Mira Marković, l’ultima jugoslava

Per alcuni è l’artefice del disastro jugoslavo, per altri la donna più potente della storia serba. Apprezzata sociologa, intellettuale marxista, politica, ultima bandiera di una Jugoslavia ormai morta. Moglie di Slobodan Milošević. Mirjana “Mira” Marković è stata tutto questo.

Soprannominata “Lady Macbeth”, è accusata di aver influenzato e guidato le scelte politiche del marito. Un’eminenza grigia della politica jugoslava tra guerre, scontro con l’Occidente e tensioni interne. La vita di Mira Marković e quella della Jugoslavia non sono poi così diverse: iniziate al fronte, si concludono entrambe in maniera tragica, dopo aver raggiunto il culmine del successo.

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Partigiana alla nascita

Mira Marković nasce il 10 luglio 1942 a Požarevac, nella Serbia centrale occupata dai nazisti. Entrambi i genitori, Vera Miletić e Momčilo Marković, ricoprono cariche importanti nella lotta partigiana comunista. Mira, nome di battaglia della madre, viene partorita in riva a un fiume e portata poi dal nonno materno. A un anno perde la madre, arrestata a Belgrado dalla polizia, torturata e fucilata nel campo di concentramento di Banjica. Il padre, politico d’alto rango della nomenklatura comunista, la riconosce solo a guerra conclusa.

Cresciuta tra lezioni di marxismo e vita di partito, a sedici anni incontra Slobodan Milošević, giovane studente comunista anche lui di Požarevac ma di origini montenegrine. Tra i due nasce un amore destinato a durare quasi quarant’anni e a scrivere importanti pagine della storia recente.

Da Požarevac a Belgrado

Lei «sognatrice […] emozionale, romantica, innamorata dell’estetica», lui «ragazzo responsabile e pragmatico capace di risolvere i problemi degli altri». Così Marković descrive sé stessa e l’allora compagno in un libro-intervista di Giuseppe Zaccaria, La mia vita con Milošević. Memorie di una strega rossa (Nuova iniziativa editoriale). Entrambi appassionati al dibattito e alla riflessione politica, in un periodo di grande slancio intellettuale in una Jugoslavia in piena fase di consolidamento del socialismo.

Sono i primi anni Sessanta e il paese è impegnato nella costruzione del sistema autogestionario che vede il coinvolgimento diretto dei lavoratori nella gestione delle imprese. Un periodo che i due vivono con fervore rivoluzionario. Mira si iscrive alla facoltà di Sociologia, dove conseguirà anche un dottorato, Slobodan invece alla facoltà di Legge. Nel 1965 nasce la loro prima figlia, Marija, mentre nel 1974 il figlio Marko.

La fine della Jugoslavia titina

Sono gli anni delle prime nomine importanti per Milošević. Grazie alle sue esperienze internazionali e agli ottimi agganci politici, ottiene il posto di presidente dell’importantissima Beobank. Supportato dalla moglie che, da docente universitaria, sostiene la necessità di svecchiare la classe dirigente della Lega dei Comunisti.

La morte di Tito nel 1980 apre una nuova fase della storia jugoslava, fatta di tensioni interne, ritorno dei nazionalismi e ascesa pericolosa dell’estrema destra di Vojislav Šešelj. Fu proprio il leader del Partito Radicale Serbo a soprannominare Mira Marković la “strega rossa”. Tra i due il rapporto fu spesso conflittuale anche se si trovarono a governare insieme negli anni Novanta.

Alla visione guerrafondaia e nazionalista di Šešelj, Marković contrapponeva il proprio sostegno al progetto titino capace di produrre «un benessere mai visto prima, una nuova apertura verso l’esterno e soprattutto un ruolo che ci veniva riconosciuto nel mondo intero». Pur rimanendo convinta della necessità di riformare il sistema jugoslavo, si oppose sempre a qualsiasi riforma in chiave capitalista.

La presa del potere e la guerra

Nel 1986 il marito diventa presidente della Lega dei Comunisti di Serbia e comincia a creare una fitta trama con uomini di fiducia in ruoli importanti nell’economia e nei media, presentata come la cosiddetta “rivoluzione antiburocratica”. Nonostante il successo degli anni successivi, con Milošević che diventa presidente della Serbia e fonda il Partito Socialista Serbo (SPS), Marković non risparmia mai critiche al marito e non si tira mai indietro nell’esprimere le proprie posizioni attraverso la sua rubrica sul giornale Duga.

Entrambi considerano il Memorandum dell’Accademia delle Scienze e delle Arti del 1986 «un esempio del nazionalismo più bieco» ma mostrano ampie divergenze per quanto riguarda i rapporti con le forze di estrema destra e le milizie paramilitari coinvolte nella guerra in Bosnia. Fortemente convinta della necessità di tenere in vita la Jugoslavia, nella sua rubrica critica persino la narrazione sulle persecuzioni dei serbi in quel paese.

