Cerchi di donne in Slovenia: raccontare la maternità invisibile

In Slovenia stanno nascendo spazi di supporto e ascolto per affrontare il lato invisibile del parto: la salute mentale. La giornalista Marta Abbà* dà voce alle testimonianze di queste donne raccontando la maternità invisibile, tra storie di violenza ostetrica, procedure senza consenso e traumi spesso taciuti. 

Le carte illustrate da Lara Kastelic non parlano di parto né di neonati, ma di stati emotivi complessi come paura, sovraccarico, solitudine e trasformazione, e nascono all’interno di Mother Nature Slovenia, un progetto che affronta in modo diretto ma non istituzionale una dimensione della maternità invisibile e ancora poco strutturata: la salute mentale.

In Slovenia, come in molti paesi europei, la gravidanza e il parto sono seguiti con attenzione dal sistema sanitario, con controlli regolari e un congedo di maternità lungo rispetto alla media europea, ma ciò che accade dopo, sul piano psicologico, resta spesso ai margini del percorso di cura, lasciando le madri sole ad affrontare un carico mentale che non viene esplicitamente riconosciuto. Un percorso di maternità invisibile.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre il 40% delle donne nel mondo riporta forme di mancanza di rispetto o abuso durante il parto, mentre in Europa tra il 10% e il 20% delle donne sviluppa disturbi mentali nel periodo perinatale. Un dato che contribuisce a spiegare perché anche in Slovenia, come altrove, stiano emergendo iniziative dal basso capaci di colmare almeno in parte questo vuoto.

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Facilitare è ascoltare

Kastelic non è madre e non è terapeuta, ma la sua esperienza come facilitatrice è diventata centrale nella creazione di spazi di ascolto per donne in gravidanza e madri.

Ho visto su Facebook una chiamata da un mio amico in Ungheria che cercava un partner per un progetto sulle madri; non avevo figli né esperienza, ma ho sentito una spinta molto interna.

Il suo ruolo consiste nel creare le condizioni perché le conversazioni possano esistere, organizzando incontri, introducendo strutture e strumenti che aiutino le donne a parlare liberamente.

Il mio compito era facilitare, portare chiarezza e incontri perché le cose funzionassero.

Tra gli strumenti utilizzati ci sono anche le carte illustrate di Mother Nature Slovenia, che Kastelic ha contribuito a far conoscere. Non sono strumenti terapeutici in senso clinico, ma servono come innesco per la conversazione: immagini e frasi stimolano le donne a parlare di ciò che sentono e spesso non riescono a nominare.

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La facilitatrice Lara Kastelic (Marta Abbà)

Accanto a questo, Kastelic sviluppa percorsi di formazione per altre donne interessate a creare cerchi di condivisione, combinando video online e momenti pratici di confronto:

All’inizio pensavamo bastasse spiegare come fare un cerchio, ma ho capito che le donne avevano bisogno di più istruzioni e di uno spazio pratico per fare domande e confrontarsi.

Il modello si diffonde rapidamente perché è replicabile: chi partecipa può a sua volta facilitare altri gruppi. “Abbiamo creato diversi gruppi con centinaia di donne, e poi ognuna iniziava il proprio cerchio, come una cascata”. Nonostante l’impatto, Kastelic resta consapevole dei limiti di questo lavoro: “Non è finanziato dalle istituzioni e le donne pagano circa venti euro, che è molto se hai un budget basso; per me resta solo una parte del mio lavoro, non qualcosa di cui si possa vivere”.

Dalla solitudine alla rete

Se Kastelic ha facilitato lo spazio, Maja Trupi lo ha reso concreto e radicato sul territorio. Insegnante di formazione, trentottenne, racconta la maternità come un’esperienza di forte disorientamento:

Ho sempre voluto fare la professoressa e lavoravo con tanti bambini, ma quando sono diventata madre è stato uno shock enorme, perché pensavo che nulla sarebbe cambiato e invece mi sono sentita profondamente sola.

Quella solitudine iniziale è accompagnata da un senso di inadeguatezza: “Non capivo cosa stesse succedendo e pensavo che fosse un problema mio, perché se sai gestire tanti bambini ti aspetti che sia più facile con il tuo, e invece stare a casa con lui era molto più difficile”.

