Dal bordo della pianura pannonica al Mediterraneo. Belgrado, Mostar, Rijeka

Un racconto di viaggio dall’entroterra danubiano al mar Mediterraneo, attraverso le città di Belgrado, Mostar e Rijeka.

Sul bordo

Qualche anno fa per Qcode Magazine avevo scritto un racconto ambientato a Belgrado, si chiamava Mai più divisi. La sorgente di quel testo era arrivata dalla storia di Adem, un signore che aveva una kafana sull’isola di Međica nella Sava. La kafana era parte della sua abitazione, una bellissima palafitta in legno, rialzata quanto basta per sopportare le piene del fiume. Quando lo incontrai sua figlia si era da poco suicidata, nel racconto avevo fatto in modo che lei continuasse a vivere.

A Belgrado vengo a sapere da Eugenio, un caro amico che abita qui da quindici anni, che Adem è venuto a mancare. È morto nella sua casa sulla palafitta leggendo Trattato sull’agricoltura di Plinio il Vecchio. Era un uomo d’altri tempi Adem, come ahimè non ne fanno più.

Lungo Sava, Novi Beograd, Serbia (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

Belgrado dai palazzi fuligginosi, il Danubio scorre veloce e io ho sempre poche parole per descrivere questa città, che è talmente tante cose messe assieme che le parole sfuggono e non riesco a trattenerle. Traccio un percorso da trg Pašić a Novi Beograd, per riavvicinarmi a qualcosa che conosco.

In piazza Nikola Pašić (ex piazza Marx ed Engels) vado in pellegrinaggio alla targa commemorativa delle brigate Garibaldi e Matteotti, in memoria dei partigiani italiani che combatterono nell’esercito di liberazione jugoslavo. È una targa che lo storico Marco Abram ha trovato grazie alla sua caparbietà e determinazione. Per scorgerla, infatti, bisogna guardare all’insù perché è (ormai) incastonata tra un condizionatore e l’insegna di un negozio di tabacco, il metallo è annerito da decenni e decenni di smog, ma se c’è una cosa di cui andare fieri da italiani all’estero, è quando viene ricordata la nostra gloriosa battaglia contro il fascismo.

Poco più avanti, dopo una camminata di un quarto d’ora, sono in Fruškagorska ulica, nel bellissimo quartiere di Kosančićev Venac che guarda dall’alto la Sava. Qui si trova l’Obelisco dei paesi non allineati, edificato in memoria della loro prima assemblea: era il 1961 e vi parteciparono più di cento delegazioni da tutto il pianeta, provando a immaginare un mondo diverso che fosse in grado di smarcarsi dalla doma manichea di Usa e Urss.

Sulla riva opposta della Sava si trova Novi Beograd, quando arrivo l’odore di cemento fresco si percepisce a ondate. Erano anni che non passavo di qua, buona parte di questo pezzo di città ora è stravolto delle costruzioni di nuovi palazzi. Dopo l’orrore del Beograd Waterfront, un’altra enorme azione speculativa. Cammino per ore in mezzo ai cantieri di nuovi appartamenti per ricchi e mafiosi, investimenti immobiliari per rendite finanziarie, malavitose e fondiarie.

L’immagine che più si avvicina a questo scempio è quella dello sbancamento delle mahalle di Baku. Un motivo di somiglianza è la costruzione in replica degli stessi palazzi fatti tutti allo stesso modo: cemento, colori tetri, verticalità spinta e tutto attorno tabula rasa di ogni spazio verde e di socialità. Un altro punto in comune è il netto contrasto di classe tra chi vive qui ora e i nuovi abitanti che arriveranno. Ma se nella capitale azera passano interessi geopolitici ed energetici tali – non ovviamente da giustificare la speculazione, però quantomeno da renderne comprensibili le motivazioni capitaliste e delinquenziali nella costruzione di nuovi grattacieli – in questo angolo di Europa, la comprensione delle motivazioni che hanno portato a edificare questi nuovi palazzi latita.

Belgrado e la Serbia sono luoghi periferici a tutti i mondi possibili e non ci sono grandi flussi di capitali finanziari tali da giustificare questo scempio. Quello che stanno costruendo a Novi Beograd è un azzardo verso un modo orribile di organizzare e gestire l’abitare, considerando che nello stesso quartiere c’è una parte di blok socialisti dov’è invece possibile idealizzare una comunità urbanistica fluviale.

