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“Come stai?”. Traumi e salute mentale in tempi di guerra

“Come stai?” – “Sono vivo”

Sono ormai quasi due anni che il popolo ucraino sta convivendo con un’invasione russa in piena regola, subendo tutti gli orrori che ci si aspetta da un inquilino indesiderato: distruzione, violenza, morte, crimini e, addirittura, fame. In guerra si subiscono ferite di vario genere e grado.

D’istinto il pensiero va subito a quelle di natura fisica, che necessitano di un primo soccorso e di cure specifiche. Fondamentali, però, sono anche le ferite che non sono legate a un dolore fisico e tangibile, ma che sono altrettanto difficili da curare e, soprattutto, da riconoscere e superare: si tratta dei traumi psicologici. Preoccuparsi della salute mentale della popolazione e dei singoli individui è una necessità da non sottovalutare.

In particolare, come rivelano alcuni studi, la sindrome post-traumatica da stress, con le sue varie gradazioni e sfumature (più o meno gravi), colpisce sia i militari al fronte che le loro famiglie, i soccorritori, le forze dell’ordine, i medici, nonché civili e bambini, i quali assorbono il trauma come delle vere e proprie spugne. Tutti, insomma, ne sono coinvolti. Stress, ansia, rabbia, odio, paura, panico, senso di vuoto – sono solo alcune delle emozioni che in tempi di guerra sono difficili da articolare, da gestire e da esternare. E chiedere aiuto non è mai facile, ma è un primo passo necessario per stare bene.

Superare il trauma della guerra, in tempi di guerra

“Come stai?”. Una domanda retorica, scontata, a cui rispondiamo quasi sempre senza riflettere. Perché è, per l’appunto, una domanda di cortesia a cui solitamente l’interlocutore non si aspetta una risposta elaborata o una risposta tout court. Dal 24 febbraio però, in Ucraina, questa domanda è molto più di un semplice inizio di conversazione, un vero invito a capire come si sta vivendo in guerra e, soprattutto, se si sta bene sul serio. Tant’è che, spesso e volentieri, la risposta dell’ucraino medio è “sono vivo” o “ancora vivo”.

Olena Zelens’ka, First Lady ucraina e una delle donne più influenti al mondo secondo la rivista Time, capendo l’importanza di queste parole nel 2022 ha avviato un’iniziativa di sensibilizzazione sulla salute mentale che si intitola proprio “Come stai?” (Ty jak?). Scopo della campagna è promuovere la formazione di una cultura della cura della salute mentale all’interno della società ucraina e contribuire a rompere quei tabù secondo i quali chiedere un aiuto psicologico vuol dire essere deboli o ‘non essere normali’.

“Molte persone in Ucraina, soprattutto gli anziani, nutrono ancora questa paura e sfiducia post-sovietica verso qualsiasi cosa associata al prefisso ‘psico-’.”, dichiara Olena Zelens’ka, aggiungendo che anche soldati e militari devono trovare oggi più che mai il coraggio di chiedere aiuto in caso di bisogno, senza alcuna vergogna, perché non si smette così di essere eroi. “La gente deve prima di tutto capire cos’è la salute mentale e come prendersene cura”.

Sullo sfondo delle allarmanti notizie quotidiane, degli attacchi missilistici continui – che durante le festività di fine 2023 si sono fatte particolarmente sentire – e del dolore che ne consegue, non sembra appropriato chiedersi ‘Come stai?’. In realtà, come sottolinea la moglie del presidente, il benessere psicologico e la comprensione di ciò che sta accadendo dentro di noi è più attuale che mai, considerando che che il 90% degli ucraini è attualmente sottoposto a stress a causa della guerra.

Quando la riabilitazione fisica non basta

Lo Stato ucraino, in tal senso, prevede tutta una serie di aiuti in conformità con l’articolo 11 della legge dell’Ucraina “Sulla protezione sociale e legale dei militari e dei membri delle loro famiglie”. Tutte le persone congedate dal servizio militare o che hanno meriti speciali verso la patria, i familiari di tali persone, dei veterani o dei difensori caduti in guerra, hanno diritto a un servizio di assistenza psicologica gratuita. Anche la riabilitazione – fisica, mentale, psicologica e sociale – si sta sviluppando con risultati promettenti nel paese, sebbene la strada sia ancora lunga e faticosa e l’aiuto esterno sia fondamentale.

