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Targa commemorativa dedicata a Imre Nagy e ai suoi più stretti collaboratori apposta sulla parete dell'ex ambasciata jugoslava dove trovarono asilo tra il 4 e il 22 novembre 1956. (Wikimedia Commons/Fekist)
La rivoluzione ungherese del 1956 mise a dura prova la postura internazionale della Jugoslavia di Josip Broz Tito. Non solo per aver dato rifugio ad Imre Nagy e ad alcuni suoi collaboratori presso l’ambasciata jugoslava di Budapest, ma anche perché il paese degli slavi del sud, nonostante figurasse a buon diritto all’interno del blocco socialista, manteneva importanti differenziazioni e peculiarità rispetto ai satelliti dell’Unione Sovietica.
Sin dal 1948, anno del celeberrimo scisma tra Tito e Stalin, Belgrado rivendicava un modello politico ed economico autonomo rispetto a Mosca. Tant’è vero che da lì a pochi anni, nel 1961, la Conferenza di Belgrado sancirà ufficialmente la nascita del Movimento dei Non Allineati, attraverso il quale diversi paesi asiatici e africani, liberatisi dal giogo colonialista, decisero di compiere una scelta di campo differente rispetto alla divisione manichea tra blocco occidentale e blocco orientale.
In questo contesto la crisi ungherese non venne interpretata da Belgrado come una minaccia all’ordine socialista, bensì come l’occasione per dimostrare che un superamento dell’ortodossia sovietica era possibile ed auspicabile, accantonando gli eccessi dello stalinismo pur senza rinnegare il marxismo.
Allo stesso tempo però la dirigenza jugoslava guardava con sospetto a una rivoluzione che potesse sfuggire al controllo del partito. Seguiva con interesse le richieste di democratizzazione e riforma promosse da Imre Nagy, ma temeva che il movimento potesse evolvere verso un sistema non più socialista o favorire il ritorno delle forze conservatrici dell’Ungheria di Horthy. La posizione di Tito fu quindi ambivalente fin dall’inizio: critica nei confronti della vecchia leadership stalinista ungherese, ma ben cauta verso l’insurrezione e preoccupata per le conseguenze di un eventuale crollo del regime.
Una cronaca che cambia con il mutare degli eventi
Borba, organo del partito comunista jugoslavo, seguì passo passo gli avvenimenti ungheresi sin dal principio. Nei primi giorni pubblicò notizie dettagliate sulle manifestazioni e sui cambiamenti al vertice ungherese: già il 25 ottobre riportò integralmente il discorso pronunciato da Imre Nagy del 22 ottobre. La copertura mediatica offerta però ricorreva già con una certa insistenza al termine “forze reazionarie” con riferimento a quella parte di manifestanti che, secondo l’interpretazione data da Borba, cercavano di egemonizzare la protesta.
Verso la fine di ottobre, con l’arrivo a Budapest dei corrispondenti jugoslavi, il giornale offrì un resoconto più articolato, dando conto anche delle dichiarazioni di Nagy secondo cui la rivolta non sarebbe stata guidata principalmente da forze controrivoluzionarie. Il 30 ottobre pubblicò la lettera con cui Tito si rivolgeva alla leadership del partito ungherese e la dichiarazione del nuovo governo.
Borba, edizione del 30 ottobre 1956. In alto a sinistra si legge “A nome del Comitato centrale, il compagno Tito, segretario generale della Lega dei comunisti di Jugoslavia, ha inviato una lettera alla Presidenza del Partito dei lavoratori ungheresi” (Libreria Universitaria Svetozar Marković. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Borba, edizione del 05 novembre 1956. A destra è riportato il proclama del nuovo governo ungherese a seguito della destituzione di Imre Nagy. (Libreria Universitaria Svetozar Marković. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Si tratta di un’evoluzione significativa: la stampa jugoslava non si accodò sin dal principio alla linea sovietica, ma modificò progressivamente il proprio racconto in funzione degli sviluppi sul terreno e delle scelte della leadership di Belgrado. La contemporanea esplosione della crisi di Suez poi, con l’intervento di Israele in Egitto a partire dal 29 ottobre, contribuì a ridurre lo spazio dedicato all’Ungheria sulle prime pagine dei quotidiani della Jugoslavia.
Un soldato della Forza di emergenza delle Nazioni Unite nel Sinai, durante la crisi di Suez del 1956, legge il quotidiano jugoslavo “Borba” (Wikimedia Commons/Zdravko Pečar)
Il discorso di Tito a Pola
Il passaggio più importante che aiuta a fare luce sulla posizione ufficiale jugoslava fu il discorso pronunciato da Tito a Pola l’11 novembre 1956. A crisi conclusa, nonostante gli evidenti e ancora lunghi strascichi, il presidente tirò le fila di quanto accaduto. Attribuì l’esplosione della rivolta alla legittima indignazione contro il regime di Mátyás Rákosi ed Ernő Gerő, riconoscendo che anche una parte consistente della classe operaia e delle forze progressiste aveva partecipato alla sollevazione. In questo modo contestava l’idea che l’intero movimento fosse una cospirazione reazionaria.
