Uno sguardo sulle identità dell’Asia centrale in compagnia di Marco Buttino

Membro dell’associazione Memorial Italia, Marco Buttino è stato professore di Storia Contemporanea all’Università di Torino, dove ha insegnato Storia dell’Europa orientale e Storia delle città e delle migrazioni. È autore di numerosi studi sulla trasformazione sociale in Russia e nelle repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale, tra cui La rivoluzione capovolta. L’Asia centrale tra il crollo dell’impero zarista e la formazione dell’Urss (2003), Samarcanda, storie in una città dal 1945 a oggi (2015) e I tatari di Crimea (2025).

In questa intervista a Meridiano 13, Buttino ripercorre le trasformazioni delle identità dell’Asia centrale. Dal “colonialismo” zarista all’epoca sovietica, fino alla dissoluzione dell’Urss e alle sue conseguenze: i nazionalismi costruiti a tavolino, le migrazioni di massa, l’influenza cinese nella regione e la lenta scomparsa di un mondo che lui stesso ha conosciuto, muovendosi tra quartieri, famiglie e archivi.

L’Asia centrale è spesso percepita come una regione “di mezzo”, tra Russia, Cina e mondo islamico. Esiste un’identità regionale condivisa, o è più corretto parlare di identità dell’Asia centrale separate e ben delineate per ogni paese?

Le identità sono per natura sfuggenti, a volte si manifestano con forza, altre volte si presentano deboli, altre ancora assumono forme del tutto diverse. Perlomeno con la mia identità è così: non è che mi sveglio ogni mattina e penso: “oh che bello, sono un italiano vero, parte della nazione”. Attribuire delle identità è sempre un atto un po’ arbitrario.

Però, indubbiamente, per quanto riguarda l’Asia centrale, lì ci sono innanzitutto due identità collettive che sono andate a sovrapporsi, e poi ci sono tante altre identità differenti.

Le due identità che si sono sovrapposte sono quella dell’antico impero zarista e poi quella sovietica.

Sono due identità, a mio avviso, sovrapposte che possono, tuttavia, anche essere considerate un’unica identità modificatasi nel tempo, il cui pilastro è costituito dal fatto che questi territori e popoli sono stati incorporati, senza sceglierlo, in un’entità più grande, governata da un centro politico, o centro imperiale, situato nella Russia europea. Questo centro si è rapportato ai territori inglobati attraverso politiche in parte imposte e in parte negoziate, ma sempre secondo una logica costante: una forte pressione dal centro verso la colonia.

Ho usato il termine “colonia” perché rappresenta un elemento di continuità: il sentirsi parte di un territorio colonizzato. Questa condizione era già evidente nel periodo zarista, quando si ragionava esplicitamente in termini di “colonialismo interno” dell’impero. I territori annessi venivano governati attraverso la russificazione e l’assimilazione delle popolazioni locali, secondo un’ottica colonial-civilizzatrice ben precisa: chi deteneva il potere aveva la certezza di conoscere meglio degli abitanti locali quale fosse la giusta direzione del progresso e della civiltà.

Era il pacchetto ideologico condiviso dal pensiero coloniale di quegli anni e questo schema, nell’impero russo, si replicava fedelmente: inglobando e colonizzando dall’interno.

Tutto ciò subisce dei cambiamenti in epoca sovietica, ma si tratta di mutamenti complessi: il 1917 non rappresenta infatti una rottura con questa logica. È una tesi su cui ho lavorato a lungo, sviluppata nel mio libro La rivoluzione capovolta, e che continuo a ritenere fondata. Anzi, ne sono sempre più convinto.

Ciò che venne definito come “rivoluzione” nell’Asia centrale è stato, nella sostanza, un mutamento interno all’élite militare russa che governava quei territori. Le modalità variarono tra le diverse regioni – l’attuale Kazakhstan, l’Uzbekistan e le altre – ma in pratica si trattò di adesioni al cambiamento avvenuto a Mosca provenienti dall’interno del corpo militare e della società coloniale russa.

Non si è trattato, dunque, di una rivoluzione sociale che ha riguardato la popolazione locale, ma di un mutamento interno all’élite militare russa in continuità in quanto a modalità di governo, a istanze, esigenze e direttive calate da Mosca. I cambiamenti più significativi sono arrivati in seguito, in forma contraddittoria, a partire dagli anni Trenta, e in modo più netto dagli anni Cinquanta, quando il regime sovietico cercò un coinvolgimento più attivo della popolazione locale.

