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Questo articolo di Aleksej Ovčinnikov (pubblicato originariamente da UWEC) è il primo di una serie di approfondimenti dedicati all’impatto dell’invasione su larga scala dell’Ucraina sull’attivismo ambientale in Belarus’, Georgia e Ucraina e indaga come gli attivisti possono permettere alle organizzazioni e ai progetti ambientalisti di continuare il loro lavoro in questo difficile contesto.
I grandi eventi politici portano alla luce, enfatizzandoli, i processi sociali che sono in realtà in atto da tempo nella società. È quello che è successo con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, in seguito all’inizio delle ostilità nel 2014.
Nei paesi post-sovietici da decenni si registrano pressioni, a vari gradi di intensità, sulle organizzazioni non governative (comprese quelle ambientaliste). Tuttavia, è stato durante l’invasione su larga scala che si è intensificato il dibattito a livello internazionale sulla volontà dei governi post-sovietici di instaurare regimi autoritari e soffocare ogni forma di attivismo.
Sebbene la guerra si stia svolgendo sul territorio ucraino, ha ripercussioni anche su altri paesi. Il governo russo ambisce a ripristinare un impero di stampo sovietico che si estenda su vasti territori, dall’Europa orientale all’Asia centrale. Ricorrendo a strumenti di pressione di natura politica, economica e culturale, la Russia cerca di dare forma a dei regimi satellite che le siano favorevoli, che mantengano perlopiù una posizione autoritaria e che reprimano la società civile, attaccando sia le iniziative dal basso che le organizzazioni non governative.
Negli ultimi cinque anni, gli attivisti ambientali e climatici in Ucraina, Belarus’, Georgia, Russia e altri paesi hanno dovuto affrontare livelli di pressione mai visti. La guerra, la repressione, l’inversione di rotta sulle politiche ambientali e climatiche, la sostituzione delle Ong con le cosiddette Gongo (organizzazioni filogovernative ideologicamente in linea) e il passaggio a forme di governo autoritarie hanno costretto molti progetti ambientali a venire archiviati o, quanto meno, riorganizzati. Molte realtà sono state private della possibilità di affrontare questioni ambientali a livello locale.
Nel frattempo, il cambiamento climatico prosegue inesorabile e i suoi effetti non hanno fatto che acuirsi. I paesi dell’Europa orientale sono sempre più spesso vittima di ondate di calore, siccità o, al contrario, precipitazioni intense e anomale.
Chiusura delle organizzazioni ambientaliste, migrazione forzata e rottura dei rapporti
All’inizio del 2021 la società bielorussa si è resa conto che le proteste scoppiate in seguito ai brogli elettorali alle presidenziali del 2020 non avrebbero portato a un miglioramento della situazione socio-politica del paese.
Purtroppo, hanno solo determinato un aumento della repressione. Il regime di Lukašenka ha deciso di etichettare come “nemici della patria” le Ong che ricevono finanziamenti internazionali e sostengono le proteste. Anche le organizzazioni ambientaliste si sono ritrovate inserite all’interno della “lista nera” delle realtà da liquidare e molte sono state sciolte d’ufficio nell’estate del 2021.
È difficile stabilire il numero esatto delle Ong ambientaliste che sono state chiuse; almeno un centinaio di organizzazioni che si dedicavano alla conservazione ambientale sono scomparse durante la “fredda estate del 2021”.
Registrazione dell’intervento di Marina Dubina (Ecodom) in occasione di un webinar del gruppo di lavoro UWEC sulla situazione delle organizzazioni e degli attivisti ambientali in Belarus’ e Russia durante l’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Tra le organizzazioni che sono state chiuse, due erano molto grandi: Ecodom (anche nota come Ecohome, liquidata il 31 luglio 2021) e Achova Ptušak Bac’kauščyny (APB, anche nota come BirdLife Belarus, liquidata il 18 marzo 2022). Quest’ultima, nello stesso mese, è stata anche inserita nel registro delle organizzazioni “estremiste”, destino toccato poi anche a Ecodom (e ai profili social ad essa legati) nell’ottobre del 2022. Ciò significa che qualsiasi collaborazione con queste organizzazioni, inclusa la ripubblicazione dei loro post sui social media, può essere perseguita penalmente.
