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Divieto di accesso a Kosovska Mitrovica

di Sergio Pilu *

È da poco passata l’una quando parcheggio a ridosso del più tipico autolavaggio balcanico, un agglomerato instabile di lamiere corredate di pompa per tirare via la polvere dalla parte superiore della vettura disinteressandosi del fango che dal pavimento salirà per rinforzare lo strato che corazza la parte inferiore. Sono in riva all’Ibar, a Mitrovica, il capoluogo della regione a maggioranza serba del Kosovo. È l’ora di una delle cinque preghiere quotidiane dell’Islam; la voce di decine di muezzin vola sopra l’acqua, portata dagli altoparlanti posti in cima ai minareti che punteggiano il panorama della riva opposta, quella musulmana, verso la sponda sulla quale mi trovo io, quella serba, e sembra di poter toccare il silenzio rabbioso che qui la accoglie come un segnale ripetuto, instancabile e ironico di sopruso.

A Mitrovica – Kosovska Mitrovica, per essere precisi: giusto per non fare confusione con la Sremska Mitrovica in territorio serbo, trecentocinquanta chilometri più a nord – arrivo da Pristina. O meglio, arrivo da quel fazzoletto di terra dove nell’arco di una dozzina di chilometri si passa da un enorme albergo ristorante battezzato facendo ricorso a un’ironia non proprio sottile (me li vedo, i proprietari: “Come si chiamava quel posto in Italia da dove partivano i bombardieri della NATO che andavano a Belgrado?” – “Aviano” – “Ecco, quello: non è il nome perfetto per l’albergo?”) al Gazimestan, il monumento di Kosovo Polje che ricorda la devastante sconfitta inflitta nel 1389 dall’esercito ottomano alle truppe cristiane, il posto dove Slobodan Milošević fece partire l’incendio delle guerre jugoslave degli anni Novanta e dove ancora, ogni anno che il dio dei cristiani e pure quello dei musulmani mandano in terra, i serbi del Kosovo si ritrovano a celebrare una sconfitta e a protestare contro quella che denunciano come l’oppressione musulmana. 

I poco meno di cinquanta chilometri di strada, costeggiati da una lunga teoria di piccoli e grandi cimiteri di guerra e monumenti in memoria di questo o quel comandante dell’UCK, portano in una città di settantamila abitanti coperta per tre quarti di bandiere albanesi e per il quarto rimanente di bandiere serbe: di vessilli kosovari, cioè del paese del quale la città nominalmente fa parte, nemmeno l’ombra.

Mitrovica è una Berlino dove al posto del muro c’è il ponte, perché il fiume non attraversa la città: la taglia. Da una parte gli albanesi, dall’altra i serbi: ancora una volta, nessuno parla di kosovari, perché nessuno si sente tale e non lo si sentirà almeno fino a quando sulla riva opposta ci saranno “quegli altri”.

Il ponte principale viene ricostruito e manutenuto grazie ai fondi dell’Unione Europea ma non può essere usato se non da rari pedoni: l’ingresso in zona albanese è presidiato dalla polizia kosovara, quello sulla sponda serba dai carabinieri della missione KFOR.

Mi fermo per salutarli e i trenta secondi del buongiorno-come-va diventano una mezz’ora durante la quale mi raccontano della loro vita: arrivano qui per una missione di sei mesi “ma poi sa com’è, siamo volontari e non è detto che alla fine dei sei mesi ne abbiano trovati abbastanza per darci il cambio, così finisce che i mesi diventano nove, dieci, qualcuno è rimasto anche un anno e mezzo”. Passano la vita pattugliando l’area di confine, quella dei comuni a maggioranza serba dove la gente rifiuta di usare le targhe con la sigla RKS perché usare la R di Republika-Republikë significherebbe riconoscere l’esistenza del Kosovo, e facendo la guardia ai blocchi di jersey che impediscono l’accesso al ponte “altrimenti c’è il rischio che qualcuno si lancia con la macchina verso la parte opposta per fare strike, capisce?”.

Capisco. Capisco, perché da pedone posso muovermi da una parte all’altra del ponte, di questo manufatto che gli uomini costruiscono per unire fino a quando non pensano che sia meglio usarlo per dividere e, se da una parte cammino come se fossi nel Blokku di Tirana, leggendo l’alfabeto latino e ascoltando i suoni sempre incomprensibili ma ormai un po’ familiari dell’albanese, a trecento metri di distanza mi ritrovo nella versione locale della Knez Mihailova di Belgrado, fra insegne rigorosamente in cirillico e enormi statue del Re Lazar a dominare rotonde istoriate di enormi murales che rappresentano i derelitti serbi oppressi dall’aquila bifronte albanese.

“A settembre c’è stato un bel casino”, mi dicono i carabinieri, “sempre per questa storia delle targhe delle automobili, ma ogni scusa è buona: i documenti, gli uffici postali, qualsiasi cosa”. Lo so, c’ero anche quella volta, me lo ricordo perché arrivai in Kosovo il giorno del mio compleanno e le persone che conosco mi avvisarono il giorno prima: “Noi andiamo e speriamo che ci confermino gli appuntamenti, ma i serbi hanno fatto volare i MIG sopra il confine e c’è un po’ di tensione”.

Riparto salendo sull’automobile che ho noleggiato a Tirana e che ho parcheggiato a due passi da quello che immagino essere un monumento ai caduti (chi erano? Quale delle molte guerre che sono state combattute qui li ha lasciati sul terreno? Non ho modo di saperlo) e mi riporto verso Pristina provando la curiosa sensazione di non sapere bene dove mi trovo perché i paesi li fanno gli umani nella loro vita quotidiana e non le carte bollate, nemmeno quelle con i timbri delle istituzioni internazionali.

Il giorno prima, dopo aver scavallato le Alpi albanesi mi sono fermato a bere un caffè a Prizren, un posto dove se chiedi di pagare in lek ti guardano schifati, dove ogni moschea ha la sua targa che ricorda che la ricostruzione viene fatta grazie ai soldi del governo turco e dove i negozi di souvenir vendono le tute mimetiche con i simboli dell’UCK in taglie adatte ai bambini di sei anni; il giorno dopo incontrerò un alto funzionario governativo in un ufficio nel quale la bandiera più grande posta alle spalle della scrivania in mogano non è quella del Kosovo e nemmeno quella dell’Unione Europea bensì quella americana.

Una delle attrazioni turistiche più famose della capitale è un monumento tipografico, insomma una specie di grande scritta appoggiata sul pavimento di una piazza: dice “newborn”, neonato, si riferisce alla nazione, quella di cui nessuno sa dire con precisione chi sia il padre e chi sia la madre.

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* Sergio Pilu si guadagna da vivere come marketing manager di un’agenzia di comunicazione. Conosce e frequenta i Balcani per motivi professionali e personali da una quindicina d’anni e ha scritto due libri: “Zona di alienazione” sul suo giro a Chernobyl e “Il Tunnel” sul suo viaggio in Bosnia.

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Redazione
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