Si può, allora, ancora parlare di colonialismo, ma fu un colonialismo ‘strano’ perché attuato, come dire, dagli stessi colonizzati. Prendiamo il caso uzbeco, che è il più evidente: il segretario del Partito Comunista degli anni Settanta, che allora era visto come un difensore degli interessi uzbechi, vent’anni dopo è stato accusato di essere un mafioso, un traditore dell’Unione Sovietica. Si comportava, di fatto, come il capo di un’organizzazione mafiosa locale che difendeva i propri interessi.

Il meccanismo che lo riguardava era incentrato sullo sfruttamento della produzione del cotone: i prezzi, le quote imposte dal centro, le pressioni a produrre. In Uzbekistan una parte consistente della ricchezza veniva trattenuta localmente dichiarando dati di produzione falsificati, attraverso accordi interni alle burocrazie che permettevano di sottrarre al centro le risorse generate dalla periferia. Questo ‘signore’ era dunque, a tutti gli effetti, un mafioso: distribuiva la ricchezza tra i propri ‘amici’ e governava attraverso reti di relazioni strettamente personali.

Al tempo stesso, era segretario del Partito Comunista? Sì, formalmente lo era. Dopotutto, il Partito cooptava persone di fiducia. Derubava lo Stato? Certo. Ma l’intera Unione Sovietica funzionava attraverso rapporti non trasparenti, in cui gli interessi locali si affermavano sfruttando le pieghe di un sistema burocratico che bandiva formalmente il personalismo, ma che nella pratica reggeva interamente su relazioni personali.

Resta però aperta la questione: c’è stata o meno una rottura in termini di dipendenza dall’Unione Sovietica e dalla Russia? Io credo di no. C’è stato, certamente, un cambiamento significativo, ma nel segno di una certa continuità.

Una continuità che si è manifestata su più livelli: l’istruzione superiore era erogata in russo; chi voleva proseguire gli studi e accedere al mercato del lavoro doveva imparare il russo fin da bambino; la carriera era possibile solo attraverso il russo; nessuno poteva ricoprire ruoli dirigenziali senza padroneggiare la lingua e senza essere iscritto al Partito, un partito centralizzato a Mosca. La dipendenza e il dominio culturale, veicolati da libri, scuola, televisione e così via, rimanevano tali e quali.

Esiste dunque un’identità collettiva comune a tutti questi paesi, fondata sulla condivisa appartenenza a un sistema di colonialismo interno, prima imperiale, poi sovietico. Ne sono convinto. E anche le nostalgie verso il regime sovietico, diffuse trasversalmente in tutte le repubbliche dopo la sua caduta, rimandano a quel sistema di organizzazione della vita che strutturava le città, le fabbriche, i modi di produzione, le carriere individuali.

Era un sistema dentro cui la gente viveva e si orientava, e che con il crollo dell’Unione Sovietica venne brutalmente messo in discussione. È lì che si produce il salto: l’identità collettiva si frantuma in una molteplicità di identità più piccole.

Ci può fare qualche esempio concreto?

Prendiamo le abitazioni, ad esempio: i condomini sovietici, quegli edifici standardizzati delle periferie, sono in parte cambiati nel tempo, ma fino a tempi recenti hanno costituito l’ambiente di vita di intere generazioni. Gli edifici non crollano con i regimi. Il giorno dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la gente continuava a vivere nelle stesse case di prima.

Quegli edifici sono stati il principale veicolo culturale sovietico, perché l’Unione Sovietica riuscì a fare qualcosa di impensabile oggi, anche per i regimi più autoritari: riuscì a instaurare dei modi di vita omogenei su un territorio gigantesco quale era l’ex impero russo-sovietico.

In quelle case ‘seriali’ si insediarono famiglie che in Asia centrale erano, generalmente, molto numerose. Questo è un tema che ho approfondito e studiato raccogliendo la storia di molte famiglie. Prima dell’epoca sovietica, queste famiglie organizzavano lo spazio in modo organico: al centro c’era la casa dei nonni, attorno si costruivano quelle dei figli, successivamente allargavano il territorio circostante man mano che la famiglia si allargava. Era un modo di vivere che permetteva anche di tramandare la cultura locale. Ma trasferire tutto questo in un miniappartamento di un grande edificio sovietico è impossibile: in un piccolo alloggio ci stanno al massimo padre, madre e due figli.

