Le squadre dei territori non riconosciuti del Caucaso

Il Caucaso meridionale è suddiviso sul piano politico tra tre stati riconosciuti a livello internazionale: Armenia, Azerbaigian e Georgia. Vi sono inoltre due entità de facto indipendenti sostenute dalla Russia, Abcasia e Ossezia del Sud, che la quasi totalità dei membri dell’Onu considera de jure sotto la sovranità di Tbilisi. Caso a parte quello del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), indipendente per circa un trentennio, sebbene formalmente parte del territorio azero. Tra il 2020 e il 2023, Baku ne ha ripreso il controllo militarmente, costringendo all’esodo gli oltre 100mila abitanti armeni della regione.

Questa frammentazione si riproduce anche a livello calcistico con la creazione di federazioni locali separate da quelle riconosciute dalla Fifa. Come ben sappiamo, la visibilità globale dello sport lo rende uno strumento utile per veicolare istanze politiche. Nel contesto di cui parliamo, il calcio è stato usato a fasi alterne dalle autorità, ma anche su iniziativa di singoli cittadini, per legittimare o, all’opposto, delegittimare i suddetti movimenti indipendentisti.

Le squadre dei territori non riconosciuti del Caucaso possono così essere suddivise grossomodo in quattro categorie:

  1. Le rappresentative nazionali;
  2. I club che disputano i campionati locali nei territori separatisti;
  3. Le squadre originarie di una determinata area che, dopo esserne state espulse, continuano la propria attività in esilio nello Stato che ne rivendica la sovranità;
  4. Le compagini che evocano nel proprio nome un territorio, pur non avendovi mai effettivamente giocato.

Le nazionali

La Georgia è una terra dalla solida tradizione calcistica. I suoi giocatori funambolici e i tifosi passionali le valevano il soprannome di “Brasile dell’Unione Sovietica”. Nel periodo comunista, il paese non poteva però avere una sua nazionale, ma la Dinamo Tbilisi riempiva questo vuoto nel cuore dei georgiani e le sue giovanili erano una calamita per il talento su base regionale. E qui il discorso si allarga proprio all’Abcasia e all’Ossezia del Sud, i cui destini calcistici (e non solo) erano legati a doppio filo a quelli della Georgia.

Infatti, la rete della Dinamo Tbilisi si estendeva anche ai due territori a statuto autonomo in seno alla Repubblica Socialista Georgiana, attirando molti giovani provenienti da tali regioni. Gli esempi più fulgidi in tal senso sono indubbiamente Vitali Daraselia, nato e cresciuto a Ochamchire, in Abcasia, da padre abcaso e madre georgiana e finito da adolescente nelle giovanili della Dinamo, e Vladimir Gutsaev, originario di una famiglia osseta nella capitale georgiana. Entrambi si sarebbero distinti segnando i due gol nella leggendaria finale di Coppa delle Coppe vinta dalla compagine di Tbilisi nel 1981.

Leggi la storia di Vitali Daraselia raccontata da Gianni Galleri.

Gli highlights della finale con i gol di Gutsaev e Daraselia

Le guerre in Abcasia e Ossezia del Sud negli anni Novanta e il conflitto russo-georgiano nel 2008, eventi causa di devastazione e traumi ancora aperti, limitarono, ma, almeno in un primo momento, non eliminarono i legami calcistici tra la Georgia e i due territori separatisti. Anzi, in quel periodo si assistette in qualche modo a un’inversione dei ruoli. Se in epoca sovietica era la Dinamo Tbilisi a dominare la scena, il primo decennio post-sovietico vide l’ascesa dell’Alania Vladikavkaz, squadra della capitale dell’Ossezia del Nord capace di vincere addirittura un campionato russo dopo aver occupato un ruolo più di secondo piano nel periodo sovietico.

Come si evince dai nomi, in Ossezia del Sud e Ossezia del Nord, parte della Federazione Russa, vive una comunità, quella osseta, che si considera un tutt’uno diviso dalla politica e dallo spartiacque del Caucaso maggiore. Ecco quindi che l’Alania negli anni Novanta divenne una calamita per il talento a sud della catena montuosa, prima dominio esclusivo della Dinamo Tbilisi. Non solo i giocatori osseti, ma anche diverse stelle georgiane del periodo, in fuga dalla catastrofe economica in patria, trovarono nell’Alania una terra promessa. Ad esempio, l’attuale presidente della Georgia, Mikheil Kavelashvili, era nella rosa della squadra di Vladikavkaz che si aggiudicò il titolo di campione di Russia nel 1995.

