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Un treno merci nella regione di Smolensk, Russia. Le infrastrutture ferroviarie russe sono diventate uno degli obiettivi principali degli atti di sabotaggio contro l'invasione dell'Ucraina nel 2022 (Wikimedia Commons/Svetlov Artem, CC BY 3.0)
Ruslan Sidiki è un anarchico italo-russo, condannato nella Federazione Russa a 29 anni di reclusione per terrorismo. Nel novembre 2023, utilizzando dei droni, ha provocato il deragliamento di un treno merci che trasportava materiale bellico nella regione di Rjazan’ (200 km a sud-est di Mosca), senza causare vittime e feriti. Sempre con l’impiego di droni, Sidiki ha anche attaccato la base militare di Djagilevo, con l’obiettivo di danneggiare le infrastrutture militari.
Le autorità russe lo hanno accusato di possesso, trasporto e detenzione illegale di esplosivi, nonché di preparazione di attività terroristica, sostenendo che tali azioni siano state compiute nell’interesse dell’Ucraina. Sidiki e il suo collegio difensivo, invece, sostengono che le azioni contestate debbano essere qualificate come atti di sabotaggio, in quanto dirette esclusivamente contro obiettivi e infrastrutture militari, e non contro la popolazione civile.
Dopo l’arresto, il suo nome è stato inserito nell’elenco delle persone considerate estremiste e terroriste dal Cremlino.
In questo articolo spieghiamo chi sono le persone e organizzazioni "estremiste" per il governo russo.
Appello respinto e condanna definitiva a 29 anni in Russia
Per approfondire gli ultimi sviluppi del caso giudiziario, siamo entrati in contatto tramite Signal con Matvei (nome di fantasia), referente della campagna a sostegno di Ruslan Sidiki. Il primo luglio 2026 la Corte Militare d’Appello ha confermato integralmente la condanna a 29 anni di reclusione, rendendo la sentenza definitiva. Sidiki si trova in un centro di detenzione preventiva, in attesa di essere trasferito in un istituto penitenziario russo ad alta sicurezza. Questo tipo di regime penitenziario è quello che prevede il più alto livello di isolamento del detenuto.
Sebbene sia teoricamente possibile presentare un ricorso per cassazione, tale rimedio ha scarsa probabilità di successo nei procedimenti dove è coinvolto un oppositore politico. Per questo motivo, chi segue la sua campagna ripone maggiori speranze in un eventuale scambio di prigionieri politici o di guerra oppure in una procedura che consenta il trasferimento in regime detentivo di Sidiki in Italia, in virtù della sua doppia cittadinanza.
Secondo quanto denunciato dalla difesa, dopo l’arresto Sidiki è stato sottoposto a ripetuti episodi di violenza fisica e psicologica con l’obiettivo di estorcere confessioni e informazioni. Le torture hanno incluso percosse, scariche elettriche e minacce di violenza sessuale e mutilazione. Tali abusi sarebbero avvenuti durante gli interrogatori iniziali, nel corso dei trasferimenti e nei giorni successivi alla detenzione.
Ruslan Sidiki durante il suo processo (Foto su gentile concessione del referente della campagna a sostegno di Sidiki)
La posizione delle autorità russe e la risposta delle istituzioni italiane
Le autorità russe non hanno trasmesso alcuna comunicazione ufficiale alle autorità italiane in merito all’arresto di Sidiki e hanno negato l’accesso consolare, sostenendo che egli sia entrato in Russia con un passaporto russo e debba pertanto essere considerato esclusivamente cittadino della Federazione Russa. Tale posizione ha impedito alle istituzioni italiane di effettuare visite consolari e di prestargli assistenza.
La vicenda è stata oggetto di attenzione anche da parte del parlamento italiano, grazie a Memorial Italia: è stata presentata un’interrogazione al governo per chiedere quali iniziative siano state adottate, o si intendano adottare, per garantire al cittadino italiano un processo equo e il rispetto dei suoi diritti fondamentali durante la detenzione.
La vicenda evidenzia un problema più ampio: le autorità russe tendono infatti a limitare l’assistenza diplomatica e consolare ai cittadini con doppia cittadinanza quando una delle due è quella russa, impedendo spesso ai Paesi di origine di fornire pieno supporto ai propri cittadini detenuti.