Con ciò cambia tutto: la quotidianità, le possibilità e le forme di socializzazione, la ritualità sociale, i criteri del prestigio sociale.

Negli anni della crisi sovietica e nell’immediato periodo successivo, vengono costruite infinite nuove identità. Vale la pena di soffermarsi su questo.

Tagikistan (Meridiano 13/Vitalii Mikhailiuk)

Ciò che accade in Asia centrale è lo stesso fenomeno che si è verificato nelle altre repubbliche sovietiche. La fine dell’Unione Sovietica coincide con la crisi dello Stato sovietico, ormai incapace di tenere unito l’intero territorio. Per le ragioni già richiamate – i gruppi di potere interni allo Stato, la crescente burocratizzazione – il sistema diventa sempre più corrotto e sempre meno trasparente.

Il tutto è aggravato dalla pressione della corsa agli armamenti degli Stati Uniti. In questo contesto, ogni repubblica si è ritrovata con risorse scarse e un’élite mafiosa al potere difficile da rimuovere.

Il cambiamento è avvenuto attraverso un meccanismo relativamente semplice. Come in altre repubbliche, in Uzbekistan il segretario del Partito Comunista ha guidato una trasformazione mantenendosi al potere. Il problema era come mantenere il consenso dopo il crollo di un sistema di cui era stato responsabile.

La soluzione fu la carta nazionale: è in quel momento che ovunque nell’ex-Urss si costruirono le identità nazionali.

Come in Georgia si diceva “ora il potere è ai georgiani”, in Uzbekistan si diceva “l’Uzbekistan appartiene agli uzbeki”. Quindi vuol dire che non appartiene ai russi, né ai tagiki, che sono i due altri grandi gruppi linguistici nazionali del paese, e vuol dire anche che, in ogni cosa, nelle carriere, come nel diritto alla casa, gli uzbechi sarebbero passati davanti agli altri.

E non si tratta solo di un discorso ideologico: in quegli anni molti russi vennero concretamente rimossi dai loro incarichi e sostituiti da uzbeki, in un processo di ricambio che nella maggior parte dei casi avvenne senza violenze. Era un ricambio sistemico, non personale: spesso accadeva che il nuovo dirigente uzbeco si rivolgesse suo predecessore russo per giustificarsi: era semplicemente arrivato il momento degli uzbechi. I russi vennero emarginati e ampie fasce di popolazione si trovarono a non poter più fare affidamento sul russo come lingua di istruzione e avanzamento sociale.

Il russo era sì la lingua colonizzatrice, ma era anche radicata qui da un secolo. Eppure, fu accantonata, e con essa furono svuotate le biblioteche. Ho visitato molte scuole e fotografato archivi: era uno spettacolo impressionante. Andarono perduti non solo i testi di propaganda sovietica, ma anche la letteratura russa e i manuali scolastici – di matematica, chimica e altre discipline – che erano perfettamente utilizzabili, ma avevano l’unico difetto di contenere una o due pagine introduttive di omaggio al Partito. Libri utili, buttati via.

Al loro posto si costruì un’identità politica fondata sull’appartenenza etnica: gli uzbechi diventarono i padroni dell’Uzbekistan, i kazaki del Kazakhstan. I gruppi “non titolari” – come i tagiki, storicamente dominanti a Samarcanda – scomparvero dalla scena pubblica: dovevano assimilarsi o andarsene nella ‘loro’ repubblica.

Si riscrisse la storia: popolazioni nomadi e frammentate come i kazaki nelle nuove narrazioni divennero grandi nazioni compatte, dotate di strutture statali e confini territoriali che nella realtà non erano mai esistiti. Una costruzione a posteriori di un passato glorioso a uso del presente. Chi non poteva o non voleva inserirsi in questa nuova retorica non aveva altra scelta che andarsene.

Il processo avvenne per lo più senza violenze dirette, ma attraverso una pressione strutturale. Russi, tagiki, coreani, tatari diretti in Crimea: tutti in fuga dalle nuove macchine identitarie degli Stati post-sovietici sovrani e sovranisti. Si produsse così una frammentazione identitaria: da un lato, le identità dei popoli titolari delle nuove repubbliche nazionali, dall’altro, le identità minoritarie di chi ne era escluso e cercava altrove un posto in cui sentirsi a casa.