La Sinistra jugoslava unita

La transizione politica intanto prosegue in un paese in enorme difficoltà economica a causa della guerra e delle sanzioni. Nel 1994 Marković fonda così il suo partito, la Sinistra jugoslava unita (Jugoslovenska levica, JUL).

Il partito nasce come costola sinistra dell’SPS, antinazionalista, ancorato ancora al sogno jugoslavo e con forti contatti con altri partiti comunisti nel mondo, animato in patria da docenti e uomini d’affari non solo serbi ma anche montenegrini e di altre minoranze. Tra loro anche nomi ancora in voga come Aleksandar Vulin, fino a due anni fa ministro della Difesa e attualmente sotto sanzioni di Stati Uniti e Unione europea per le sue posizioni filorusse e per accuse di traffico di stupefacenti.

Simbolo della Sinistra jugoslava, JUL (Wikipedia)

La JUL ebbe sempre vita autonoma, ma influenzò parecchio le scelte del partito maggiore. L’opposizione da sinistra tanto sbandierata non bastò a impedire le privatizzazioni in favore di uomini vicini alla politica.

Alle elezioni del 1996 la coalizione tra SPS e JUL ottiene la maggioranza dei voti dando vita a un nuovo governo con una presenza significativa del partito di Marković. Marito e moglie si trovano ad affrontare manifestazioni di protesta sempre più partecipate. I due accusano forze esterne di fomentare la rivolta contro il governo, sostenendo non solo gli studenti ma anche gruppi di monarchici e nazionalisti.

Le bombe della Nato

Se da un lato Marković si oppone a qualsiasi ingerenza esterna nei fragili equilibri interni, dall’altro non esita a rinnegare il suo odio verso l’estrema destra.

Nel 1998 infatti, il Partito Radicale di Šešelj entra a far parte del governo guidato da Milošević e con la partecipazione della JUL. Di lì a poco sarebbero iniziati gli scontri in Kosovo con l’UÇK e, appena un anno dopo, le bombe della Nato avrebbero ridotto il paese in ginocchio. In quella fase, il nemico principale non erano più i nazionalisti più estremisti ma gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente. Le bombe ebbero come effetto immediato quello di ricompattare il paese attorno al suo presidente. La difesa di Marković delle scelte di quel periodo fu sempre netta e senza ripensamenti. Rafforzata dalle azioni Nato che arrivò a bombardare persino la loro residenza.

non si è mai visto che durante una guerra si colpisca la residenza di un capo di Stato, che si miri scientemente a distruggere la sua vita e quella dei suoi familiari

(La mia vita con Milošević. Memorie di una strega rossa, p.118)

La fine di Mira Marković

La ripresa della mobilitazione dopo la conclusione dei bombardamenti favorisce la definitiva sconfitta della coppia Milošević-Marković alle elezioni del 2000. Il 5 ottobre un milione di persone invade le strade di Belgrado e assalta il Parlamento. Ma quella non sarebbe stata l’ultima umiliazione.

Nel giorno di San Vito, il 28 giugno del 2001, il neo primo ministro democratico Zoran Đinđić consegna Milošević al Tribunale Penale Internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, con tanto di un vero e proprio assedio di due giorni seguito da un’irruzione armata nella loro villa. Una pedina di scambio usata per ingraziarsi l’Unione europea e dimostrare il nuovo corso intrapreso dal paese. Inutile dire che anche questo episodio non fece altro che unire ancor di più i due coniugi. Per Mira, Slobodan era stato vittima di un’azione illegale e anche per questo non ha mai riconosciuto la validità di quel Tribunale, mentre chi aveva partecipato all’operazione veniva tacciato di tradimento.

Intervista della Bbc a Mira Marković nel 2001 (YouTube)

Appena due anni dopo, nel 2003, lo stesso primo ministro Đinđić viene assassinato e prima di lui stessa sorte era capitata al giornalista Slavko Ćuruvija, con cui Marković aveva sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale. Ormai sola e senza più un cordone di protezione, decide di lasciare il paese per fuggire a Mosca ed evitare possibili ripercussioni in un clima ancora molto caldo.

Mira muore a Mosca il 14 aprile 2019. Ai suoi funerali a Požarevac parteciparono circa 100mila persone. Tra loro anche Šešelj, il nemico-alleato che ha sempre riconosciuto la fermezza ideologica e il patriottismo di Mira Marković.

Negli anni in molti, anche politici di primo piano vicino al marito, hanno sostenuto che fossero sue le scelte adottate in vent’anni al potere, con Milošević quasi completamente succube della moglie. Una donna sicuramente influente e controversa, dalla solida formazione intellettuale e politica. Semplicemente, la donna più potente della storia serba.


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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.