenica. Tra il 1948 e il 1955, le autorità socialiste avviarono la costruzione della centrale idroelettrica a Zvornik, uno dei più grandi progetti energetici della Jugoslavia socialista. La costruzione della centrale e della conseguente diga, comportò l’allagamento di vaste aree della valle della Drina, tra cui proprio il sito del cimitero serbo destinato alle vittime della seconda guerra mondiale.
Diverse fonti memoriali serbe descrivono l’evento come l’ennesimo tentativo della dirigenza socialista di eliminare le tracce di un passato sanguinoso, per portare avanti una forzata narrazione di unità e fratellanza. Un sentimento di svalutazione e marginalizzazione che ancora permane in maniera molto forte in questa parte di Bosnia.
Domani la giornata sarà intensa
La mattinata è torrida, il sole batte impietoso. Percorrere a piedi la strada che dall’appartamento ci porta al memoriale, circa un’ora di cammino, ci lascia stremate. Per fortuna, dei volontari distribuiscono acqua e cappellini alla folla.
Quando finalmente arriviamo l’impatto mi lascia senza fiato. Un’enorme vallata costellata di lapidi bianche. Si estendono a perdita d’occhio, la vista dà le vertigini. Per quanto si possa aver visto foto o sentito racconti, niente prepara davvero a questo. Le lapidi sono migliaia. 8.372, è il numero di persone che tra il 13 e il 16 luglio 1995 furono trucidate nelle esecuzioni di massa dell’Esercito della Republika Srpska guidato da Mladić, entrato nell’enclave protetta di Srebrenica. Il primo genocidio riconosciuto dalla giustizia internazionale dopo l’Olocausto. 8.372 persone di cui da un giorno all’altro non si seppe più niente.
Per nascondere il crimine, i corpi furono dispersi in fosse comuni disseminate per tutta la regione. Ancora oggi, dagli scavi emergono nuovi resti, che vengono analizzati della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse (ICMP) di Tuzla, incaricata dell’identificazione delle vittime. Assieme al centro d’identificazione, sempre con sede a Tuzla, vengono svolte le analisi sul dna e contattate le famiglie. Se la famiglia riconosce l’identità dei resti, essi vengono conservati per essere seppelliti nel cimitero di Srebrenica l’anno successivo.
Le nuove lapidi si riconoscono perché spiccano in mezzo alle altre. Sono lapidi provvisorie, fatte di legno e dipinte di verde, in attesa della lapide di marmo bianca. Quest’anno sono sette. Anche dopo trenta anni, la terra continua a restituire corpi. Vedo un gruppo di donne attorno a una lapide verde. Una di loro è seduta a terra e accarezza il legno dolcemente. Mi chiedo cosa voglia dire dare finalmente sepoltura ad un proprio caro dopo tre decenni. Se quel momento porti con sé un senso di pace, o se al contrario riporti alla luce una rabbia mai sopita. Una donna molto anziana piange in maniera disperata, inconsolabile.
Le Madri di Srebrenica e la Marcia della pace
Le donne in questa storia sono fondamentali, sono le Madri di Srebrenica ad essersi battute affinché il lavoro di ricerca e identificazione dei resti nelle fosse comuni fosse portato avanti e affinché tali resti trovassero un luogo comune di sepoltura. Sono sempre loro che hanno lottato perché venisse riconosciuta la responsabilità del contingente olandese dell’Onu, responsabile di garantire la sicurezza dell’enclave, per la mancata protezione della popolazione civile.
La cerimonia di sepoltura sta quasi per finire, iniziamo a scalare la collinetta a lato della valle. Tutt’attorno risuona Srebrenički Inferno. Prendiamo posto e in quel momento rincontriamo degli amici che avevamo lasciato qualche giorno prima a Sarajevo. Sono arrivati il giorno prima dopo aver percorso la Marš Mira (“Marcia della pace”).
Sono partiti l’8 luglio da Nezuk e hanno marciato per cento chilometri, ripercorrendo a ritroso “la marcia della morte” il percorso tra i boschi percorso da migliaia di persone in fuga da Srebrenica, nel luglio 1995. Delle 10-15mila persone che cercarono di raggiungere Tuzla per trovare rifugio nella città sotto il controllo dell’Armija ne arrivarono 4mila.
La commemorazione del Genocidio
La preghiera funebre inizia e cala un silenzio surreale. Le cronache dei giorni successivi parleranno della presenza di 50mila persone. Bisogna immaginare 50mila persone in assoluto silenzio. L’unica voce che si sente è quella del Reisu-l-ulema che recita la preghiera. Ci guardiamo attorno e non sappiamo bene come partecipare a un dolore che non ci appartiene. Ci sentiamo come delle intruse che stanno sbirciando dal buco della serratura un evento estremamente doloroso, intimo e privato, seppur partecipato da così tante persone.