Gli ebrei di Bukhara, una comunità antica e radicata in Asia centrale, estranea a qualsiasi legame diretto con Israele, finirono ad esempio per disperdersi tra America e Israele. Quest’ultimo li accolse con favore, mentre gli Stati Uniti iniziarono progressivamente a chiudere le porte.

Si tratta in ogni caso di identità nuove, nate dalla frantumazione di appartenenze che erano sovranazionali. L’Unione Sovietica aveva almeno il merito formale di non essere la semplice somma di culture nazionali, ma di aspirare al superamento delle differenze, anche se in pratica finì per sopprimerle. Con il suo crollo, una narrazione comune si dissolse in una molteplicità di destini nazionali separati.

identità dell'asia centrale
Bukhara, Uzbekistan (Meridiano 13/Vitalii Mikhailiuk)
E qual è il paese della regione che ha gestito meglio – o peggio – la transizione? Se ce n’è uno da indicare…

L’implosione dell’Unione Sovietica aveva creato un grande buco. In alcune aree la transizione passò attraverso esplosioni di violenza sociale. Altrove, invece, regimi rimasti iper-autoritari e diventati nazionalisti riuscirono a contenere il rischio di una deflagrazione politica e sociale su larga scala.

Al di là delle identità collettive, il crollo dell’Unione Sovietica sconvolse radicalmente i modi di vita. Il Kirghizistan ne è un esempio significativo.

In epoca imperiale e poi sovietica, il paese aveva continuato la sua tradizione di allevamento, diventando il principale fornitore di carne ovina per mense, ristoranti e strutture collettive di tutta l’Urss. Con la sua dissoluzione e la scomparsa del rublo come moneta comune, quel mercato svanì di colpo: i kirghizi si ritrovarono con enormi greggi di cui non sapevano più cosa fare.

Il crollo del patrimonio zootecnico fu drammatico, e con esso una massa di persone legate all’allevamento si riversò verso le città in cerca di alternative. Un mutamento culturale profondo e rapido, che cancellò in pochi anni un intero modo di vivere e di pensarsi.

Il riassorbimento di queste popolazioni fu complicato, e molti non trovarono sbocchi in patria. Dal Kirghizistan, dal Tagikistan, dall’Uzbekistan cominciò una grande migrazione di lavoro verso la Russia, e anche verso l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Le famiglie iniziarono a sopravvivere grazie alle rimesse dei parenti emigrati: un fenomeno di massa che è a sua volta una nuova forma di identità transnazionale.

I flussi migratori rappresentano una chiave di lettura comune per tutta l’Asia centrale, e sono significativamente mutati nel tempo, anche in seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Cosa ci può dire al riguardo?

L’emigrazione russa dall’Asia centrale iniziò già negli anni Ottanta, nella fase di crisi dell’Unione Sovietica, quando chi poteva cominciò a spostarsi verso la Russia. Le élite locali, senza grandi proclami, iniziarono ad affidare le posizioni di rilievo ai propri ‘amici’, erodendo progressivamente lo spazio dei russi.

Il flusso si intensificò con il crollo dell’Urss, ma si prolungò fino alla fine degli anni Novanta: molti russi esitarono, aspettando di capire se la situazione si sarebbe stabilizzata.

Fu la violenza nella Valle di Fergana contro le minoranze ebraiche e tedesche ad accelerare le partenze, diffondendo una paura che spinse prima agli spostamenti interni e poi all’emigrazione definitiva.

Il flusso migratorio dei lavoratori dell’Asia centrale verso la Russia è proseguito con forza finché l’economia russa ha resistito. Lavoratori in nero provenienti da Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan hanno riempito le grandi città russe. Con la crisi economica russa e poi con la guerra, questo flusso si è sostanzialmente interrotto e molti sono rientrati.

In direzione opposta si muovono ora i russi in fuga dalla mobilitazione e dalla guerra. Non si tratta di fenomeni di massa, ma sono comunque significativi: a Tbilisi, ad esempio, sono arrivati circa centomila russi dall’inizio del conflitto in Ucraina, dei quali circa quarantamila sono poi proseguiti verso l’Europa. Si tratta spesso di giovani, talvolta con l’obiettivo di evitare la leva, che si arrangiano come studenti o lavoratori nei servizi.

È il volto di una società russa globalizzata non nazionalista che si muove al di fuori della Russia.

Oggi la situazione appare complessivamente bloccata, con flussi migratori che hanno perso la fluidità del periodo precedente e un contesto regionale tutt’altro che favorevole.

