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Nel calendario civile di ogni paese europeo esistono almeno due ricorrenze a cui è demandato il compito di rafforzare i sentimenti di unità nazionale: il giorno della liberazione dal nazifascismo e il giorno della Repubblica. C’è poi una data comune a tutti, che celebra invece il conflitto sociale: il Primo maggio. Nata come giornata di lotta operaia, al primo maggio in Jugoslavia venne riconosciuto sin da subito un peso significativo. Ad essere festeggiata era infatti una classe lavoratrice capace non solo di ricostruire il paese dopo la guerra ma soprattutto di prendere il potere e instaurare il socialismo, sconfiggendo i nemici di classe.
Le celebrazioni del Primo maggio erano caratterizzate da commemorazioni e manifestazioni di piazza in cui venivano esaltati il lavoro e i lavoratori come pilastri del nuovo stato socialista. Uno stato basato sull’idea di autogestione, che considerava la classe lavoratrice un soggetto politico attivo e il lavoro un linguaggio comune a tutti i popoli jugoslavi capace di superare le divisioni etniche e nazionali e contribuire a creare quella “unità e fratellanza” posta al centro del progetto jugoslavo.
Se il rito celebrativo della festa dei lavoratori è rimasto pressoché lo stesso lungo tutto il periodo jugoslavo, lo stesso non può dirsi della sua narrazione. Il Primo maggio è stato infatti raccontato in modo diverso nel tempo, in base alla congiuntura politica del momento. I poster politici dedicati alla giornata ne sono una testimonianza.
Uno spazio particolare meritano i manifesti dei festeggiamenti del primo maggio a Trieste dopo la guerra. Alla fine del conflitto la città si trovò al centro di una disputa tra Italia e Jugoslavia. Entrambi ne rivendicavano il controllo: gli jugoslavi per averla liberata, gli italiani per appartenenza storica.
Il manifesto del Primo maggio 1946 lancia però un messaggio di unità, con tre partigiani che tengono ognuno una bandiera: il tricolore italiano con la stella rossa al centro, utilizzato dalle organizzazioni partigiane comuniste; quella con il giglio, simbolo della città; e quella jugoslava.
Il Trattato di pace del 1947 creava il Territorio Libero di Trieste, teoricamente indipendente, mentre il resto dell’area veniva diviso in due zone: la Zona A sotto controllo alleato e la Zona B sotto quello jugoslavo. Nonostante le divergenze politiche, anche negli anni successivi continua ad esistere una narrazione della festa dei lavoratori fortemente unitarista. Lo dimostrano i manifesti del Fronte Popolare italo-slavo del 1949, che raffigura un operaio e una contadina su uno sfondo rosso in cui è possibile riconoscere anche il tricolore italiano, e quello del 1950 in cui un lavoratore italiano e uno jugoslavo alzano insieme la bandiera rossa con falce e martello. Il messaggio è chiaro: solo il socialismo e il lavoro uniscono i popoli.
Più in generale, in questo periodo comincia a manifestarsi una prima chiara tendenza nella rappresentazione del Primo maggio. Il corpo dei lavoratori, vigoroso e vincente, è il centro del racconto.
Come nel manifesto di Trieste del 1947 che raffigura tre operai dai fisici possenti, intenti a rompere le catene dello sfruttamento con i loro attrezzi da lavoro. Stessa immagine evocativa dei manifesti del 1948. Si tratta in entrambi i casi di uno stile figurativo in cui persone e oggetti sono riconoscibili e in cui ci si può facilmente immedesimare: fabbriche, bandiere rosse, ingranaggi. L’obiettivo è la mobilitazione ideologica della popolazione. Sono gli anni della ricostruzione, con migliaia di lavoratori impegnati a dare vita a un nuovo sistema.
La destalinizzazione e il Primo maggio in Jugoslavia
Ma sono anche gli anni della rottura con Stalin e dell’allontanamento dal modello sovietico. Prende corpo così una “via jugoslava al socialismo”. Nei poster degli anni Cinquanta è possibile riconoscere un nuovo tipo di rappresentazione: non più solo operai e fabbriche, ma colori e un generico richiamo a un contesto di pace e serenità.
Come nel caso del poster del 1950 di Milo Milunović, uno dei più importanti pittori montenegrini, tra i fondatori dell’Accademia delle Belle Arti di Belgrado nel 1937.
Poster del Primo maggio disegnato da Milo Milunović (Wikipedia Commons)
Tra i disegnatori più noti che partecipano alla creazione dei poster per la festa dei lavoratori anche Đorđe Andrejević, combattente antifascista prima in Spagna e poi in Jugoslavia, membro del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti e autore del poster del 1955, ma soprattutto dello stemma della città di Belgrado (tutt’ora in uso) e di quello della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Il poster di Đorđe Andrejević per la festa dei lavoratori del 1955 (Wikipedia Commons)
È il preludio a un cambiamento ancora più netto. La Jugoslavia cresce, sia all’interno che a livello internazionale. Le contaminazioni culturali, facilitate da confini piuttosto permeabili, si fanno sempre più diffuse anche in campo artistico. Ad esserne influenzato è anche il discorso e il racconto politico.
Negli anni Sessanta, le immagini sui poster del Primo maggio seguono le tendenze del momento diventando più astratti e concettuali, con figure e composizioni dinamiche. L’obiettivo della leggibilità immediata lascia il posto al design senza necessariamente un messaggio esplicito. La solidità del sistema jugoslavo non necessita più del richiamo costante allo sforzo, al sacrificio e al lavoro. La narrazione adesso deve essere rassicurante, a tratti leggera.
Negli anni Settanta l’utilizzo del poster come mezzo di comunicazione politica comincia a perdere d’importanza, conquistando invece il settore dello spettacolo e della musica. In questi anni di riforme e crisi economiche, e gli ultimi con il Maresciallo Tito ancora in vita, si registra un ritorno a slogan e simboli del passato, legati al partito e al socialismo, ma con una nuova veste grafica.
L’operaio muscoloso e vincente si trasforma in una sagoma sorridente con un fiore rosso in testa, come raffigurato nel poster del 1973 ad opera di Nikola Masniković. Si tratta forse di un ultimo tentativo, anche in campo comunicativo e artistico, di rianimare un paese in difficoltà, che a partire dal decennio successivo si avvierà verso un rapido e doloroso declino. Il “nuovo uomo socialista” cesserà di esistere e di essere immaginato.
I poster, che con i loro operai monumentali, le bandiere rosse e i colori astratti avevano disegnato la parabola di un intero paese, dall’entusiasmo della ricostruzione a una propria via autonoma al socialismo, si animeranno di nuove narrazioni, dal sapore fortemente militaresco.
Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.