“L’album blu”, un romanzo dall’anima ucraina che odora di identità e libertà

I carri armati russi stavano raggiungendo la Casa di sabbia, la Casa con più porte che pareti, la Casa nell’aria, la Casa con la colomba sul soffitto, calpestando tutto quello che mi era così caro.

In L’album blu di Yaryna Grusha, la casa non è mai solo un luogo. È un corpo vivo, una geografia emotiva, una forma di memoria che resiste al tempo e alla violenza. Nel contesto ucraino degli ultimi decenni, la casa ha infatti smesso di essere semplicemente uno spazio abitabile: è diventata il simbolo concreto della libertà, dell’identità, del diritto di esistere.

In una narrazione che ha il peso di una testimonianza politica, e che chiede al lettore di prendere posizione, la traduttrice, docente e scrittrice ucraina Yaryna Grusha esprime questo concetto alla perfezione nel suo romanzo L’album blu, fresco di stampa per i tipi di Bompiani.

Non a caso, il romanzo si apre con una poesia dedicata alla casa di Victoria Amelina, scrittrice ucraina morta per mano di un bombardamento russo nel 2023, di cui Yaryna è diventata la voce italiana.

E tu mai,
ricordatelo, mai
Sarai senza la tua casa.

(Victoria Amelina, Una storia per il ritorno)

Sfogliando L’album blu

Quando una casa viene distrutta dalla guerra, ciò che crolla non è solo cemento e mattoni. Si sgretolano i ricordi custoditi in ogni angolo, le fotografie che documentavano l’amore e la crescita, gli oggetti semplici che davano senso alla routine quotidiana. Crolla ciò che rende una vita riconoscibile.

Per chi è costretto a fuggire, la casa lasciata indietro diventa un luogo che esiste solo nella memoria e nelle foto salvate sul telefono. Il concetto di casa allora si trasforma: diventa resistenza, la determinazione a ricostruire, a tornare, a non permettere che l’invasore cancelli non solo gli edifici ma l’idea stessa che quelle terre appartengano a chi le ha abitate, amate e difese.

È (anche) da questo che nasce L’album blu, un racconto autobiografico che intreccia la storia personale con quella collettiva, l’infanzia sovietica con l’indipendenza ucraina, l’esperienza dell’emigrazione con la tragedia della guerra.

Attraverso una costellazione di “case” – la Casa con il vitigno, la Casa di sabbia, la Casa con più porte che pareti, la Casa nell’aria, la Casa con la colomba sul soffitto (e la Casa dalla dolce vita italiana che rimane senza nome) – la Yaryna protagonista del libro costruisce una mappa affettiva in cui ogni luogo diventa un frammento di identità.

La casa, allora, smette di essere un oggetto vulnerabile e si trasforma in un’idea indistruttibile. Anche quando i missili colpiscono i quartieri residenziali, anche quando i carri armati attraversano i confini, ciò che viene ferito non è solo lo spazio fisico, ma la memoria di generazioni, l’intimità delle vite quotidiane, il diritto di appartenere a un pezzo di Storia.

Leggi anche: La (mia) guerra in casa

La memoria come radice

A quarant’anni dal disastro di Čornobyl’, e nel pieno di una nuova devastazione, Yaryna offre uno sguardo poetico e lucido sulla propria vita e su quella del suo paese. La sua narrazione attraversa le figure della famiglia: il bisnonno giustiziato come “nemico del popolo”, la nonna segnata dallo stigma, i genitori costretti a fuggire da una terra avvelenata, i figli cresciuti tra le rovine dell’Urss e le speranze dell’indipendenza.

È la storia di una generazione che porta nel DNA il trauma e la resilienza, che ha imparato che la libertà non è mai da dare per scontata, che ogni conquista può essere cancellata in un istante. In questo percorso, l’album di fotografie di famiglia – quello dalla copertina blu – diventa il simbolo centrale del romanzo: non un semplice oggetto, ma un archivio emotivo, un deposito di identità, una forma di resistenza contro l’oblio.

L’album blu conserva ciò che il potere ha tentato di cancellare: i volti, le relazioni, le storie che costituiscono la sostanza di un popolo. È la prova che la memoria non è un lusso sentimentale, ma una necessità politica.

l'album blu
Quarta di copertina de L’album blu (Yaryna Grusha)

L’album blu: sradicare la memoria, resistere con le parole

La libertà non era proprio tra le priorità di un ingombrante regime che con la sua nube grigia entrava dappertutto, nella tua casa, nel tuo letto, nel tuo piatto, nella tua mente.