Ecodom era la più grande organizzazione bielorussa e rappresentava il paese a livello internazionale. In particolare, ha svolto un ruolo importante nella partecipazione della Belarus’ alla “Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale” e ne ha monitorato l’attuazione.
Il Comitato della Convenzione ha chiesto che venga ripristinato lo status giuridico di Ecodom, alla luce del lungo periodo in cui ha rappresentato il paese. Tuttavia, il governo di Lukašenka ha scelto altrimenti e si è “semplicemente” ritirato dalla convenzione. Anche la Russia ha iniziato ad applicare attivamente questa strategia di “marcia indietro” nel corso della guerra su vasta scala, ritirandosi ad esempio dalla Convenzione di Ramsar sulle zone umide di importanza internazionale nell’agosto del 2025.
Per quanto riguarda APB, questa organizzazione è stata di fatto la principale forza trainante delle attività di protezione ambientale nel paese, come il riconoscimento di alcune aree protette. Tra gli ambiti di lavoro fondamentali di APB vi era in primo luogo la salvaguardia delle vaste zone umide e delle foreste della Polesia, una regione importante non solo per la Belarus’, ma per tutta l’Europa orientale.
Dopo la chiusura dell’organizzazione, l’opera di tutela della parte bielorussa della Polesia, attuata attraverso il progetto “Save Polesia”, è stata in gran parte interrotta. A distanza di cinque anni, la regione ha subito ulteriori danni, non solo a causa dei cambiamenti climatici che incidono direttamente sulla biodiversità, ma anche per la militarizzazione. I progetti ambientali sia sul territorio ucraino che su quello bielorusso sono ora molto più difficili da realizzare.
La Polesia è spesso definita l’“Amazzonia d’Europa”. Si tratta di un’area unica dal punto di vista paesaggistico che vanta una ricca biodiversità lungo il fiume Prip’jat’ in Polonia, Belarus’ e Ucraina, Paesi che hanno riconosciuto 36.000 kmq di queste pianure come area protetta.
Inoltre, 12.000 kmq di Belarus’ e 19.000 kmq di Ucraina fanno parte della rete europea Emerald Network. Qui vivono specie rare come il pagliarolo (Acrocephalus paludicola), l’aquila anatraia maggiore (Clanga clanga) e la pianta carnivora Aldrovanda vesiculosa. La Polesia è nota anche per i suoi vari biotopi, come i prati alluvionali, le foreste di querce e le zone umide. È inoltre un punto di sosta fondamentale per gli uccelli migratori in primavera e in autunno.
Oltre a APB ed Ecodom, sono state sciolte d’ufficio anche molte altre organizzazioni bielorusse attivamente impegnate nella protezione dell’ambiente, nell’attuazione delle politiche climatiche e nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’Ong nata dal basso Bagna era impegnata nello studio e nella protezione delle zone umide, mentre Interakcija lavorava intensamente perché il paese raggiungesse gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Queste strategie di repressione hanno mirato non solo a chiudere le organizzazioni e a etichettarle come estremiste, ma anche a fermare il loro lavoro. Decine di attivisti ambientali sono stati arrestati e spediti in prigione. Il caso più famoso, tra i gruppi di tutela ambientale, è quello di Viktor Fenčuk, ex direttore di APB e noto esperto bielorusso nel campo della conservazione della natura. Fenčuk ha passato due anni e mezzo in carcere, ha scontato l’intera pena ed è stato costretto a lasciare il Paese dopo essere stato rilasciato nel 2023. I progetti a cui partecipava sono stati sospesi, compresa l’iniziativa di divulgazione sul ruolo dei lupi negli ecosistemi, una specie animale che viene ancora cacciata in Belarus’.
Molti attivisti ambientali e climatici, così come diversi esperti e organizzazioni, hanno lasciato il paese. Chi è rimasto ha preso le distanze dall’attivismo ed evita di opporsi o criticare le autorità (almeno pubblicamente). Alcuni degli esperti, degli attivisti e dei giornalisti che se ne sono andati stanno cercando di continuare le loro attività in esilio, ma il lavoro è complicato dal fatto che non hanno praticamente alcuna influenza sulla protezione dell’ambiente in Belarus’.
