Musica e architettura nelle proteste in Serbia

A circa 20 minuti dal centro di Belgrado si trova il cosiddetto Novo groblje (“cimitero nuovo”) che in realtà non è affatto nuovo, bensì risale al 1886 ed è tuttora uno dei principali camposanti della città in quanto a dimensioni e importanza culturale. È un pomeriggio di agosto incredibilmente caldo. Insieme a un nuovo gruppo di turisti italiani cerchiamo un po’ d’ombra sul Brankov most, mentre aspettiamo l’autobus 65 per raggiungere il cimitero.

Siamo con i piedi sopra la Sava e guardiamo verso sud. A sinistra si innalzano i mostruosi, tetri grattacieli del controverso progetto Belgrade Waterfront (BW) ovvero Beograd na vodi (“Belgrado sull’acqua”), in mezzo al fiume spuntano dei solitari piloni di cemento, mentre a destra si vede un arco di metallo verde. Un ragazzo chiede se si tratti di un qualche ponte. Sì, rispondiamo, nonché uno degli storici e più importanti emblemi architettonici della capitale: il Savski most. Fa parte del paesaggio cittadino dal 1942 e rappresenta un simbolo della resistenza contro l’occupazione fascista di Belgrado.

«Lo stanno ristrutturando?»

«No, lo stanno distruggendo dopo mesi di ininterrotta resistenza da parte di un gruppo di attivisti che ha trascorso interi giorni e intere notti in tende montate sul ponte. Perché non si intona con Mordor.»

Mordor è come chiamiamo davanti ai nostri ospiti l’immenso mucchio di vetrate nere con il logo BW dappertutto, un po’ per sicurezza e un po’ per disprezzo. Proprio a causa dell’oscuro progetto di “Belgrado sull’acqua” nel novembre 2024, dopo anni di tentativi, il Savski most viene definitivamente interdetto alla circolazione, in attesa dello smantellamento. Al suo posto il governo intende far costruire un ponte nuovo, più moderno e tecnologico, affidando i lavori a una compagnia cinese.

Il Savski most prima dello smantellamento, aprile 2025 (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)

Terra e pietra

Mentre ci dirigiamo verso il cimitero l’autobus passa accanto a una scuola. Da una finestra scende uno striscione che recita: Ovo je zemlja za nas? Indico la scritta agli ospiti, traduco e spiego che la frase “Questa è la terra per noi” è una citazione proveniente da Zemlja, celebre canzone del gruppo Ekatarina Velika (EKV), tra le più influenti rock band jugoslave. La prima strofa inizia proprio così, ma senza il punto interrogativo.

Scritto nel 1987, quando i venti del nazionalismo iniziano di nuovo a soffiare nella tarda Federazione, il pezzo funge da incitazione verso ogni singolo cittadino jugoslavo. Invano, se teniamo conto del modo in cui la nazione è andata distrutta. O forse non del tutto. Negli ultimi mesi il verso è ricomparso tra gli slogan delle attuali proteste, a volte appositamente con il punto interrogativo, a volte appositamente con il punto esclamativo, come una richiesta precisa.

Ovo je zemlja za nas
Ovo je zemlja za sve naše ljude
Ovo je kuća za nas
Ovo je kuća za svu našu decu

Questa è la terra per noi
Questa è la terra per tutta la nostra gente
Questa è la casa per noi
Questa è la casa per tutti i nostri bambini

Entriamo nel cimitero e dopo aver reso omaggio a personalità come Ivo Andrić e Zoran Đinđić, ci raduniamo attorno alla lapide di marmo del frontman degli EKV Milan Mladenović. Due anni dopo Dimităr Voev della band Nova Generatsia, in modo improvviso e tragico muore a 36 anni anche il carismatico leader degli Ekatarina Velika, lasciando un segno indelebile nel panorama musicale e culturale dell’ex Jugoslavia. E proprio come Dimităr Voev è molto amato perfino dalle generazioni nate dopo la sua morte.

Fino alla metà degli anni Novanta gli EKV attraverso la loro musica si oppongono incessantemente alle ondate populiste e alla spietata fine che i politici promettono in modo sempre più assordante per la loro zemlja. Nel 1989 tutto ciò viene già intuito nell’album Samo par godina za nas, la cui traccia omonima comincia con una previsione sconvolgente:

Moj prijatelj i ja sedimo na klupi, gledamo zvezde
Slušamo vesti što su upravo stigle
Kažu da imamo još samo par godina za nas

Con un mio amico seduti su una panchina guardiamo le stelle
Ascoltiamo le notizie che sono appena arrivate
Dicono che abbiamo ancora soltanto un paio d’anni per noi

Nel 1992 Mladenović insieme ai membri di altre celebri band danno vita a Rimtutituki, un ambizioso progetto pacifista. Incidono il singolo Slušaj ‘vamo (“Senti qua”) e il ritornello mir, brate, mir! (“pace, fratello, pace!”) subito si diffonde. Non avendo ottenuto l’autorizzazione dalle autorità per svolgere il concerto previsto a Belgrado, montano sul rimorchio di un camion e con quello girano per le strade della città, suonano, cantano e distribuiscono volantini, spille e magliette contro la guerra. L’iniziativa è sostenuta economicamente dall’ex presidente Ivan Stambolić. Il concerto seguente, stavolta autorizzato, raduna circa 55mila persone nel centro della capitale.

