Fotografare controcorrente: la Scuola di fotografia di Charkiv, un simbolo di resistenza culturale

Se dovessimo indicare una delle esperienze più originali della fotografia europea del secondo Novecento, probabilmente penseremmo a Londra, Parigi o magari Düsseldorf. Difficilmente all’Ucraina e, soprattutto, alla città di Charkiv. Eppure, è proprio in questa città industriale dell’Ucraina orientale che, tra gli anni Settanta e Ottanta, nasce uno dei movimenti fotografici più radicali e innovativi dell’Europa dell’est: la Scuola di fotografia di Charkiv – la Charkivs’ka škola fotohrafiï.

La cosa affascinante è che non era affatto una “scuola” nel senso accademico del termine. Raccoglieva semplicemente un insieme di artisti e fotografi, una comunità informale. Non c’erano aule, programmi, professori o diplomi; solo appartamenti privati, circoli fotografici, discussioni notturne clandestine, mostre improvvisate e un desiderio comune: trovare un linguaggio capace di raccontare la vita sovietica al di là della sua rappresentazione ufficiale – quella promossa dal Partito.

Per comprendere la portata della ricerca di questo gruppo di fotografi bisogna, però, ricordare il contesto in cui operavano. Nell’Unione Sovietica la fotografia pubblica era chiamata a svolgere una funzione precisa: mostrare il progresso, la produttività e l’ottimismo del progetto socialista. Le immagini dovevano confermare una narrazione coerente con la visione del Partito centrale.

I fotografi di Charkiv fecero, però, l’opposto. Iniziarono a rivolgere l’obiettivo verso ciò che la propaganda tendeva a nascondere: la fragilità dei corpi, l’assurdità del quotidiano, la noia, la marginalità e tutte le contraddizioni di una società molto più complessa di quanto apparisse sui giornali e nei manifesti.

Il ruolo della fotografia nell’Urss

Per comprendere quanto fosse radicale il lavoro dei fotografi di Charkiv, bisogna fare un passo indietro e ricordare come, nell’Unione Sovietica, la fotografia non era considerata un semplice mezzo espressivo, ma un vero e proprio strumento politico e di propaganda. 

Fin dagli anni Venti le autorità avevano compreso la forza persuasiva delle immagini e, soprattutto durante l’epoca staliniana e nel dopoguerra, la produzione fotografica era stata integrata progressivamente nel più ampio progetto di costruzione della società socialista.

Giornali, riviste, manifesti (pensiamo proprio ai famosi poster sovietici!) e mostre erano chiamati a diffondere una rappresentazione coerente della realtà: fabbriche efficienti, lavoratori sorridenti, raccolti abbondanti, progresso tecnologico e armonia sociale. L’immagine non doveva registrare il mondo così com’era, ma contribuire a costruire il mondo come avrebbe dovuto essere.

scuola di fotografia di charkiv
“Metallurgy” di Chepovsky, 1931. Foto di un poster realizzato in Ucraina con i colori giallo e blu che invitano i cittadini dell’allora Rssu a lavorare nelle fabbriche metallurgiche del paese (Meridiano 13/Claudia Bettiol)

In questo contesto, il fotografo svolgeva una funzione quasi pedagogica. Le sue immagini dovevano educare il cittadino sovietico, rafforzarne la fiducia nel sistema e confermare la validità del progetto socialista. Le contraddizioni, la povertà o la semplice banalità della vita quotidiana trovavano poco spazio in questa iconografia ufficiale. 

I fotografi della futura Scuola di fotografia di Charkiv iniziarono così a rivolgere l’obiettivo altrove, andando controcorrente: corpi imperfetti, periferie anonime, situazioni ambigue e scene prive di qualsiasi eroismo. Stavano sperimentando sì nuove forme artistiche, ma anche mettendo in discussione il presupposto stesso che la fotografia dovesse servire una verità stabilita dall’alto.

Il gruppo Vremja e la nascita della Scuola di fotografia di Charkiv

Fu all’interno di questo clima che, all’inizio degli anni Settanta, prese forma il gruppo Vremja (letteralmente, “tempo”), generalmente considerato il punto di origine della Scuola di fotografia di Charkiv. Più che un collettivo formalmente organizzato, Vremja era una comunità di autori uniti dalla convinzione che la fotografia potesse essere qualcosa di diverso dalla documentazione ufficiale o dall’estetica amatoriale, allora dominante nei circoli fotografici sovietici. 

