Le elezioni in Kirghizistan 2025, la mesta fine dell’eccezionalismo kirghiso

Un po’ in sordina, oscurate dalla visita di Vladimir Putin a Biškek e dagli ultimi rivolgimenti nei negoziati ucraini, si sono tenute le elezioni in Kirghizistan 2025, indette anticipatamente dal presidente Sadır Japarov per lo scorso 30 novembre.

Annunciate con poco preavviso dopo lo scioglimento a settembre del parlamento (Coğorqu Keňeş), le consultazioni sono state precedute da una campagna elettorale pressoché inesistente che ha portato a un’affluenza popolare del 36,9% degli aventi diritto. L’esito, ritenuto largamente prevedibile da gran parte degli analisti, è stato un trionfo dei candidati indipendenti vicini a Japarov che si sono aggiudicati il 95% dei seggi, ponendo di fatto fine al multipartitismo kirghiso.

La missione OSCE ha descritto il voto come “efficiente ma pregiudicato da un ambiente restrittivo e da crescenti limitazioni delle libertà fondamentali”. Similmente, Al Jazeera ha denunciato la repressione in corso nei confronti dei media, dei giornalisti e delle opposizioni, in un clima di limitazioni alla libertà di stampa ed espressione senza precedenti. L’evento ha consolidato sensibilmente la posizione del presidente come protagonista indiscusso della vita politica del paese, cementando ulteriormente la traiettoria autoritaria che il Kirghizistan ha intrapreso a partire dal 2021.

A differenza dei propri vicini centroasiatici, le cui transizioni post-sovietiche sono state scandite dalla lineare affermazione di autocrati e da scarsa vitalità della società civile, il Kirghizistan ha rappresentato nell’ultimo trentennio un’eccezione democratica di rilievo per la regione, seppur con una storia tumultuosa scossa da frequenti tensioni e vere e proprie rivoluzioni.

La particolarità del Kirghizistan

Il primo decennio successivo all’indipendenza fu, analogamente a Kazakhstan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, dominato dalla figura di Askar Akaev, apparatčik sovietico e vicepresidente del Soviet Supremo dell’Urss dal 1989. Dopo ondate di scioperi e manifestazioni, Akaev venne deposto nel 2005 da una sollevazione popolare, la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani”, in seguito alla quale venne eletto Kurmanbek Bakiev, guida del movimento di sinistra anti-Akaev (Movimento Popolare del Kirghizistan).

La presidenza di Bakiev (2005-2010) si contraddistinse fin da subito per i forti tratti autoritari e per politiche che per molti rappresentavano un tradimento degli ideali rivoluzionari, in particolare per via della vicinanza a livello internazionale a Putin, Lukašenka e Xi. Allo stesso tempo, a partire dalla conflagrazione del Movimento Popolare si affermarono progressivamente numerosi partiti di opposizione dalle visioni politiche più disparate, dando vita a un vivo multipartitismo inedito per il paese.

Una nuova rivoluzione innescata nella primavera del 2010 da alcune uccisioni di manifestanti costrinse Bakiev all’esilio in Belarus’. La rivolta sancì l’avvicendamento con il leader socialdemocratico Almazbek Atambaev (2011-2017), in seguito alla breve e caotica parentesi della presidenza provvisoria di Roza Otunbaeva (2010-2011), ad oggi unica donna capo di Stato di una Paese dell’Asia centrale.

Ti piace il graphic journalism? I reportage dal Kirghizistan (e non solo) dell’artista Victoria Lomasko fanno per te! Qui una nostra recensione

Atambaev varò una serie di riforme che portarono a un netto miglioramento della posizione del Kirghizistan nei principali indici di democrazia, libertà dei media e tutela dei diritti delle donne, ricevendo il plauso dell’Unione Europea e del Segretario delle Nazioni Unite, António Guterres. Il presidente si pronunciò anche a favore del rafforzamento del parlamentarismo, formalmente introdotto tramite referendum nel 2010, seppur mai di fatto implementato pienamente.

Sul piano internazionale il suo mandato fu segnato da un relativo avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti, e da relazioni più altalenanti con il proprio partner privilegiato tradizionale, la Federazione Russa, e con le altre repubbliche della regione. Le elezioni parlamentari del 2015, vinte in larga misura dai socialdemocratici, sono state descritte dall’OSCE come un raro e vivo esempio di consultazioni competitive.

Al suo ritiro dalla politica nel 2017, gli successe il delfino Sooronbay Jeenbekov (2017-2020), la cui presidenza fu funestata dall’incremento della corruzione, dall’ascesa del crimine organizzato e dal rapido deterioramento dell’economia a causa della pandemia. Il Partito socialdemocratico si lacerò in una faida tra fazioni pro-Jeenbekov e pro-Aatambaev. Quest’ultimo venne arrestato secondo presunte accuse di corruzione. Le successive elezioni parlamentari del 2020, considerate fraudolente e parzialmente inquinate a favore di Jeenbekov, scatenarono una nuova sollevazione democratica che portò al loro annullamento e alla ripetizione del voto.

La politica e le elezioni in Kirghizistan dal 2021 a oggi

Sadır Japarov è asceso alla presidenza cavalcando l’esigenza di stabilità e lo sdegno contro la crescente corruzione delle vecchie élite nelle fasi successive alla rivoluzione del 2020. Tuttavia, ben presto è emerso come questa presunta affermazione di stabilità si sia tradotta in un fenomeno di erosione della democrazia kirghisa su più dimensioni, con passi indietro in materia di libertà fondamentali, gestione istituzionale, diritti LGBTQ+ e diritti delle donne.

Fra i momenti più significativi ci sono stati il ritorno a un sistema di governo marcatamente presidenzialista nel 2021, l’adozione di una legge anti-Ong sugli agenti stranieri sulla falsariga degli esempi russi e georgiani nel 2024, la promulgazione di atti legislativi contro la “propaganda omosessuale” e l’arresto del noto giornalista anticorruzione Tamirov.

Le elezioni in Kirghizistan di novembre 2025 rappresentano quindi l’atto conclusivo di questo processo. Segnando la sparizione definitiva di quella sfaccettata vita multipartitica emersa quasi inaspettatamente circa un ventennio fa e ponendo fine all’eccezionalità politico-istituzionale del paese rispetto ai propri vicini, per alcuni aspetti il rapporto appare quasi invertito con Kazakhstan e Uzbekistan orientati timidamente verso percorsi di riforme.

La stagione di pluralismo che aveva acceso speranze nel paese resta un importante precedente storico e una testimonianza culturale inedita per la regione, a dispetto dei pregiudizi sulle transizioni post-sovietiche che i recenti avvenimenti sembrano confermare. Tuttavia, la scarsa reazione della società civile e dell’opposizione, o quel che ne resta, ai risultati elettorali lascia propendere per un definitivo consolidamento della svolta di Japarov e la nascita di un nuovo sistema politico.

Condividi l'articolo!
Michele Santolini
Michele Santolini

Laureando in relazioni internazionali della doppia magistrale LUISS-ULB, da sempre appassionato di spazio post-sovietico, vicinato orientale e Balcani, al momento sta focalizzando le proprie ricerche sulle dinamiche politiche e i conflitti del Caucaso meridionale.