Anche l’Armenia ha una tradizione calcistica, non allo stesso livello di quella della Georgia, ma comunque solida, con la compagine più forte della Repubblica, l’Ararat Erevan, capace di vincere il campionato sovietico nel 1973.

Questa lunga premessa è necessaria per dire che i territori non riconosciuti del Caucaso meridionale non sono buchi neri calcistici, bensì zone in cui il calcio è amato, praticato e usato per raggiungere gli obiettivi del nuovo millennio: ottenere visibilità e riconoscimento internazionale.

Entra qui nel nostro discorso la Confederation of Independent Football Associations (Conifa), una federazione internazionale fondata nel 2013 alla quale sono affiliate squadre che rappresentano le nazioni, le dipendenze, gli Stati senza un riconoscimento internazionale, le minoranze etniche, i popoli senza Stato, le regioni e le micronazioni non affiliate alla Fifa. Abcasia, Ossezia del Sud e Artsakh sono membri di questo ente che, da parte italiana, include tra gli altri Padania e Due Sicilie.

Fiore all’occhiello della Conifa è l’organizzazione di tre mondiali “dei paesi non riconosciuti”, tornei di cui i territori oggetto di questo articolo sono parte attiva, arrivando, nel caso dell’Abcasia, anche a ospitarne e vincerne un’edizione (quella del 2016).

Armenia Occidentale vs Ossezia del Sud (0-1): finale dell’Europeo Conifa svoltosi in Nagorno-Karabakh nel 2019

I campionati

Su cosa si basa una solida selezione calcistica nazionale? Idealmente, su un sistema di club con una rete di giovanili per scoprire e crescere il talento e partecipare a competizioni locali. Anche se esistono squadre dei territori separatisti nel Caucaso, l’organizzazione di tornei nel periodo post-sovietico è stata limitata dalle devastazioni causate dalle guerre.

L’Abcasia presenta il quadro più sano, con nove squadre che competono nella Apsnj Superliga, il campionato di massima serie la cui prima edizione si svolse nel 1994. Nel corso della trentesima stagione nel 2023, poi, è stata aggiunta una seconda serie e la Federazione organizza annualmente anche una coppa e una supercoppa nazionali. Campione in carica è il Gagra, mentre la squadra con più storia è la Dinamo Suchum. Questi due nomi teneteli a mente perché figureranno ancora nell’articolo.

Meno ricco il quadro nella piccola Ossezia del Sud, dove non si svolge un campionato professionistico regolarmente e l’attrattiva dell’Ossezia del Nord si fa sentire, tanto tra le squadre quanto, come detto, tra i giocatori.

Infine, la situazione in Nagorno-Karabakh negli anni della sua indipendenza de facto rappresentava una via di mezzo. Tra il 2004 e il 2021 presero luogo sette edizioni del campionato locale, inframmezzate da interruzioni più o meno lunghe. Curiosamente, la squadra più nota e titolata, il Lernayin Artsakh, fondata nel 1927, ha giocato alternativamente in Armenia e in Nagorno-Karabakh. Attualmente compete nella seconda divisione armena e quindi potrebbe figurare nella categoria di cui parliamo subito sotto.

Aprile 2026: l’autobus del Lernayin Artsakh nel parcheggio dello stadio Vazgen Sargsyan di Erevan, dove gioca le partite in casa a seguito della riconquista azera e della pulizia etnica della popolazione armena del Nagorno-Karabakh (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Le squadre in esilio

La regina tra queste squadre, in termini di notorietà internazionale, è il Qarabağ in Azerbaigian.

La compagine della città di Ağdam venne costituita nel 1951 e cambiò nome diverse volte in epoca sovietica, senza però ottenere grandi successi. Solo alla fine degli anni Ottanta iniziò ad affermarsi, vincendo il suo primo titolo nazionale nel 1988.

