Sarajevo, la capitale dalle tante premesse

Sarajevo, come qualsiasi altra città, può essere visitata da soli o in compagnia. Soggetta all’entropia, frutto del suo passato e tesa, tra le tante problematiche, al futuro, la Sarajevo dell’ultima volta non differiva in nulla rispetto agli anni precedenti, salvo che si trattasse di una visita – quella dello scorso di Capodanno – successiva all’apertura del fascicolo della Procura di Milano sui safari umani.

Diciamolo subito, così anche chi arriva per la prima volta nella capitale bosniaca lo sa: i safari non sono un fatto nuovo. Il fenomeno era già comparso sulla stampa italiana, fu affrontato durante il procedimento di Radovan Karadžić dalla Corte penale internazionale dell’Aja e sviscerato, almeno in parte, nel documentario di Miran Zupanič intitolato proprio Sarajevo Safari. La novità sostanziale è l’inchiesta, i circa duecento nominativi, nostri connazionali, che avrebbero pagato cifre da capogiro per sparare sulla popolazione inerme, tra cui donne e bambini, durante l’assedio.

Leggi la nostra recensione al film-documentario Sarajevo Safari

Sarajevo e la guerra

Dunque, la guerra!, tanto per riprendere il titolo di una delle ultime opere di Bernard-Henry Lévy. È difficile quando si è a Sarajevo, soprattutto in compagnia, non parlare quasi subito del tema della guerra. È vero che chi arriva per la prima volta nella capitale bosniaca potrebbe rimanere sorpreso dalla convivenza pacifica tra musulmani, ebrei e cristiani, nonostante tutto. E sul quel “nonostante tutto”, è necessario soffermarsi.

Sarajevo, infatti, non è solo la guerra – come potrebbe? – ma la sua storia passata, quella della lotta tra l’Impero ottomano e quello austroungarico, l’approdo degli ebrei sefarditi, l’attentato di Gavrilo Princip all’arciduca Francesco Ferdinando, la Jugoslavia di Tito, le olimpiadi invernali del 1984, sembra in un certo senso la premessa necessaria per giungere all’assedio, all’esplosione della violenza che ha mandato in frantumi tutte le belle speranze dell’Occidente che, dopo la Seconda guerra mondiale, credeva di avere gli anticorpi per impedire la recrudescenza bellicistica in Europa. Sì, la guerra è parte della storia di Sarajevo, ma la bellezza della capitale la si coglie proprio superando l’assedio degli anni Novanta.

E qui è fondamentale fare una premessa a chi visita per la prima volta la città: più che una questione etnica o politica, alla base dello scontro armato, se si osservano le personalità e i pedigree dei principali attori, non è possibile non scorgere la fame malavitosa di arraffare ricchezza, strappare pezzi di potere, approfittare del corpo delle donne, incassare denaro, svuotare le abitazioni, non risparmiando neanche gli infissi e gli elettrodomestici. Una guerra, dunque, che si potrebbe definire bulimica, dove tutto era permesso – e prendibile – e che la questione etnica non fosse altro che uno specchietto per le allodole. E quindi no, la convivenza pacifica non dovrebbe sorprendere.

La Gerusalemme d’Europa

Prendiamo in prestito le parole di Sarajevo. Laboratorio fragile dei Balcani, metronomo d’Europa di Joshua Evangelista, edito da Paesi edizioni. L’autore domanda a Indira Kučuk Sorguč, giornalista, scrittrice e storica, se avesse ancora un senso chiamare la capitale bosniaca, dopo l’esplosione dei nazionalismi e della guerra, la Gerusalemme d’Europa:

Nel raggio di poche centinaia di metri c’è la moschea Gazi Hursev-Beg, la Cattedrale ortodossa della Natività, la Cattedrale cattolica del Sacro Cuore e la Sinagoga Ashkenazita. Non esiste niente di simile in Europa.

