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I cartoni delle proteste in piazza “Ivan Franko” a Kyiv, 31 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Da oltre due settimane l’Ucraina in guerra – sotto costante attacchi russi di droni e missili sempre più numerosi – sta vivendo la crisi politica interna più intensa dall’inizio dell’invasione russa su larga scala. Le proteste sono scoppiate a metà luglio, a distanza di circa un anno da quelle per l’indipendenza degli organi anticorruzione, quando il presidente Volodymyr Zelens’kyj, nell’ambito dell’ennesimo rimpasto di governo, ha rimosso dalla Difesa Mychajlo Fedorov.
Una decisione che non è stata né condivisa né compresa da una buona fetta di cittadini ucraini, i quali sono scesi in piazza a protestare e a chiedere chiarimenti già dal 16 luglio.
Proteste a Kyiv contro la rimozione di Mychajlo Fedorov dalla Difesa, 16 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Il tecnocrate trentacinquenne ha guidato la trasformazione digitale del paese sin dalla campagna presidenziale del 2019 e, in appena sei mesi da ministro della Difesa, ha riformato gli appalti militari, tagliato l’accesso russo a Starlink e spinto la produzione di droni a lungo raggio. Eppure, ciò non è bastato a farlo rimanere in carica.
Come sottolineato anche in un’analisi più a freddo sulla vicenda, la sua rimozione avrebbe segnato la scelta di Zelens’kyj di privilegiare la continuità del vecchio establishment militare-industriale rispetto alla rottura tecnocratica avviata dall’ex ministro: una resa dei conti in cui si intrecciano tanto il potere, quanto il controllo dei flussi di denaro nella Difesa.
Sulle ragioni ufficiali della rimozione, però, le versioni si sono susseguite. Il 15 luglio, giorno dell’allontanamento ufficiale, Zelens’kyj si era limitato a parlare genericamente di una struttura di comando più compatta; solo il giorno dopo, davanti alle prime proteste e a una lunga sessione parlamentare, ha attribuito la scelta allo scontro tra Fedorov e l’allora comandante in capo Oleksandr Syrs’kyj – dettaglio che lo stesso Fedorov ha confermato in conferenza stampa, ammettendo di aver spinto per la sostituzione di Syrs’kyj. Il generale sarebbe stato poi effettivamente rimosso il 21 luglio, sostituito da Mychajlo Drapatyj.
Una marcia a Kyiv per essere ascoltati dal governo
Con il passare dei giorni, la protesta ha cambiato volto: i manifestanti oggi non chiedono più solo il reintegro immediato di Fedorov alla Difesa, ma un anno di verifica del suo operato e l’apertura di un vero dialogo con la presidenza, mentre restano aperti i nodi della corruzione negli appalti della Difesa. Sullo sfondo, anche le pressioni di Bruxelles, preoccupata per la tenuta istituzionale di Kyiv, e le narrazioni russe che provano a sfruttare la crisi.
Il corteo in partenza dal parco Taras Ševčenko, Kyiv, 31 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Tra i cortei, composti in gran parte da giovani, veterani e militari in servizio, la richiesta del ritorno del popolare Fedorov si è intrecciata fin dall’inizio con rivendicazioni più ampie: controlli più rigidi sugli appalti militari per contrastare la corruzione e impedire abusi da parte di funzionari, politici e comandanti; una riforma della mobilitazione che superi il sistema, giudicato punitivo e inefficace, dei centri di reclutamento territoriale; e una maggiore tutela della vita dei soldati al fronte, tema che accomuna la mobilitazione attuale ad altre proteste sociali degli ultimi mesi legate al reclutamento forzato.
Marcia per il dialogo e le riforme alla Difesa, Kyiv, 31 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Per una parte dei manifestanti, insomma, il caso Fedorov ha finito per diventare la scintilla di un malcontento più strutturale verso il modo in cui viene condotta la guerra sul piano interno.
Tra gli organizzatori, il veterano Dmytro Kozjatyns’kyj ha rinnovato l’appello a Zelens’kyj perché dia ascolto alla piazza e conceda a Fedorov il tempo necessario per portare a termine le riforme proposte e iniziate.
La Marcia arriva in Piazza Ivan Franko, sotto l’ufficio presidenziale, e si canta in coro l’inno ucraino, Kyiv, 31 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
I kartonky e gli slogan della piazza
A rendere riconoscibili le proteste ucraine in tempo di guerra sono i kartonky, i cartelli di cartone scritti a mano che i manifestanti portano in piazza, spesso realizzati sul posto con pennarelli e ritagli, diventati un vero e proprio linguaggio visivo della protesta pacifica ucraina: economici, immediati, facili da fotografare e condividere online, e per questo capaci di trasformare in pochi minuti uno slogan improvvisato in un simbolo virale.
I kartonky in piazza, Kyiv, 31 luglio 2026 (Meridiano 13/Claudia Bettiol)
Tra la folla di oggi si leggono frasi che vanno dall’appello diretto alla presidenza – “Ascoltare il popolo non è una debolezza”, “La voce del popolo è importante”, “Dialogo, non silenzio” – alla rivendicazione più netta, “Fedorov ministro della Difesa dell’Ucraina” e “Ridateci Fedorov”, fino al secco “Vergogna” rivolto al governo.
Non mancano gli slogan e le scritte che allargano il bersaglio oltre il caso Fedorov, come “L’Ucraina merita il cambiamento”, “Lasciamo che siano i droni a combattere, non le persone”, “La corruzione uccide” e “Deputati al lavoro!”, a segnalare che la piazza chiede conti anche alla classe politica nel suo complesso, non solo una singola reintegrazione dell’ex ministro.
A complicare ulteriormente il tutto, nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto, Mosca ha lanciato l’ennesimo massiccio attacco balistico russo su Kyiv. Il sindaco Vitalij Klyčko ha invitato subito la popolazione a mettersi a riparo e restare nei rifugi, evitando di uscire e rimanere in strada durante l’intera allerta.
In città si sono verificati numerosi incendi: ben sette quartieri sono stati colpiti, dove i russi hanno preso di mira perlopiù edifici residenziali. Secondo i soccorritori ucraini il bilancio delle vittime, stimati alle ore 8 di questa mattina, è salito ad almeno nove morti e ventitré feriti. Purtroppo, a causa della mancanza dei sistemi di difesa “Patriot”, l’Ucraina non è riuscita ad abbattere un solo missile balistico, che incoraggia la Russia a sferrare tali attacchi contro la vita delle persone. “Putin deve essere fermato”, dichiara una residente esausta al Kyiv Independent.
La marcia a Kyiv per il dialogo e le riforme si è quindi svolta a poche ore da un ennesimo promemoria di quanto la crisi politica interna si intrecci, inevitabilmente, con l’urgenza della guerra ancora in corso.
Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.