La svolta arriva quando inizia a parlare con altre madri e scopre che quel senso di isolamento è condiviso:

Ho capito che molte si sentivano così, ma non ne parlavamo perché sembra di essere ingrate se dici che è difficile essere madre.

Da qui nasce l’idea di creare spazi concreti nella propria comunità, dove non esistevano programmi dedicati. “Vengo da una piccola città dove non c’era nulla per le madri, nessun posto dove incontrarsi e parlare, così ho iniziato io durante il Covid, con incontri su Zoom aperti a tutta la Slovenia”, racconta.

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Maja Trupi (Marta Abbà)

Gli incontri erano flessibili, spesso liberi e a volte tematici, e Trupi utilizza anche le carte di Mother Nature come stimolo per la conversazione: “Le carte aiutano quando non sai da dove iniziare, ma poi le donne parlano di quello che davvero sentono”.

Da questi incontri nasce progressivamente una rete che oggi coinvolge circa venti città, con gruppi piccoli per garantire la qualità del dialogo:

Abbiamo capito che non è la quantità ma la qualità: in gruppi da cinque a dieci madri c’è più spazio per parlare e per essere ascoltate. Per anni abbiamo fatto tutto gratis, ma non è sostenibile: se lavori sempre senza compenso perdi energia e anche la qualità del lavoro ne risente.

La rete funziona grazie a un equilibrio tra volontariato e piccoli sostegni locali.

Il carico mentale della maternità

Il cuore dei cerchi di Kastelic e Trupi resta la parola, non come terapia ma come pratica condivisa che permette di normalizzare esperienze spesso vissute in isolamento. Trupi racconta la propria esperienza:

Con il mio primo bambino ero molto depressa e non lo sapevo, e solo dopo ho capito che è qualcosa di molto comune, circa una madre su cinque. Pensavo che fosse solo mio e che fossi una cattiva madre perché non ero felice, ma nei cerchi ho visto che non è così.

Molte difficoltà sono legate alle aspettative sociali: “Sui social media tutto sembra perfetto, la madre felice e il bambino felice, e quando la realtà è diversa pensi che ci sia qualcosa che non va in te, perché il bambino non dorme, tu piangi e non sai nemmeno perché”.

A questo si aggiunge l’isolamento generazionale: “Le generazioni precedenti vivevano in famiglie più grandi e avevano più supporto, mentre oggi molte donne vivono da sole e non sanno a chi chiedere aiuto”.

Anche la pressione a essere perfette pesa molto: “Molte difficoltà nascono dal fatto che vogliamo fare tutto nel modo giusto e avere il controllo, ma con un bambino è impossibile, e questa perdita di controllo può essere molto difficile da accettare”.

Nei cerchi, però, si genera un effetto immediato:

Quando parli e ascolti le altre, capisci che non sei l’unica e questo cambia già molto.

Sulla salute mentale, leggi anche: “Come stai?”. Traumi e salute mentale in tempi di guerra

Chiudere il cerchio

Kastelic e Trupi lavorano su livelli complementari: la prima facilita e introduce strumenti, come le carte di Mother Nature Slovenia, mentre la seconda costruisce reti locali e spazi concreti in cui le conversazioni possono durare nel tempo.

Non si tratta di sostituire il sistema sanitario, ma di colmare un vuoto che riguarda la dimensione psicologica della maternità, ancora poco integrata nei percorsi ufficiali.

In Slovenia, come in molti altri paesi europei, la salute mentale materna resta emergente come tema pubblico, e questi cerchi rappresentano un primo spazio dove raccontarla senza filtri e senza giudizio, permettendo alle donne di condividere esperienze comuni e sentirsi meno sole.


*Marta Abbà una giornalista investigativa freelance e fisica dell’ambiente specializzata in diritti umani, climatici e digitali. Realizza reportage interdisciplinari e internazionali, combinando passione per storie di persone e natura e formazione scientifica. Collabora con diverse realtà, tra cui Wired, Voxeurop, Altraeconomia e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.

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Redazione
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