Sabotaggi in Russia: la resistenza interna alla guerra in Ucraina
Nonostante la crescente repressione e il rafforzamento del controllo esercitato dalle autorità russe, dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022 continuano a verificarsi episodi di sabotaggio contro infrastrutture legate allo sforzo bellico. Tra gli obiettivi più frequenti figurano le ferrovie, dove, per esempio, vengono danneggiati i pannelli di segnalazione, i semafori ferroviari e i cavi di continuità con l’obiettivo di interrompere o rallentare il traffico ferroviario.
In particolare, i sabotaggi ferroviari mirano a ostacolare il trasporto di equipaggiamenti militari, carburante, munizioni e altri rifornimenti destinati al fronte ucraino. Le autorità russe minimizzano questi episodi come guasti tecnici o altre cause accidentali. Altri tipi di sabotaggio hanno preso di mira uffici di reclutamento militare, basi, impianti di produzione bellica e altre infrastrutture strategiche.
Le azioni di sabotaggio sono attribuite ad attori molto diversi tra loro: gruppi anarchici, attivisti filoucraini, organizzazioni di estrema destra e, in alcuni casi, singoli individui non affiliati ad alcun movimento.
I sabotaggi vengono perseguiti, come nel caso di Sidiki, come reati di terrorismo e con lunghe pene detentive in regime di isolamento. Dal 2025 il numero degli attacchi documentati è diminuito, probabilmente sia per l’effetto deterrente della repressione del regime sia per il crescente controllo esercitato dalle autorità sulla società e sulle forme di dissenso.
La solita domanda: cosa pensano i russi della guerra in Ucraina?
In questo contesto, valutare il reale atteggiamento della società russa nei confronti della guerra rimane particolarmente difficile. La repressione del dissenso, il controllo dell’informazione e la propaganda rendono infatti complesso interpretare i dati disponibili e comprendere quanto le opinioni espresse riflettano convinzioni autentiche piuttosto che l’adattamento a un contesto autoritario.
Anche i sondaggi mostrano un quadro articolato della società russa. Secondo il Levada Center, nel gennaio 2026 l’attenzione dell’opinione pubblica verso gli eventi in Ucraina ha raggiunto uno dei livelli più bassi dall’inizio del conflitto: il 45% degli intervistati ha dichiarato di seguire gli sviluppi della guerra, mentre circa un terzo ha affermato di seguirli poco e il 18% di non seguirli affatto.
Allo stesso tempo, il sostegno alle azioni delle forze armate russe in Ucraina rimane elevato, soprattutto tra gli uomini e le fasce di popolazione più anziane. Parallelamente, una quota significativa della popolazione si dichiara favorevole all’avvio di negoziati: il 61% degli intervistati ritiene infatti che sia giunto il momento di avviare trattative di pace.
Questi dati evidenziano le contraddizioni della società russa contemporanea. Il sostegno alle forze armate, il crescente disinteresse verso il conflitto e il desiderio di una soluzione negoziata possono coesistere. Allo stesso tempo, una piccola minoranza continua a opporsi attivamente alla guerra attraverso azioni di sabotaggio o altre forme di resistenza, assumendosi rischi estremamente elevati.
Sidiki in un passato momento di libertà (foto su gentile concessione del responsabile della campagna in favore di Sidiki)
Il caso di Ruslan Sidiki rappresenta uno dei diversi esempi della repressione esercitata dalla Russia putiniana contro le forme di opposizione alla guerra, ma anche della presenza di forme di resistenza interna che, nonostante i rischi elevatissimi, esistono all’interno della società russa.
Meridiano 13 ringrazia Aksinia Novikova per il supporto, i contatti forniti e il prezioso contributo alla realizzazione e alla stesura di questo articolo. Un ringraziamento anche al referente della campagna in difesa di Ruslan Sidiki per le informazioni e le foto prestate.
Ricercatrice al Center for Social Sciences (CSS) di Tbilisi e dottoranda al Research Center For Eastern European Studies (FSO) all'Università di Brema. Dal 2018 si sposta tra vari paesi dell’est Europa.