Negli ultimi quattro anni, gli attivisti ambientali e climatici hanno cercato modi per sostenere chi è rimasto nel paese, ma hanno anche elaborato strategie per il futuro, per quando la situazione politica in Belarus’ cambierà. Ad esempio, il progetto Green Belarus sta cercando di riunire organizzazioni e attivisti, mentre il portale di informazione Zelënyj portal (Portale verde) continua a fare divulgazione sull’agenda ambientale del paese.
La parola ai protagonisti dell’attivismo ambientale in Belarus’
Il gruppo di lavoro UWEC ha parlato con Iryna Ponedelnik, coordinatrice del Consiglio dei giovani per il clima e attivista ambientale e climatica bielorussa oggi in esilio, che rappresenta il suo paese all’interno della rete Climate Action Network Eastern Europe, Caucasus, Central Asia (CAN EECCA). Ponedelnik afferma che la questione più importante per la Belarus’ oggi è la violazione dei diritti umani.
Nel paese ci sono ancora oltre mille prigionieri politici e le persone che hanno subito repressioni di vario genere sono decine di migliaia. Benché si possa pensare che in una situazione del genere le questioni relative all’ecologia e al cambiamento climatico siano meno importanti, la popolazione bielorussa è ancora preoccupata per l’inquinamento atmosferico, la mancanza di meccanismi di adattamento ai fenomeni meteorologici anomali, il disboscamento illegale e, in generale, desidera uno stile di vita rispettoso dell’ambiente.
È impossibile per gli attivisti ambientali e climatici operare liberamente nel paese, ma il loro lavoro continua all’estero. In particolare, è nato un Consiglio giovanile per il clima e Ponedelnik organizza programmi di formazione per consentire agli esperti di continuare a condividere le loro esperienze.
Il lavoro è complicato non solo dalle questioni politiche interne alla Belarus’, ma anche dalla situazione nella regione. L’invasione russa dell’Ucraina, condannata dalla società civile bielorussa, ha avuto un impatto significativo sul lavoro delle organizzazioni e degli attivisti all’interno della Belarus’. Allo stesso tempo, ha spostato l’attenzione internazionale dalla situazione bielorussa e ha comportato una riduzione del sostegno finanziario.
Ci sono molti conflitti nella nostra regione, lo spazio della società civile si sta riducendo e, con la recente cancellazione dei finanziamenti statunitensi, ognuno cerca di sopravvivere come meglio può. Non c’è posto extra per il movimento climatico e ambientale bielorusso. [Ponedelnik]
Nemmeno le organizzazioni internazionali stanno offrendo il loro sostegno e, secondo alcuni esperti, pare che i finanziatori abbiano escluso l’agenda ambientale e climatica della Belarus’ dall’elenco delle questioni importanti.
Ad esempio, assieme ai miei colleghi abbiamo cercato di candidarci per organizzare una conferenza locale dei giovani, ma siamo stati respinti perché ‘di rilevanza insufficiente’. Ma di quale rilevanza stiamo parlando? Questo approccio si applica a tutti i tipi di sostegno: non siamo considerati parte del Sud del mondo e, quando si tratta di Europa orientale, dicono che è meglio sostenere l’Ucraina o la Moldova. [Ponedelnik]
Esistono anche altre sfide. La costante instabilità economica, la necessità di lavorare con piccoli gruppi mantenendo un elevato livello di sicurezza (ai webinar di Green Network partecipano 10-15 persone) e la difficoltà di influenzare la situazione interna hanno un’influenza negativa sul lavoro dell’organizzazione e dei suoi attivisti, che soffrono di stress cronico.
Ponedelnik conclude:
Trovo la parola ‘efficienza’ molto fastidiosa. Al momento è impossibile lavorare in modo efficiente in Belarus’. Quando sento i colleghi dire cose come ‘Ai nostri tempi, la gente avviava attività eco-sostenibili’, vorrei chiudere gli occhi e scappare via. Ricordo di aver organizzato festival grandi e incisivi, ma ora è semplicemente impossibile.Quando il tuo lavoro diventa invisibile, perdi energia e forza, e il fuoco semplicemente smette di bruciare.
Purtroppo, oggi il movimento ambientalista bielorusso è diventato di fatto una di quelle specie in via di estinzione che si prefiggeva di proteggere. Senza il sostegno e il riconoscimento internazionale, potrebbe semplicemente scomparire nel prossimo futuro.
Questa serie di articoli è nata all’interno delle reti tematiche di PULSE, un progetto europeo che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.
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