“Ardesia” di Ruska Jorjoliani, una recensione

Come suggerito nella seconda di copertina di Ardesia, l’ultimo libro di Ruska Jorjloiani uscito recentemente per Italo Svevo Edizioni: “tornare nel paese in cui si è cresciuti comporta quasi sempre uno scavo nei ricordi”.

E in effetti in questo breve scritto si scava molto: fisicamente, tra terra, ossa e pezzi di ardesia, per riesumare il bisnonno della protagonista segretamente sepolto da quasi un secolo in un terreno di famiglia. Ma si scava soprattutto metaforicamente, nel passato e nei ricordi d’infanzia.

L’escavatore si muove con la goffa rigidità dei macchinari che ricalcano i movimenti del corpo umano: la benna si solleva come una mano chiusa a coppa, i dentelli simili a dita anchilosate, e si abbassa ad agguantare le zolle di terra per poi buttarle di lato, sul ciglio dello scavo, da cui scivola giù qualche granello che torna alla polvere della fossa.

(p. 11)

Nello stile ricco e forbito della sua lingua italiana, Jorjoliani narra di un ritorno nel nativo Svaneti, regione montuosa della Georgia occidentale, che la porta suo malgrado a una lunga investigazione (a proposito di scavi!) sulla storia dell’enigmatico antenato.

«Forse non mi sono spiegata. Non c’è nulla sul carcere di Metekhi, nulla di nulla. Come se non fosse mai esistito». «È incredibile», mi ero guardata attorno in quell’ambiente cavernoso, odore di spore e tarli, «a casa abbiamo due oggetti con la sua firma e la scritta “Metekhi 1933” e qui mi dite che in quel posto è come se non ci fosse mai stato?».

Aveva annuito, si era accostata così tanto da poter vedere l’aria che le usciva dalla bocca appannare il vetro. «Probabilmente quando il carcere è stato smantellato, credo nel ’36, tutti i documenti sono stati trasferiti lì». «Lì dove?». «Lì», mi aveva indicato con la mano una direzione indefinita in mezzo allo scatolame dietro di lei e, abbassando la voce, aveva precisato: «A Mosca».

(p. 34-35)

Durante la sua infanzia la protagonista se lo immaginava alternativamente come un ribelle o un eroe nazionalista, coinvolto in una ribellione a Batumi, la cui vita si era conclusa in modo romanzesco; la realtà sul perché il bisnonno non è stato seppellito nel cimitero del villaggio, si rivela, invece, forse meno nobile, ma altrettanto sorprendente.

Grazie anche al fatto che la storia è raccontata in prima persona, i personaggi di Ardesia prendono vita, e gli accenni al bisnonno menzionati dallo zio, dal cugino e altri abitanti del villaggio spingono il lettore ad arrivare in fretta alla fine del libro per svelare lo strano mistero un pezzo per volta.

Proprio in quel momento stanno passando per il viottolo due vecchiette. Si stringono l’una al braccio dell’altra, arrancano facendosi forza con i reciproci corpi rinsecchiti, coperti di gramaglie. Appena giungono all’altezza della fossa, a fronteggiare i resti della casa, di colpo si bloccano, poi una delle due fa un passo in avanti e dice a bassa voce: «Maledetto!»

(p. 23)

Quella di Ardesia è quindi una storia personale, ma non mancano gli accenni al passato sovietico, alle tradizioni dello Svaneti e alla contemporaneità della Georgia, con lo sviluppo turistico della regione che fa da contorno al racconto.

Dopo La tua presenza è come una città (Corrimano Edizioni, 2015) e Tre Vivi Tre Morti (Voland Edizioni, 2020), Ardesia è il terzo romanzo della scrittrice nata a Mestia nel 1985 e residente a Palermo dal 2007. Jorjoliani ha anche tradotto Nodar Dumbadze, Nana Ekvtimishvili e Iva Pezuashvili dal georgiano e Daur Nachkebia dal russo. L’anno scorso avevamo avuto il piacere di intervistarla in occasione dell’uscita in italiano del romanzo La Discarica di Iva Pezuashvili da lei tradotto.


Ardesia di Ruska Jorjoliani, Italo Svevo Edizioni, 2024

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Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.