Qui un documentario realizzato e prodotto da Arte.tv.

I suoi membri si incontravano per discutere immagini, confrontare lavori e sviluppare una ricerca comune, spesso ai margini delle istituzioni culturali. In una società in cui gran parte della produzione visiva era soggetta a controllo e autocensura, il gruppo divenne uno spazio di libertà intellettuale e sperimentazione.

Tra le figure più importanti di questa prima generazione troviamo Borys Mychajlov, destinato a diventare il nome più celebre della fotografia ucraina contemporanea, Jevhenij Pavlov, Miša Pedan, Jurij Rupin, Oleh Mal’ovanyj e altri autori che contribuirono a definire un linguaggio radicalmente nuovo. 

I due fotografi Borys Michajlov e Miša Pedan parlano della Scuola di fotografia di Charkiv. Il video è sottotitolato in inglese.

Pur mantenendo sensibilità diverse, erano accomunati dall’interesse per l’ironia, il paradosso e la messa in discussione delle convenzioni visive. Le loro fotografie non offrivano risposte né slogan ma introducevano dubbi. Mostravano una realtà frammentata, vulnerabile, spesso assurda. 

In questo senso, Vremja non rappresentò soltanto l’inizio di una Scuola fotografica, ma la nascita di una vera e propria controcultura visiva all’interno dell’ultima Unione Sovietica.

Le loro fotografie non cercavano l’eroismo ma la verità, anche quando questa risultava scomoda, ambigua o persino grottesca. Uno dei concetti più interessanti elaborati all’interno del movimento era, infatti, quello che alcuni autori definirono “teoria del colpo” (teorija udaru). Una fotografia non doveva limitarsi a documentare ma doveva colpire lo spettatore e produrre, idealmente, una reazione fisica, emotiva, persino di disagio.

Per questo motivo le immagini venivano spesso manipolate, colorate a mano, sovrapposte, assemblate in sequenze narrative o trasformate in oggetti concettuali. In un’epoca in cui la fotografia sovietica ufficiale inseguiva chiarezza e controllo, la Scuola di fotografia di Charkiv coltivava ambiguità e attrito.

La loro, però, non era soltanto una critica politica. C’era anche una critica visiva, in quanto contestavano il modo stesso in cui la realtà veniva rappresentata.

La Scuola di fotografia di Charkiv rappresenta una sorta di “anti-posizione” rispetto alla fotografia ufficiale sovietica.

[Kunstmuseum di Wolfsburg, Germania]

Dov’erano le donne nella Scuola di fotografia di Charkiv?

La storia della Scuola di fotografia di Charkiv è stata raccontata soprattutto attraverso figure maschili. Questa predominanza riflette sia la composizione dei circoli fotografici sovietici dell’epoca sia il modo in cui la storia dell’arte post-sovietica è stata costruita e tramandata. Ciò non significa che le donne fossero assenti, ma il loro ruolo è rimasto a lungo marginale.

Paradossalmente, le donne erano molto più presenti davanti all’obiettivo che dietro la macchina fotografica. Il corpo femminile occupa infatti un posto centrale in molte opere della Scuola di fotografia Charkiv, diventando terreno di sperimentazione estetica, provocazione e critica delle convenzioni sovietiche. 

Riletti oggi, questi lavori sollevano però anche interrogativi che gli autori dell’epoca raramente si ponevano: chi guarda e chi viene guardato? Chi costruisce l’immagine e chi ne diventa il soggetto? Osservare la storia della Scuola attraverso questa lente mostra come la ricerca di libertà visiva convivesse con gerarchie e squilibri che appartenevano tanto alla società sovietica quanto al mondo dell’arte.

Fotografare dopo il crollo del sistema

Con la fine dell’Unione Sovietica, il movimento non scompare, ma si trasforma.