Il 1993, poi, fu un trionfo calcistico per la squadra, visto che riuscì a vincere coppa nazionale e campionato (i primi trofei da quando il paese era diventato indipendente nel 1991), ma una tragedia dal punto di vista umano. Quel 1993 fu, infatti, un anno fatidico per l’Azerbaigian, con una serie di eventi che colpirono direttamente il Qarabağ.

Ağdam, all’epoca una città di quasi 30mila abitanti, si trovava non lontana dai confini della Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh, un territorio con una popolazione a maggioranza armena che le autorità sovietiche avevano assegnato all’Azerbaigian agli inizi del loro dominio sul Caucaso del Sud. A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, armeni e azeri si contesero il controllo della regione in un cruento conflitto; ebbero la meglio i primi e anche Ağdam, pur non rientrando nel territorio del Nagorno-Karabakh, venne conquistata dalle forze armene nel luglio del 1993, diventando una città fantasma nei pressi della linea di contatto tra i due eserciti.

Ağdam cadde in mano armena tra la finale di coppa, giocata il 28 maggio e quella del campionato, svoltasi l’1 agosto. Lo stadio venne distrutto e il Qarabağ fu costretto a trasferirsi a Baku. 

Seguirono anni di difficoltà finanziarie che si protrassero fino al 2001, quando la corporativa agro-alimentare Azersun rilevò la squadra. Da lì la progressiva rinascita con il quasi esclusivo monopolio del campionato nell’ultimo decennio e una serie di campagne europee ricche di soddisfazioni.

La sconfitta nella prima guerra del Nagorno-Karabakh e le sue conseguenze, su tutte, le centinaia di migliaia di sfollati azeri costretti a fuggire dai territori finiti sotto il controllo armeno, divennero una delle basi dell’identità nazionale azera post-sovietica. Il paese era in cerca di riscatto e il Qarabağ, con il suo nome, la sua storia tormentata legata a quella della regione contesa, ma anche i suoi successi, rientrava in questa narrazione. Peraltro, l’artefice di tali risultati prestigiosi, Qurban Qurbanov, allenatore della squadra dal 2008, nelle sue dichiarazioni ha spesso rivendicato il ruolo “politico” del club.

Ma quello del Qarabağ non è un caso isolato nel Caucaso. Spostandosi in Georgia, nel 1990, quando venne creato il campionato nazionale georgiano, la Dinamo Sukhumi (capitale dell’Abcasia) rifiutò di prenderne parte, rimanendo a giocare nel sistema calcistico sovietico per altre due stagioni (fino quindi alla sua ultima edizione nel 1991).

Per rappresentare la città sul Mar Nero nel campionato georgiano venne così creata la Tskhumi Sokhumi, a cui si unirono gran parte dei giocatori e dello staff della Dinamo (mentre una parte rimase, una divisione foriera di altre extra calcistiche e ben più dolorose).

Il crollo dell’Unione Sovietica e la guerra in Abcasia del 1992-1993 (con la quale la regione conquistò l’indipendenza de facto dalla Georgia) portarono al collasso delle due squadre e delle loro infrastrutture. Oggi la Tskhumi e la già menzionata Dinamo Suchum, rinate negli anni Novanta, si considerano entrambe eredi del club dell’epoca sovietica. Una gioca a Sukhumi e partecipa al campionato abcaso e l’altra è in esilio a Tbilisi. A queste si aggiunge la Dinamo Sockhumi fondata da sfollati dell’Abcasia nei primi anni Duemila nella capitale della Georgia. Come la Tskhumi, questa compagine compete nella Regionuli Liga, il quinto e ultimo livello del calcio georgiano (ma nella massima serie femminile), e si considera erede della vecchia Dinamo Sukhumi.

L’uso di tre versioni diverse del nome della stessa città nel paragrafo precedente non è un errore. Come spiegavamo in questo articolo, Sukhumi è la traslitterazione dal russo, Sokhumi dal georgiano e Suchum dall’abcaso. Le squadre ricorrono quindi a toponimi diversi per motivazioni politiche e identitarie ben precise.