Nella prima parte de L’album blu, Yaryna disegna con lucidità spietata il funzionamento dell’apparato sovietico: un sistema che non si limitava a controllare i corpi ma mirava a cancellare le identità. I ricordi dolci dell’infanzia, le prime amicizie ed esperienze scolastiche sono tutte state segnate da un senso costante di limitazioni e censura.

Quella che sulla carta doveva essere un’unione di popoli uguali con diritti uguali diventò un paese delle possibilità per un solo popolo, quello russo, e una prigione per tutti gli altri.

Non senza un pizzico di amarezza, l’autrice riesce a smontare l’ipocrisia dell’ideale sovietico: dietro la retorica dell’uguaglianza si nascondeva un progetto imperiale in cui solo la cultura russa – la nazione dominante – aveva diritto di esistere pienamente, mentre le altre venivano ridotte a folclore decorativo o, peggio, a minacce da neutralizzare. Di fatto, non era un’unione, era un’assimilazione forzata mascherata da fratellanza.

L’ucraino, il georgiano, il kazako non erano lingue di cultura, di letteratura, di pensiero libero: erano al massimo lingue da usare in casa, tra vecchi, in campagna. Questo sistema creava cittadini di serie B nelle loro stesse terre, persone costrette a vergognarsi della propria identità per poter avere accesso all’istruzione, al lavoro, alla mobilità sociale.

Uno degli strumenti più insidiosi di questo dominio era proprio lo sradicamento pianificato delle persone (p.28). Senza la nonna che racconta le favole nella lingua materna, senza il nonno che tramanda i canti della terra d’origine, senza la comunità che celebra le proprie tradizioni, la memoria collettiva si perde. E senza memoria non c’è identità; senza identità non c’è resistenza. Un popolo senza memoria è un popolo che non può rivendicare nulla.

L’amore di Yaryna per i poeti e gli intellettuali perseguitati – da Stus a Hors’ka, da Dzjuba a Kurbas – diventa un atto di disobbedienza silenziosa. Le parole proibite, i nomi censurati, le storie rimosse diventano radici sotterranee che continuano a nutrire la sua identità ucraina.

Majdan: la piazza dove l’Ucraina scelse se stessa

Era stata sempre lì quella voce, soffocata nei decenni, silenziata nei secoli. Il testo che intonavamo al Maidan, Non è morta ancora l’Ucraina, era stato scritto nel 1862 da Pavlo Chubynskyy, etnografo, folclorista e membro della Vecchia Hromada, un’associazione segreta che si impegnò nel conservare e nel promuovere la cultura ucraina ai tempi in cui l’ukase di Ems proibiva la lingua, la letteratura e la cultura ucraina nell’impero russo. Quel testo sopravvisse nei decenni diventando l’inno della Repubblica popolare ucraina nel 1917 e poi dell’Ucraina indipendente nel 1991. Quel filo conduttore della resistenza ucraina nei secoli ci legava direttamente alla piccola comunità di ucrainofili che a metà dell’Ottocento decise di tramandare l’eredità lasciatale dallo stato dei cosacchi.

Quando la storia esplode in piazza, durante la Rivoluzione arancione e poi l’Euromajdan, la protagonista del romanzo (alter ego di Yaryna) descrive un momento in cui la memoria collettiva trova finalmente voce, al fianco dei suoi amici più cari: Hanna, Ivan e Vitalij. Majdan non è solo una piazza: è un luogo simbolico in cui un popolo decide di riconoscersi.

Leggi anche: Voci dalla Rivoluzione della Dignità

Cantare l’inno nazionale significa riattivare un filo storico che attraversa i secoli. La resistenza ucraina non nasce improvvisamente: è un fiume sotterraneo che riaffiora nei momenti decisivi. La piazza diventa lo spazio in cui la comunità si percepisce come soggetto politico, non più come massa silenziosa.

Più che una manifestazione era una festa, la festa della libertà e dell’apertura verso un futuro con il cielo ripulito dalle grigie nubi sovietiche.

In quei giorni, la libertà ha il volto di una festa. Dopo decenni di grigiore e paura (di stampo sovietico), Majdan appare come un cielo che si schiarisce. La casa, ancora una volta, si allarga: non è più solo lo spazio privato, ma la città, la nazione, la lingua condivisa.

C’era speranza nell’aria, la sensazione che le nubi grigie che avevano pesato sulle teste dei cittadini – come scrive Yaryna – stessero finalmente dissolvendosi.

