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Analisi della crisi del confine Serbia-Kosovo

di Marco Siragusa e Tobias Colangelo

Ieri pomeriggio nel nord del Kosovo, specie nei comuni a maggioranza serba, si è verificata una serie di incidenti: barricate e blocchi stradali, sirene antiaeree, chiusura dei valichi di frontiera. Alcune notizie riportano anche di scontri a fuoco, senza feriti, tra cittadini serbi e polizia kosovara. La missione internazionale Kfor, guidata dalla NATO, si è detta “pronta a intervenire se la stabilità fosse messa a repentaglio”.

Quali sono state la causa scatenante della crisi?

La causa scatenante è stata l’entrata in vigore della cosiddetta “reciprocità” sull’utilizzo delle targhe e sui documenti. Da oggi le auto serbe (provenienti sia dalla Serbia che dalle municipalità a maggioranza serba in Kosovo) avrebbero dovuto esporre una targa con l’indicazione RKS (Repubblica del Kosovo) mentre ai viaggiatori sarebbe stato rilasciato una sorta di permesso temporaneo di tre mesi. Una decisione, applicata al contrario dalla Serbia già dal 2011, che aveva provocato episodi simili nel settembre scorso. La questione del visto è stata estesa anche ai cittadini di età inferiore ai 16 anni in possesso del codice fiscale, come è stato riportato dal servizio in lingua serba della BBC.

La risposta degli abitanti del nord e del governo di Belgrado

Come riporta il portale Kossev, nel tardo pomeriggio di ieri 31 luglio, sono suonate le sirene in varie città del nord tra cui la parte settentrionale di Kosovska Mitrovica/Mitrovicë e sono state bloccate varie strade che portano al confine con la Serbia, tra cui quelle di Zvečan/Zveçani e Zubin Potok/Potoku. Nel mentre, a Belgrado, il presidente Aleksandar Vučić ha tenuto una riunione con i capi di Stato Maggiore dell’esercito per decidere come agire al riguardo, cui ha fatto seguito un comunicato stampa dell’esercito in cui si affermava di non aver varcato la cosiddetta “linea amministrativa”, ovvero il confine kosovaro. Il comunicato è arrivato come smentita alle notizie di scontri tra forze armate serbe e polizia kosovara.

La reazione dei media italiani

Molti media italiani, riprendendo i titoli sensazionalistici dei tabloid serbi e persino di media russi, si sono affrettati a parlare di “rischio guerra” diffondendo paura tra i lettori. Chiariamoci: la situazione in Kosovo, specialmente nelle aree a Nord a maggioranza serba, è tutt’altro che tranquilla e serena. Ed è così da anni, non certo da ieri sera. Lo stallo in cui è finito il processo di normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Prishtina non incentiva l’ottimismo, mentre la guerra in Ucraina ha ulteriormente polarizzato le posizioni delle grandi potenze schierate in favore di una parte o dell’altra. Urlare alla guerra ci sembra però prematuro e azzardato.

La situazione, ora, sembra essersi raffreddata

Nella stessa serata di ieri, l’ambasciatore USA in Kosovo ha chiesto al premier Albin Kurti di posticipare l’entrata in vigore dei provvedimenti di un mese, cosa che il governo di Pristina ha accettato di fare in cambio della rimozione delle barricate. Al momento la crisi sembra già essere rientrata.

Basta con i sensazionalismi

Noi non abbiamo la palla di vetro e non possiamo avere la certezza che in futuro non scoppi un nuovo conflitto in questa parte di Europa. Quello che possiamo fare è seguire la situazione e informare i nostri lettori, provando a mantenere lucidità e obiettività del racconto senza scadere in facili sensazionalismi.

Foto di copertina: Wikipedia CC

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Redazione
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