Il mondo russo è anche molto frammentato, anche se ora come ora è difficile saperlo. Però, quanto i russi di oggi si ritengono “nazione russa”? Senz’altro la propaganda putiniana ha la capacità di tenere sotto controllo o di evitare una protesta in massa, ma questo non vuol dire che non si registrino arresti e processi contro chi manifesta in varie forme contro il regime.

Noi seguiamo, come Memorial, i singoli casi di persone che conosciamo o che vengono segnalate: chi finisce in carcere, chi protesta e scappa. Ma dal punto di vista dei flussi migratori si tratta di numeri irrisori: sono casi importanti perché rappresentano spazi di democrazia che vengono soppressi, ma parliamo di decine di individui in un paese di decine di milioni di persone.

Passando all’altro grande paese che si impone sulla regione, quanto influisce la Cina in Asia centrale?

La Cina ha una presenza enorme in Asia centrale, e non solo: anche in Siberia si registra una presenza fisica cinese di dimensioni considerevoli.

In Kazakhstan e Uzbekistan questa presenza si è affermata fin dai primi anni post-sovietici, inizialmente attraverso il commercio al dettaglio. Ad Almaty il mercato di prodotti cinesi era già allora vastissimo, e la ragione è semplice: i beni di consumo sovietici erano scarsi e scadenti, quelli occidentali avevano prezzi inaccessibili per la maggior parte della popolazione. I cinesi occuparono questo spazio offrendo prodotti a prezzi popolari, esattamente quello che fanno ovunque, come osservo oggi studiando l’Africa.

Ma la presenza cinese non si è limitata ai beni di consumo: sono arrivate le infrastrutture, e in particolare gli oleodotti e i gasdotti che convogliano petrolio e gas verso la Cina. Questo ha cambiato l’equilibrio.

Paesi come il Kazakhstan e l’Azerbaigian, che rifornivano esclusivamente la Russia, si sono ritrovati ad avere nuovi interlocutori e nuovi margini di manovra. Parallelamente, la Cina ha colonizzato massicciamente il proprio Xinjiang, regione un tempo marginale e multiculturale, trasformandola in un corridoio strategico verso l’Asia centrale e in un nodo fondamentale per l’approvvigionamento energetico.

Dove porterà tutto questo è difficile dirlo. Se l’attuale pazzia americana dovesse continuare, la Cina potrebbe consolidare la propria egemonia sull’Asia centrale e persino sulla Russia. A meno che Washington non decida, per ragioni proprie, di tenere Mosca separata da Pechino sostenendo Putin. Siamo di fronte a un mutamento globale profondo, governato senza alcuna trasparenza di prospettive.

Un’ultima domanda: ha scritto un libro dedicato a Samarcanda, luogo che è sempre stato abbastanza mitico, perlomeno nell’immaginario degli occidentali. Quant’è che questa mitologia corrisponde alla realtà?

Ecco, questa è una domanda che mi mette in imbarazzo. Ho scritto quel libro dieci anni fa, e ogni anno mi dico che tornerò, ma non ci sono mai tornato. Nel frattempo, ho lavorato ad altro, in particolare al libro sui tatari di Crimea e sulle migrazioni dall’Africa.

identità dell'asia centrale

La verità è che ho paura di tornare a Samarcanda. Chi ci va di recente me la descrive come un posto profondamente cambiato, e temo di non riconoscerla più, di non orientarmi più. La trasformazione è avvenuta in nome del turismo, e sono sicuro di aver visto di persona la disgregazione del mondo vecchio e i segni di questo mondo nuovo: i quartieri popolari del centro sono stati nascosti dietro muri per renderli invisibili ai visitatori, le moschee sono diventate musei svuotati dalla vita quotidiana, i bazar sono stati ripuliti, ricostruiti, addomesticati. Tutto sembra un po’ finto.

Samarcanda era bella proprio perché era viva: le moschee erano parte del tessuto civile, i mercati erano autenticamente caotici e vitali. Quello che ho cercato di raccontare nel libro è esattamente quel mondo, documentato quartiere per quartiere, famiglia per famiglia, trascorrendo mesi in ciascun luogo e costruendo storie di persone reali. Era già un mondo in trasformazione quando lo descrivevo, e il libro coglie quella soglia.

Chi lo legge oggi e poi va a Samarcanda può fare il confronto, ma a me dispiace farlo, anche perché quelle persone e quei luoghi mi appartenevano, e molti di loro sono stati travolti dal cambiamento.

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.