Complicati casi di quasi omonimia (Immagine creata su imgflip.com)

Più lineare è invece il caso di un’altra squadra che milita nella Regionuli Liga georgiana, la Dinamo Gagra. Fondata nel 1982 nella città costiera di Gagra, in Abcasia, interruppe la propria attività durante la già menzionata guerra del 1992-1993 e venne rifondata nel 1997 a Tsqaltubo da un gruppo di sfollati interni. A causa del conflitto, infatti, centinaia di migliaia di persone, soprattutto di etnia georgiana, furono costrette a lasciare la regione separatista e a ristabilirsi, in condizioni molto difficili, nel resto della Georgia. Uno dei principali luoghi di reinsediamento fu proprio Tsqaltubo (ne avevamo scritto in questo articolo). Dopo varie vicissitudini economiche, oggi la Dinamo Gagra ha sede a Tbilisi.

Il lungomare di Gagra nel 2016 (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Le squadre “evocative”

L’esempio sportivamente più di successo di questa categoria ci riporta virtualmente a Gagra. Una squadra con questo nome è stata, infatti, fondata a Tbilisi nel 2004, compete regolarmente in Erovnuli Liga, la massima serie georgiana, ha vinto due edizioni della Coppa di Georgia e partecipato più volte ai turni di qualificazione delle competizioni Uefa. Non ha però mai giocato nella città di Gagra e non ha nessun legame con la squadra omonima campione in carica nella regione separatista (creata nel 2006).

Come ha spiegato a Meridiano 13 l’ufficio stampa della compagine basata nella capitale della Georgia, il Gagra è stato fondato da Besik Chikhradze, un imprenditore georgiano originario di Gagra che ancora ricopre la carica di presidente, Mamuka Makhatadze e Goderdzi Chikhradze. La scelta del nome: “era legata all’esperienza delle persone che vennero costrette a lasciare le loro case in Abcasia”. L’obiettivo era quindi simbolico e andava oltre il calcio:

I fondatori volevano che il nome della loro città natale rimanesse visibile e vivo. Il loro sogno più grande era e rimane che un giorno il club chiamato Gagra possa giocare a Gagra.

In questo contesto, la vittoria delle Coppe di Georgia e le partecipazioni alle competizioni europee hanno avuto un significato più che sportivo, per la prima volta: “il nome Gagra appariva nell’arena calcistica internazionale”.

Il logo della squadra. Il motto Georgia United è centrale e indica la connessione con Gagra e l’Abcasia, ma anche la volontà di usare il calcio come “una piattaforma per l’unità, la continuità e per unire diverse generazioni” (immagine dalla pagina Facebook della squadra)

Fondamentali anche i legami con gli sfollati dell’Abcasia in Georgia. “La nostra accademia giovanile accoglie i bambini di molte famiglie di questa comunità, incluse persone provenienti proprio da Gagra. L’iscrizione per loro è gratuita”. Uno degli obiettivi è, infatti, “mantenere i legami con gli sfollati e permettere alla nuova generazione di crescere nel club”. Al contempo, la squadra vuole unire anche calciatori e tifosi di altre regioni della Georgia.

Una partita di calcio in Georgia.
Un momento della partita di Coppa di Georgia, Samgurali Tsqaltubo-Gagra nel luglio 2023 allo stadio “26 maggio” di Tsqaltubo (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Quello del Gagra non è un caso isolato in Georgia e ci sono molti altri esempi di minor successo di squadre che portano i nomi dei territori separatisti, come per esempio il Liakhvi Tskhinvali (Tskhinvali è la capitale dell’Ossezia del Sud). Creato nel 2014, ha sempre giocato a Gori, prima del suo fallimento nel 2020.

Spostandoci in Armenia, invece, troviamo nel presente e nel passato squadre come Van, Pyunik, West Armenia (da non confondere con la nazionale Conifa Western Armenia), Malatia, Arabkir. Questi nomi hanno un qualcosa in comune: evocano località dell’Anatolia orientale abitate da armeni prima del genocidio del 1915. Peraltro l’uso di tali toponimi non si limita al calcio. Ad esempio, Malatia e Arabkir sono i nomi di due quartieri di Erevan.

Questa disamina di nomi e località non è completa e si limita a guardare solo a uno sport. Proprio per la sua visibilità però il calcio, è uno strumento che può creare attenzione su luoghi e situazioni dimenticate. Il nome di una squadra può essere una scelta identitaria, un modo di tenere viva la memoria di un territorio perduto o uno strumento di legittimazione internazionale.

Condividi l'articolo!
Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.