I blok sono immersi nel verde, attraversati da viali alberati, a pochi passi da grandi parchi lungo la Sava e da un’oasi pedonale di verde e tranquillità. Ed è proprio da uno di questi tratti pedonali sul fiume, che da un piccolo molo parte ancora il barchino giallo in direzione dell’isola Međica dove Adem aveva la sua kafana. 

Novi Beograd, Serbia (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

La sera Belgrado diventa la notte perfetta, locali nelle cantine dei palazzi, nei cortili interni, in ex fabbriche della birra, dove meno te lo aspetti. Belgrado dà sempre l’idea di non dormire mai e io con lei. Ovunque vai trovi gente a tutte le ore che beve, ascolta musica e si diverte, una vitalità sempre inaspettata.

Da qualche anno ci sono anche i locali della diaspora russa arrivata con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Duecentomila persone, centomila solo a Belgrado, si sono riversate in Serbia in un paio di mesi. La maggior parte lavora per le multinazionali del settore IT che, per paura di perdere quattrini e commesse, si sono trasferite in Serbia per aggirare le sanzioni.

Esiste anche anche una quota di persone che non vuole andare a morire in guerra e diserta venendo a vivere qua. Una signora russa, in un locale della diaspora, ad un orario impreciso della notte, mi confida che si trova benissimo a Belgrado, perché per lei i serbi sono come i russi, ma molto più gentili.

Per altri viaggi e reportage oltre il meridiano 13, visita la nostra sezione Esplorazioni!

Erzegovina

Dalla sommità di Počitelj, tra torri di guardia, minareti, hammam in disuso e case di pietra, punto lo sguardo in direzione del mare (basta seguire il corso della Neretva) e riesco ad immaginare in questo modo la risalita dei pirati Narentani.

Questi agivano in tutto l’Adriatico (che da qui dista poco meno di 40 km), ma la loro base operativa era tra la foce della Neretva e le isole della Dalmazia centrale. Risalivano però sovente anche il corso del fiume per cercare riparo a seguito delle repressioni veneziane e bizantine. Nella loro fase calante, tra il 1200 e il 1500, si rifugiarono anche a Počitelj, un anfiteatro carsico naturale sul lato sinistro della Neretva.

Da qui è lampante la risalita del Mediterraneo in Bosnia, sia da un punto di vista botanico con la graduale risalita della gariga, sia da un punto di vista del paesaggio con terreni e campi coltivati a olivi e vigna. Il fiume fa il resto, è un vettore primigenio tra il Mediterraneo e il suo entroterra, e viceversa.

Počitelj è tra Mostar e il mare, per arrivare qui si percorre una strada dolce con bassi declivi, mentre in lontananza le cime innevate delle montagne erzegovesi preservano la poca acqua per la futura torrida estate. È deserta, ci abitano pochissime persone, quelle che noto curano l’orto, stendono panni al sole, fumano sigarette nei cortili interni protetti da mura di roccia, vendono paccottiglia su banchetti improvvisati.

Abitazioni di pietra, su strade in salita di pietra, su una collina di pietra. Questo è Počitelj, un villaggio magnetico fuori dal tempo, ma che proprio per questo irrompe nel paesaggio con straordinaria potenza.

In sommità, il vento. Un vento che sferza la vallata, increspa l’acqua sulla superficie della Neretva, agita la bandiere appese ai minareti, i panni stesi ad asciugare. Seduti negli orti al sole, persone anziane guardano il tramonto nel silenzio più totale di un pomeriggio qualunque di febbraio. Il tepore in risalita da sud è molto piacevole, nemmeno il vento riesce e contrastarlo, è di questo che loro si nutrono mentre fumano con avidità una sigaretta dopo l’altra.

Sono arrivato a Počitelj da Mostar, che ha conservato negli anni le sue contraddizioni e le sue divisioni. Erano vent’anni che non tornavo, la strada per arrivarci per me è partita dalla Serbia.