Il 23 maggio 2024 le Nazioni Unite hanno proclamato l’11 luglio “Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”. Le reazioni della comunità serba sono state particolarmente accese. Quando la bozza della risoluzione iniziò a circolare, migliaia di cittadini serbi-bosniaci si riunirono a Banja Luka per manifestare contro la decisione.
(de Silva)(de Silva)
In quell’occasione, l’allora presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha negato il genocidio, definendolo “un errore” e minacciando la secessione dell’entità serba dal territorio nazionale della Bosnia in caso di votazione favorevole. Pochi giorni prima, durante un incontro con il presidente serbo Aleksandar Vučić, sempre Dodik aveva definito l’evento “un’invenzione atta a satanizzare l’intero popolo serbo”, accusando la comunità internazionale di voler investire l’intero popolo serbo di una responsabilità collettiva, negando e trascurando le sofferenze subite.
Ripenso a quello che mi ha detto Ado il giorno prima: “La guerra ha portato morte e devastazione ovunque. Ma quando più di ottomila persone vengono uccise in cinque giorni, vuol dire che l’azione è stata programmata dall’alto”.
Quando ci si confronta con eventi come questo, solitamente è molto facile tracciare una linea netta – anche grazie al lavoro di ricostruzione della verità storica condotto dai tribunali internazionali e dalle testimonianze dei superstiti – tra le categorie di vittima e carnefice, aggressore e assediato. Viene spontaneo domandarsi come sia possibile chiedere riconoscimento e dignità per tremila persone – che pure esistono, sono reali – senza dare riconoscimento e dignità ad altre ottomila.
Eppure il risultato finale è la sensazione di trovarsi davanti a una conta dei morti. Nelle narrazioni pubbliche le persone cessano di essere individui e diventano numeri da mettere sulla bilancia del dolore per stabilire da quale lato propende. La sofferenza non trova sfogo perché non è mai accompagnata dal pieno compimento della giustizia. La devastazione della guerra e il dolore che essa produce, tuttavia, raramente si lasciano ricondurre a categorie assolute: spesso i margini sono sfumati, il terreno su cui ci si muove scivoloso. Confrontarsi con questa complessità non significa indebolire la ricerca della verità né attenuare le responsabilità per i crimini commessi, piuttosto, rappresenta un tentativo di restituire piena dignità alle vittime.
La prima preghiera interreligiosa
Nel 2020, il Consiglio Interreligioso della Bosnia-Erzegovina (MRV BiH) ha provato qualcosa di rivoluzionario. Ha organizzato a Sarajevo la prima preghiera interreligiosa per tutte le vittime della guerra in Bosnia degli anni Novanta. Il MRV BiH fu fondato nel 1997 dagli esponenti della comunità islamica, ortodossa, cattolica ed ebraica, nel tentativo di promuovere la riconciliazione e restaurare i nessi di fiducia interreligiosa distrutti durante la guerra.
Negli anni, ha ottenuto risultati significativi nel promuovere un’educazione alla convivenza e tolleranza, contribuendo alla redazione e all’adozione da parte del Parlamento, nel 2004, della legge sulla libertà religiosa e promuovendo un approccio multi religioso alla protezione dei luoghi di culto. La preghiera del 2020 è stata un modo per sottrarre la commemorazione alle logiche etnico-politiche che solitamente circondano tali eventi e narrazioni, provando a ricordare le sofferenze dei cittadini della Bosnia tutta, per un evento che ha investito la popolazione nella sua interezza, senza risparmiare nessuno.
Negli anni sono nate diverse iniziative con l’obiettivo di dare un nuovo volto a questi luoghi, strappandoli alla narrazione di devastazione che li attanaglia dimostrando che qualcosa di bello qui può ancora essere creato. È il caso ad esempio del Silver Frame, il festival del cinema contemporaneo nato nel 2024 che ogni estate porta a Srebrenica giovani provenienti da tutta la Bosnia ed Erzegovina, accomunati dalla passione per il cinema. Oppure la cooperativa “Insieme” che dal 2003 riunisce le donne di Bratunac che coltivano e lavorano i “Frutti di Pace” che crescono sul territorio.
Riprendiamo la strada verso Sarajevo, ripenso alle immagini della giornata, alla sensazione del tempo che si riavvolge su se stesso. Fuori dal finestrino, il bosco torna lentamente a riempire ogni cosa.
*Sabina de Silva è ricercatrice presso il CeSPI e dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa di Balcani occidentali, memoria e riconciliazione e cura la newsletter Postcards from Sarajevo su Substack.
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