Nello stesso discorso, tuttavia, Tito espresse sostegno al nuovo governo di Kádár, nato a seguito dell’intervento sovietico. La speranza era che il nuovo esecutivo potesse consolidarsi in una forza riformatrice, meno legata allo stalinismo e capace di mantenere una certa autonomia decisionale da Mosca. La posizione jugoslava non equivaleva quindi a una condanna senza riserve dell’intervento sovietico: Belgrado ne accettava gli esiti politici, pur cercando di distinguersi dalle giustificazioni sovietiche e di impedire un ritorno alle pratiche staliniste.
Borba, edizione del 12 novembre 1956, p. 3. Si riporta il discorso di János Kádár a Radio Budapest sotto al titolo “C’erano solo due vie d’uscita: o una controrivoluzione o difendere con ogni mezzo il conseguimento della rivoluzione popolare” (Libreria Universitaria Svetozar Marković. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Il discorso del leader jugoslavo ebbe inevitabili ricadute sui rapporti con l’Unione Sovietica, che solo recentemente avevano dato segno di disgelo in seguito alla morte di Stalin, al XX Congresso del Pcus e al processo di destalinizzazione. Mosca tornò a guardare con sospetto ai tentativi jugoslavi di difendere la propria eterodossa autonomia e di influenzare le riforme della politica ungherese, temendo che la Jugoslavia potesse assurgere a modello internazionale per la costituzione di altre eventuali “vie nazionali al socialismo” indipendenti dalle direttive sovietiche.
Il caso di Imre Nagy: l’ambasciata jugoslava e il compromesso con Mosca
Il momento più delicato della politica estera jugoslava nel corso della rivoluzione ungherese emerse con la fuga di Imre Nagy. Dopo l’attacco sovietico del 4 novembre, l’ex primo ministro e alcuni suoi collaboratori trovarono rifugio proprio nell’ambasciata jugoslava a Budapest. Belgrado si ritrovò quindi ad offrire protezione al dirigente che, volente o nolente, era divenuto il volto della rivoluzione ungherese stessa e, in quanto tale, ricercato tanto dal nuovo governo ungherese quanto dall’Urss. Tutto ciò mentre la Jugoslavia dichiarava il proprio sostegno a Kádár, appena insediatosi.
L’ambasciata divenne così il centro di una difficile trattativa diplomatica. I dirigenti jugoslavi cercarono di ottenere garanzie che permettessero a Nagy ed ai suoi collaboratori di lasciare la sede diplomatica e rientrare in patria senza essere perseguiti. Alla fine, dopo aver ricevuto assicurazioni a tal proposito, il gruppo lasciò l’ambasciata il 22 novembre. Ma le garanzie non furono rispettate: Nagy e i suoi compagni vennero fermati dalle autorità sovietiche e deportati in Romania. Dopo varie vicissitudini il primo ministro deposto fu riportato in Ungheria, processato e giustiziato nel giugno del 1958.
L’episodio mise in luce i limiti dell’autonomia decisionale jugoslava all’interno del blocco socialista. Tito intendeva difendere il principio di una via nazionale al socialismo, ma non voleva trasformare il caso Nagy in una rottura aperta con Mosca. Il compromesso raggiunto, non rispettato dalla controparte, finì così per danneggiare il prestigio internazionale di Belgrado e divenne un nuovo elemento di attrito nei rapporti diplomatici tra i due paesi.
La rivoluzione ungherese ebbe ripercussioni anche all’interno della Jugoslavia stessa. Il caso più significativo fu sicuramente quello di Milovan Đilas, ex dirigente comunista già emarginato per le sue aspre critiche al sistema politico jugoslavo. Nei giorni successivi all’invasione Đilas rilasciò una dichiarazione formale all’agenzia di stampa Agence France-Presse, criticando duramente la decisione della Jugoslavia di astenersi dal voto delle Nazioni Unite che condannava l’intervento militare sovietico a Budapest.
Da sinistra verso destra Ivo Lola Ribar e Milovan Đilas, 1942 circa (Wikimedia Commons)
Non pago, scrisse un articolo per la rivista statunitense The New Leader intitolato The Storm in East Europe (La tempesta nell’Europa dell’est). Nel pezzo esprimeva pieno sostegno alla rivoluzione ungherese e analizzava in modo critico il sistema comunista, segnando una rottura ideologica definitiva tanto con lo stalinismo che con il titoismo.
La misura era colma: il 19 novembre venne arrestato e condannato a tre anni di carcere per “propaganda ostile”. Durante la detenzione a New York verrà pubblicato il suo celebre saggio The new class: An Analysis of the Communist System (La nuova classe: un’analisi del sistema comunista), che gli valse un ulteriore inasprimento della pena.
La repressione della rivoluzione ungherese: una critica a metà
Pur contestando il diritto arrogato da Mosca ad imporre un unico modello di socialismo all’intero blocco, durante la rivoluzione ungherese la Jugoslavia fu costantemente tesa tra due obiettivi: da una parte difendere l’indipendenza del proprio modello politico, dall’altro impedire che la rivoluzione ungherese producesse una svolta anticomunista in uno stato confinante o all’interno della stessa Jugoslavia. Questa tensione si tradusse nell’ambiguità di fondo che caratterizzò l’interpretazione ufficiale degli eventi del 1956.
Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.