Superata Sarajevo, è stato un susseguirsi di neve su picchi, neve nei villaggi arroccati sulle strade di montagne, sugli alberi nei boschi, sui prati ai bordi delle strade. Paesaggio imbiancato con minareto, l’esotizzazione ha vinto sul mio sguardo.

L’ingresso in Erzegovina, tra le altre cose, lo si nota dai monti di pietra nella gola della Neretva, un canyon scavato dal fiume con costoni di roccia a picco sulla strada. È Lei che mi porta a Mostar, un regno di acque dolci verde smeraldo, rapide, e meraviglia della natura.

Centro di Mostar, Bosnia ed Erzegovina (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

Mostar la trovo più curata, più pulita e più ordinata, indubbiamente la turistificazione fa marciare verso una disciplina urbana che non fa sconti. Una bella scritta, però, in centro storico ha riacceso il fuoco dell’indisciplina The lesson was Srebenica, the test is Gaza.

Cammino per la città. Nel quartiere Mahala colpisce un memoriale per il 4° corpo dell’Armija in difesa di Mostar. Ci sono i nomi dei soldati morti sul campo, quelli sopravvissuti e alcuni cartelli informativi. In uno di questi è presente il ricordo dell’Heliodrom, un campo di concentramento a sud della città. Venne istituito dai soldati dell’Herceg-bosna, si legge, durante la guerra degli anni Novanta e, secondo la sentenza dell’Aja, l’HVO concentrò nel campo centinaia di civili bosniaci della parte occidentale di Mostar e altri migliaia da tutta l’Erzegovina.

Oltre Heliodrom viene ricordato che esistevano altri sessanta campi di concentramento in cui i non-croati venivano internati, torturati e uccisi. La cartellonistica spiega inoltre come i leader politici e i militari dell’autoproclamata Herceg-Bosnia siano stati condannati al Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. 

Nonostante questo le divisioni però persistono, in circostanze come queste il problema politico non può essere risolto facendo ricorso al solo potere giudiziario. Attraverso quest’ultimo si possono alleviare i dolori e restituire un senso di riconoscibilità internazionale a quello che è accaduto, aiutando a distinguere tra aggressori e aggrediti.

Ma i processi di riconciliazione non nascono dentro le aule dei tribunali. Ed è così infatti che la città rimane schiava delle proprie identità etnonazionali.

Ma non è la sola a soffrirne, non è nemmeno solo la Bosnia ed Erzegovina ad accusare questo smacco. Questi processi globali si stanno affermando a tutte le latitudini in cui posizioni nazionalistiche e clericali, in un vortice reazionario e sciovinista, sono in grado di instillare il bisogno fanatico di identità e appartenenza sopra ogni altra forma di esigenza politica e sociale. 

A proposito di identità, il giro al cimitero dei partigiani di Mostar è stato molto potente. Il monumento ha subito vari attacchi politici negli ultimi anni, ora all’ingresso presenziano fisse due scritte: “Tito vampir” con sotto una svastica e “Jugoslavija je Mrtva” con la U ustascia. Il messaggio è chiaro.

Il Cimitero Memoriale dei Partigiani è stato (è?) allo stesso tempo un cimitero, un parco cittadino, un luogo di pellegrinaggio antifascista e una dichiarazione urbana sulla memoria collettiva:

due città si ergono l’una di fronte all’altra su pendii opposti e si guardano faccia a faccia, occhi negli occhi: la città degli eroi antifascisti morti e la città dei vivi, per la quale hanno perso la vita.

[Toward a concrete utopia: architecture in Jugoslavia 1948-1980, Martino Stierli, Vladimir Kulić, MOMA, 2018]

Nell’idea dell’architetto jugoslavo Bogdan Bogdanović il cimitero doveva essere il simbolo dell’unità antifascista jugoslava, ed è per questo che tutt’oggi viene attaccato, perché è la forma plastica (pietra 100%) della vittoria della lotta antifascista.

Oltre all’aspetto imponente e alla carica semantica dei significati, c’è un piccolo dettaglio nell’immensità di pietra che mi circonda ed è l’acustica della prima sala. Il rimbombo dei passi sulla pavimentazione è come se si stesse passeggiando dentro a un corpo cavo, essiccato dalla storia. Nell’idea di Bogdanović quello doveva essere “l’organo dell’acqua”, il punto del monumento in cui l’acqua che scendeva dalla fontana posta in sommità andava a simulare sul selciato il rumore dei ciottoli della Neretva. Ora è sordo, prosciugato da eventi tirannici e crudeli. Ed è questo vuoto, questa assenza, che ne dichiara l’assedio. 