Sorguč, su questo, è chiarissima e spiega che un senso lo ha, “assolutamente. Perché una città è fatta dalle persone che le danno un’anima e provano a immaginare valori condivisi. Noi, questa storia del multiculturalismo ce l’abbiamo da sempre. Ma in un modo tutto nostro”.

Una volta compreso lo spirito dei sarajevesi, quello che li ha portati a proteggere e a sopravvivere alla propaganda bellicista e alla violenza, restando o tornando ad essere quello che sono sempre stati, sono ancor più apprezzabili le vie in cui si alternano templi ebraici e musulmani; il canto dei muezzin ascoltati all’ombra di un campanile; la protezione da parte del professore Enver Imamović dell’Haggadah; la strenua difesa della città da parte del generale serbo Jovan Divjak; la genesi dell’Inat Kuća.

Palco musicale al Park Mejdan di Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa (Meridiano 13/Lorenzo Mantiglioni)

Sarajevo, quindi, potrebbe sembrare un microcosmo sui generis che ha trattenuto con forza la sua originalità, il suo essere diversa – virtuosa? –, cosmopolita e pacifica a tutti i livelli: è questo, dunque? No, sarebbe una considerazione superficiale, decisamente troppo ottimistica che chi visita per la prima volta la capitale potrebbe prendere per vera.

Anacronimo, veti e ricatti

Ma è necessario essere chiari, andando più a fondo della questione. Perché se da una parte la società civile bosniaca ha fatto dei passi avanti da gigante, nella convivenza e nel rifiuto della violenza, la politica resta colpevolmente aggrappata a una mentalità vecchia e divisiva. Un esempio: chi visita per la prima volta la capitale potrebbe restare sorpreso – magari favorevolmente – della possibilità di fumare nei locali. Un fatto che nel Belpaese, per esempio, non si vede da decenni.

Ma questo anacronistico permesso non è frutto di una decisione politica, ma l’esatto opposto: in Bosnia ed Erzegovina si può fumare (non sempre) nei locali perché la classe dirigente non ha mai trovato un accordo sul divieto. Non è una scelta condivisa, ma una deriva del totale immobilismo, fatto di veti e ricatti.

Veti e ricatti che contraddistinguono il sistema politico bosniaco, dove vige una presidenza tripartita, centinaia di ministeri, limitazioni al diritto di voto e continue minacce di secessioni. Sì, perché l’ormai ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha passato l’intero 2025 – ma non era un fatto nuovo per lui – a paventare la secessione di Banja Luka.

Per non parlare del sindaco di Istočno Sarajevo, Ljubiša Ćosić, che proprio durante il periodo di Capodanno ha bollato come “pericolosa” la tendenza a vendere appartamenti ai musulmani in un’area prettamente vissuta da serbi. Gli stessi serbi che ogni giorno prendono l’automobile per lavorare, studiare e curarsi nel cantone di Sarajevo.

Uno stato dell’arte molto complesso, difficile da cogliere per chi visita per la prima volta la capitale bosniaca. Ma una volta fatte le dovute premesse, spiegando che cos’è oggi Sarajevo (e così la Bosnia ed Erzegovina) e che cos’era ieri, è più facile comprendere e (soprattutto) apprezzare la Gerusalemme d’Europa. Una città certamente dal passato ingombrante, ma dove la bellezza – in primis quella umana – la si può scorgere anche nei più piccoli dettagli.

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Lorenzo Mantiglioni
Lorenzo Mantiglioni

Giornalista e dottore in Giurisprudenza, attualmente cura l’ufficio stampa del Comune di Capalbio e collabora il progetto divulgativo Frammenti di Storia. Nel 2019 è stato selezionato per partecipare, in Bosnia ed Erzegovina, all’International Summer School Rethinking the culture of tolerance, organizzata dai tre atenei di Sarajevo, Sarajevo Est e Milano-Bicocca. Autore del libro Stante così le cose, edito da Edizioni Creativa.