Sono sempre di più i soldati e i civili che si ritrovano a soffrire di disturbi dell’udito: è un aspetto non secondario della sindrome post-traumatica da stress. A cercare di contenerla è un ingegnere biomedico italiano, Luca Del Bo, che da mesi lavora per formare personale locale in grado di combattere questo fenomeno.

La maggior parte dei centri di riabilitazione più moderni per i soldati e i veterani delle forze armate sono stati creati sulla base di alcuni ospedali nelle principali città – a L’viv, Luc’k, Čerkasy, Mykolaiv – grazie anche all’aiuto di esperti e volontari provenienti dall’estero che apportano non solo macchinari ma anche tecniche riabilitative innovative ed efficaci. Si occupano sia della riabilitazione fisica che della salute mentale. Spesso c’è anche lo zampino di qualche oligarca, come nel caso dei coniugi Pinčuk.

Viktor e Olena Pinčuk hanno inaugurato la scorsa primavera RECOVERY, il primo centro innovativo di riabilitazione per soldati feriti nella città di Dnipro, nato grazie al ricavato di 11,5 milioni di dollari raccolto con la vendita della scultura Balloon Monkey (Magenta) di Jeff Koons a Londra, nel giugno 2022. In totale, si stima che più di 11mila pazienti all’anno potranno ricevere un’assistenza riabilitativa presso i dieci centri in tutto il paese. RECOVERY parrebbe unico nel suo genere: oltre a rispettare gli standard internazionali, offrirebbe dispositivi per la riabilitazione che coprono l’intera gamma di possibili disturbi funzionali dei pazienti (compresi quelli derivanti da ferite da mine).

Al di fuori di questi centri di riabilitazione, a coloro che necessitano di aiuto psicologico viene spesso raccomandata e prescritta la terapia con gli animali, nello specifico cani o cavalli, in grado di far uscire una persona dalla depressione. Molte sono le associazioni che offrono questo tipo di aiuto anche per i più piccoli, la categoria forse più vulnerabile di tutte e con cui parlare della guerra è più delicato.

Una delle “armi segrete” per la difesa della sanità mentale, spesso criticata dall’Occidente che tende a non capirne la logica, è quella di mantenere la propria routine quotidiana: recarsi a lavoro, fermarsi a bere il caffè, partecipare a incontri ed eventi; insomma, tornare alla cosiddetta normalità. Tutto ciò aiuta a farsi forza psicologicamente ed emotivamente perché è importante, in tempo di guerra, avere il senso del controllo delle cose e una fonte di speranza.

Essere in guerra, infatti, non vuol dire solamente abbracciare le armi e difendere militarmente il paese dall’aggressore, ma anche saper resistere alla vita di tutti i giorni. In tal senso, l’Ucraina sta affrontando come può una sorta di “sfida da dopoguerra” cercando come può di dare priorità assoluta alla salute fisica e mentale dei suoi cittadini, stanchi ed esausti, ma resilienti fino all’ultima goccia.

La salute mentale: una sfida per la sanità ucraina

Il sistema sanitario ucraino sta portando avanti iniziative per promuovere il benessere e i servizi per la salute mentale dei propri cittadini da mesi, tuttavia la guerra ha un impatto devastante sulle persone e la sfida sembra rivelarsi più grande del previsto.

La mancanza di psicologi e consulenti, lo stigma associato alla salute mentale e la cruda realtà dei combattimenti in corso rendono più difficile per le persone ricevere cure tempestive e costanti. Senza un supporto psicologico adeguato, questi problemi, a cui si cerca di non pensare ora, possono evolvere in disturbi sul lungo periodo con un impatto significativo sulla qualità della vita. Aspettare la fine della guerra per far fronte a queste situazioni non è più possibile.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, la sua passione per l’est è nata ad Astrachan’, alle foci del Volga, grazie all’anno di scambio con Intercultura. Gli studi di slavistica all’Università di Udine e di Tartu l’hanno poi spinta ad approfondire le realtà oltrecortina, in particolare quella russa e quella ucraina. Vive a Kyiv dal 2017, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e altre testate italiane. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraino” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.