La spinta vitale però come sempre la danno le persone, come in occasione dell’81° anniversario della liberazione di Mostar, quando gruppi di cittadini e associazioni hanno portano fiori rossi e corone commemorative. Quello che resta della commemorazione si nota in un angolo della prima terrazza, corone e fiori ben disposti, in memoria e in un tentativo di cura di quello che rimane. 

Quartiere Luka, Mostar, Bosnia ed Erzegovina (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

Sempre a proposito di identità e di purezza:

Nel XIII secolo la vittoria mongola sui Selgiuchidi, dinastia turcomanna di cultura e lingua persiana, aveva frantumato quest’ultima in una serie di tribù nomadi.

[Oriente. Una storia, Alessandro Vanoli, Laterza, 2025]

che di conseguenza iniziarono a premere sulle valli e le pianure costiere del Mediterraneo. Tra queste varie tribù solo la dinastia degli Ottomani ne uscì vittoriosa.

Cento anni dopo, nel 1389, questa tribù sconfisse i principi serbi e bosniaci nella battaglia di Kosovo Polje. Il monastero derviscio di Blagaj, in Erzegovina, a pochi chilometri da Mostar, parla anche di questo. La tekija è costruita sotto un enorme costone di roccia da cui nasce poco più sotto la Buna, uno dei più grandi fiumi carsici d’Europa. Tra le tante stanze vi è anche il luogo di sepoltura di due monaci dervisci tagiki: Sari Saltuk e Acik-Basa.

Takija Blagaj, Bosnia ed Erzegovina (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

Non è un caso che successivamente alla conquista ottomana, appunto una tribù nomade che aveva le proprie radici nella cultura persiana dell’Asia centrale, due dervisci sufi di origine tagika avessero scelto Blagaj come luogo in cui restare. Da sempre infatti il territorio del Tagikistan si è differenziato dagli altri -stan (anche tutt’oggi) per la sua lingua e per la sua cultura, che ha origini persiane e non turche.

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Mediterraneo adriatico

Attraverso la frontiera a Bijača, sto entrando in Unione Europea e lo noto anche dalla presenza di Frontex in prossimità del confine croato. Molti i conducenti che vengono fatti scendere, viene loro effettuato il riconoscimento facciale biometrico e prese la impronte digitali. Le multinazionali digitali, quasi tutte aziende statunitensi, incassano dati biometrici e ringraziano. Per me invece il ponte levatoio della fortezza si abbassa con grande facilità, sono europeo e sono bianco, non ho alcun tipo di problema.

Da qui fino a Rijeka (Fiume) inizia un paesaggio mediterraneo carsico: montagne di roccia dell’entroterra dalmata, brullo e battuto del vento, le cime della catena del Velebit innevate, qualche scorcio di mare intravisto tra i monti. Oltre il Velebit, la costa adriatica protetta dai venti invernali di bora, immersa nel sole e nel cielo terso di febbraio, tra valli di roccia e qualche casa sparsa. 

Più mi avvicino al Quarnero e più noto in lontananza la risalita di una foschia sempre più densa. Quando esco a Senj (Segna)/Otok Rab (Arbe), mano a mano che i tornanti mi portano sulla jadranska, dall’alto la nebbia inizia la sua risalita verso la costa, ed è una nebbia che spinge fuori l’ultimo rimasuglio di luce, ovattando il paesaggio, rendendolo impercettibile e compresso. Arrivato sulla strada adriatica, vedo solo pochi metri davanti a me, mentre Rab (Arbe) e più avanti Krk (Veglia) sono scomparse nella nebbia.

A Rijeka, dall’ottavo piano del Neboder Hotel, la foschia all’orizzonte rende bidimensionale il golfo del Quarnero e comprime lo spazio schiacciando la città sui promontori. La porta sul Adriatico, il più grande porto croato, la città in cui aveva sede la Jugolinija, la compagnia di navigazione mercantile della Jugoslava socialista (iconica la foto di una delle sue navi a New York, con sullo sfondo il World Trade Center).