Maidan, “la piazza”, era diventato un sinonimo di dissenso, di insurrezione e di dignità e allo stesso tempo un imperativo che ci richiamava ad agire e a non ridurci a un gregge senza volto, a essere una società civile, una comunità con una voce che si facesse sentire.

Un’anima ucraina in Italia

Hanna, per descrivere la Crimea, usò “salata”, “fresca” e “rocciosa”, mentre io per l’Italia scelsi “verde”, “umida”, “piccante”.

La parte più lacerante del romanzo si apre quando la protagonista si trasferisce in Italia, lontana dalla sua terra, mentre la guerra d’occupazione distrugge ciò che aveva chiamato “casa” per anni. Guardare la distruzione attraverso uno schermo è una forma particolare di dolore: la distanza geografica amplifica l’impotenza.

Aprii il computer, aprii Facebook, il social network dove era cominciata la Rivoluzione della dignità e dove ora stava accadendo la guerra in diretta. La guerra che era in corso da otto anni, improvvisamente diventò visibile a tutti. Gli ucraini non dovettero fare niente, i russi fecero tutto da soli, mostrando al mondo la loro vera faccia, nascosta dietro la maschera di una grande cultura e grande umanità, la stessa che era venuta a uccidere i civili nelle loro case, nel loro sonno, con una crudeltà che noi ucraini conoscevamo ormai da secoli.

La Casa con più porte che pareti, custode dell’album blu, all’improvviso non c’è più. Le fotografie volano come coriandoli sopra i resti della storia familiare. In un istante, l’autrice si sente orfana non solo della famiglia, ma del paese, della memoria, di sé stessa.

Vidi le foto dell’album blu volare come coriandoli sopra le macerie della Casa con più porte che pareti, le macerie della storia della mia famiglia. Le macerie di me. In una bomba sola rimasi orfana, della mia famiglia, del mio paese, della mia storia. Il cellulare di mia madre continuava a non rispondere.

Cosa mi era rimasto?

In questo passaggio, la casa si rivela per ciò che è sempre stata: non un luogo fisico, ma una rete di relazioni, una lingua emotiva, uno spazio in cui non c’è bisogno di tradursi. Quando quella rete viene spezzata, ciò che resta è una nostalgia senza oggetto, un dolore senza coordinate.

Dall’altra parte c’era la casa, il posto che abiti, le persone che ti conoscono fino in fondo, che sanno raccogliere le tue lacrime e le tue debolezze, che sanno leggere i tuoi silenzi meglio delle tue parole. La casa è là dove non c’è bisogno di interpretarsi e di tradursi, perché tutto quanto è chiaro. Forse di quella casa restavano solo le macerie, pensavo, forse sopra quelle macerie volavano migliaia di coriandoli dell’album blu fatto a pezzi da una scheggia. Forse le lacrime sulla mia faccia erano il pianto che cadeva senza fine su ciò che restava della mia storia.

L’album blu come casa della memoria

L’album blu è una casa alternativa. Se le case reali possono essere distrutte, l’album diventa il luogo in cui la memoria trova rifugio. La scrittura stessa si trasforma in un gesto di ricostruzione: ogni parola salva ciò che la guerra tenta di cancellare.

Il romanzo di Yaryna non è solo una testimonianza autobiografica (anche se la protagonista si chiama Bratuschchyk e non Grusha), ma un atto politico nel senso più profondo del termine. Raccontare significa opporsi all’oblio, rivendicare il diritto di esistere come soggetto storico. La memoria, qui, non è un semplice ricordo del passato: è una forma di resistenza nel presente.

Per questo L’album blu parla anche a chi legge da lontano. Non è solo la storia di un paese, ma una riflessione universale sul significato di casa, sull’esperienza dell’emigrazione (anche se non forzata, nel caso della protagonista), sulla fragilità e sulla forza della memoria.

In un tempo in cui le guerre non distruggono soltanto territori, ma cercano di riscrivere le identità, il romanzo di Yaryna Grusha ci ricorda che la casa più difficile da conquistare e più difficile da distruggere è quella che abita nella memoria.

E finché esisteranno album blu da sfogliare, storie da raccontare, parole da salvare, nessuna casa – forse – sarà davvero perduta.


L’album blu di Yaryna Grusha, Bompiani, 2026.

Condividi l'articolo!
Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e insegnante di italiano per stranieri, dal 2017 vive a Kyiv e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk (Bottega Errante). È socia AISU (Associazione italiana di studi ucraini) e fa parte del direttivo dell’associazione Rescue Team.