Opera autobiografica di Jurij Rupin che rivela l’atmosfera del movimento dei circoli fotografici nell’Unione Sovietica degli anni ’60 e ’70, la vita e le aspirazioni ribelli dei giovani fotografi di Charkiv e i legami formativi tra le comunità fotografiche di Charkiv e della Lituania

La seconda generazione di autori eredita gli strumenti dei pionieri pur confrontandosi con un nuovo scenario: il crollo delle grandi narrazioni ideologiche. Se negli anni Settanta il problema era l’eccesso di controllo, negli anni Novanta è il vuoto lasciato dalla sua improvvisa scomparsa a creare difficoltà. Le fotografie di questo periodo raccontano un mondo sospeso. Ma, forse, è proprio questa continuità tra epoche diverse a rendere la Scuola di fotografia di Charkiv così affascinante. 

Negli ultimi anni, una terza e nuova generazione di artisti e ricercatori ha lavorato per preservarne l’eredità. Archivi, negativi e stampe sono stati raccolti, catalogati e studiati. In città è nato persino un museo dedicato alla Scuola di fotografia di Charkiv e alla sua storia, il MOKSOP. Tuttavia, a causa della guerra, il museo è stato temporaneamente evacuato fuori dall’Ucraina al fine di mettere al sicuro la collezione.

Tra le figure più interessanti della terza generazione spicca anche una fotografa donna, Bella Lohačova (1973), artista nata a Mariupol’ e formatasi a Charkiv, dove ancora oggi insegna fotografia e media art. A differenza dei pionieri della scuola, Lohačova lavora in un contesto post-sovietico e spazia liberamente tra fotografia, video, grafica e installazione, mantenendo però alcuni tratti distintivi della tradizione di Charkiv: la sperimentazione formale, l’attenzione alla dimensione autobiografica e l’interesse per le tensioni tra sfera privata e realtà politica. Si è formata sotto la guida di Oleksandr Suprun, appartenente al gruppo Vremja, stabilendo così un legame diretto con la generazione fondatrice della scuola.

La sua opera mostra come la Scuola di fotografia di Charkiv abbia saputo reinventarsi attraverso nuovi linguaggi. Lohačova è stata inoltre tra le animatrici del collettivo artistico SOSka, uno dei gruppi che hanno contribuito a mantenere vivo lo spirito sperimentale della scena di Charkiv negli anni Duemila. La sua presenza testimonia il passaggio della scuola da movimento fotografico underground a più ampio laboratorio di arti visive, capace di dialogare con le questioni culturali e politiche dell’Ucraina contemporanea.

Poi è arrivato il 2022…

Quando l’invasione russa su larga scala ha trasformato Charkiv in una delle città simbolo della guerra, la questione non era più soltanto come produrre cultura, ma come salvarla. 

Leggi anche: Missili sulla cultura, bombe sui civili. Quattro anni di terrore psicologico a Kyiv

Migliaia di fotografie e decine di migliaia di negativi sono stati trasferiti e messi al sicuro per evitare che venissero distrutti. E c’è indubbiamente qualcosa di profondamente simbolico in questa vicenda.

Per decenni la Scuola di fotografia di Charkiv ha raccontato ciò che rischiava di scomparire dalla memoria ufficiale: vite marginali, gesti quotidiani, verità scomode. Oggi sono le sue stesse immagini ad aver bisogno di essere protette dall’oblio. 

In questo contesto, il lavoro di questi artisti testimonia la continuità di una comunità creativa che, nonostante bombardamenti, sfollamenti e distruzioni, continua a produrre immagini e riflessioni sul presente. Se i fondatori della scuola avevano cercato di raccontare le contraddizioni nascoste della società sovietica, le nuove generazioni si confrontano oggi con un’altra urgenza: documentare e interpretare un paese che sta ridefinendo la propria identità nel mezzo di un conflitto esistenziale.

La sopravvivenza stessa della Scuola di fotografia di Charkiv dimostra come la cultura possa diventare una forma di resistenza, non soltanto contro la censura, ma anche contro la cancellazione materiale della memoria. 

Forse è anche per questo che la storia della Scuola di fotografia di Charkiv continua a parlarci, ricordandoci che ogni fotografia è una scelta: mostrare ciò che tutti vedono, oppure rendere visibile ciò che il potere, il tempo o la guerra preferirebbero cancellare.

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.