Se penso a una città che è totalmente adriatica penso a Rijeka, e non solo per la sua storia, ma soprattutto per l’odore di mare, un odore da mare basso e placido, di acqua che ristagna per la mancanza di forti correnti. Da questa altezza, la vista permette di vedere il porto, le gru che movimentano le merci, i capannoni marittimi, le rimesse dei cantieri navali.

Rijeka e i suoi sette cambi di Stato nel Novecento: fino alla Prima guerra mondiale Regno di Austria e Ungheria; 1918-1941 Regno di Jugoslavia (Fiume fino al 1919, Sušak fino al 1941); 1919-1920 Reggenza italiana del Quarnaro (D’Annunzio); 1920-1924 Stato libero di Rijeka; 1924-1943 Regno d’Italia (fascista); 1945-1990 Jugoslavia socialista (unificazione Fiume-Sušak); 1990 Repubblica di Croazia.

Fino alla Prima guerra mondiale a Rijeka l’Europa danubiana si avvicinava al Mediterraneo, era il naturale proseguo di Budapest, l’accesso magiaro al commercio marittimo. Era una città cosmopolita (italiani, croati, ungheresi, tedeschi, ruteni, rumeni e inglesi), con una lingua popolare veneta nel centro cittadino e una croata (ciakava) nell’entroterra.

[Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà, Egidio Ivetic, Il Mulino 2019]

Dopo questa epoca di splendore culturale, commerciale e industriale, arrivò la Prima guerra mondiale, il ventennio fascista e poi la Seconda guerra mondiale. Questa storia la sappiamo molto bene. Quello che non sappiamo invece ce l’ha fatto scoprire, finché era attiva, l’app RijekaInFlux, un ottimo strumento utile per calarci nel complesso dedalo di vite, storie e stratificazioni che hanno attraversato questa città nel secolo scorso.

Uno dei marker più interessanti si trova nel quartiere di Sušak. Andando verso il levante cittadino, si incontra una scalinata che collega Šetalište XIII divizije e Ulica Janka Polića Kamova, il luogo si chiama Stube trinaestorice strijeljanih, ed è un monumento in memoria a tredici antifascisti uccisi nel marzo del 1945 da un commando di polizia ustascia e SS. Nel 1983 fu posta una targa commemorativa in granito, mentre l’anno seguente l’artista fiumano Zvonimira Pliskovac ha ideato il monumento: tredici tubi metallici installati tra i due edifici ai lati della scalinata, simboleggianti i tredici colpi inferti. 

Rijeka di un inverno sonnolente, qualche giovane punk con la cresta decolorata aspetta i sui amici nella pizza antistante al Korzo, mentre gruppi di persone ubriache parlano ad alta voce e affollano l’attraversamento pedonale. La provincia ha sempre qualcosa di uguale a se stessa ovunque tu vada ed è proprio per questo che rimane autenticamente originale nel suo perenne immobilismo.

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Sono cresciuto nella provincia emiliana al calar del comunismo, la mia adolescenza non la saprei vedere se non lì. Ma se fossi cresciuto a Rijeka, avrei ritenuto con la stessa intensità che Quarnero Paranoico potesse racchiudere al meglio la mia inquietudine. Riconosco qualcosa di mio in quei ragazzi seduti sui vasi di cemento mentre aspettano che arrivi qualcuno per fare serata. Perché siamo della stessa pasta in questa parte di sud Europa ed è attraverso il mediterraneo Adriatico che dobbiamo riappropriaci delle cose che ci accomunano. Potrebbe essere, questo, un interessante esercizio per il futuro prossimo venturo.

mediterraneo
Rijeka (Meridiano 13/Matteo Pioppi)

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Matteo Pioppi
Matteo Pioppi

Classe 1983, attualmente faccio il libraio e vivo a Genova. Nel 2012 a Bologna ho fondato Bébert Edizioni. Successivamente ho fatto parte della redazione di Qcode Magazine. Con la raccolta di racconti "Geografie" nel 2020 ho vinto il Premio Navile – Città di Bologna. In passato ho collaborato con Fatto Quotidiano e Osservatorio Balcani Caucaso.