Mentre raccontiamo queste storie, lungo il vialetto dietro la tomba passa un uomo sulla sessantina. Si ferma e ci guarda stupito, non capisce la lingua. Ci rivolgiamo a lui in serbo: «Raccontiamo degli EKV e di Milan Mladenović a questo gruppo di italiani, li stiamo accompagnando in un giro turistico.» Gli occhi dell’uomo si illuminano di malinconia, la sua mano indica la lapide: Baš volim njihovu muziku… (“Amo molto la loro musica…”) Io gli rispondo immediatamente: I mi! (“Anche noi!”)

Echi negli anni di proteste in Serbia

I versi degli EKV non sono le uniche citazioni musicali comparse durante le proteste negli ultimi mesi. Si possono sentire e leggere anche frammenti di pezzi che hanno riempito le strade e le piazze durante la caduta del presidente Slobodan Milošević. Un esempio è il brano Buka u modi (“Rumore di moda”) dei Disciplina Kičme, inciso nel 1990 e rapidamente incluso in tutte le manifestazioni contro il regime del tempo. L’energica melodia esprime perfettamente il desiderio di libertà e ribellione, nonostante il testo non contenga un esplicito messaggio a riguardo.

Molto più categoriche sono Pada vlada (“Cade il governo”) di Momčil Bajagić – Bajaga е Živeti slobodno (“Vivere liberamente”) di Đorđe Balašević, due icone della musica jugoslava e serba. Il primo brano è del 2003 e dal punto di vista attuale può essere interpretato come un mantra, dato che ruota quasi interamente attorno alle due parole del titolo.

Pada pada pada pada
Šta to pada, pada vlada
Već su mnoge pale vlasti
Pa ćeš i ti dragi pasti

Cade cade cade cade
Cosa cade, cade il governo
Di governi ne sono già caduti tanti
Perciò caro pure tu cadrai

Živeti slobodno viene composta nel 2000 e si trasforma all’istante nell’inno delle manifestazioni di quell’anno. Il testo è di Đorđe Balašević, cantautore leggendario, le cui canzoni sono spesso dense poesie profondamente radicate nel contesto nazionale e molto difficili da tradurre. Živeti slobodno appare di nuovo anche durante le proteste antigovernative in corso.

Particolarmente degni di nota sono due versi utilizzati dagli studenti della facoltà di giurisprudenza di Belgrado: Dokle, bre, da nas voza / zli čarobnjak iz Oza? (“Fino a quando ci prenderà per il naso / il malvagio mago di Oz?”). Nel 2000 il “mago”in questione era Slobodan Milošević, ma il paragone purtroppo calza a pennello anche con il suo erede odierno Aleksandar Vucić.

Dal canto loro, i sostenitori del presidente e del suo Partito progressista serbo (Srpska napredna stranka, SNS) utilizzano la “loro” musica durante le “controproteste”: in gran parte turbofolk e canzoni tradizionali, senza un messaggio particolare. Perlomeno fino al mastodontico raduno del 1 novembre, quando i cittadini di tutto il paese si sono diretti a Novi Sad per commemorare l’anniversario della tragedia.

Quello stesso giorno Dijana Hrka, madre del giovane Stefan, ucciso nel crollo della pensilina di cemento, annuncia l’intenzione di iniziare uno sciopero della fame fino a quando il governo non soddisferà tre richieste: verità e giustizia per suo figlio e le altre vittime; libertà per tutti gli studenti illegalmente arrestati; elezioni anticipate. La mattina del 2 novembre la donna comincia la propria protesta nelle immediate vicinanze dell’ormai nota tendopoli davanti al parlamento. A lei si aggiungono centinaia di cittadini a sostenerla.

Nel frattempo l’accampamento è sorvegliato da cordoni di polizia e continua a riempirsi di fedeli del SNS, trasportati lì con appositi autobus. A tarda sera si mettono a ballare il kolo e riprodurre a volume sempre più alto canzoni nazionaliste, tra cui Morem plovi jedna mala barka (“Una piccola barca naviga sul mare”) di Baja Mali Knindža. Il brano racconta di una madre alla ricerca del proprio figlio. E in quel momento i sostenitori del SNS si avvicinano a Hrka cantando a squarciagola il verso pošla majka da potraži sina (“Va la madre a cercare il figlio”). La polizia rimane frapposta tra le due fazioni senza reagire.

La tendopoli davanti al parlamento serbo (Giorgia Spadoni/Meridiano 13)

Minacce architettoniche

Il giorno dopo la nostra visita al Novo groblje attraversiamo di nuovo il Brankov most, ma con il nostro minibus: questa volta ci attende un tour più lungo per il paese. Il gruppo riconosce subito Mordor e stavolta siamo tutti parimenti rattristati nel vedere l’arco verde del Savski most. Faccio partire la canzone di Zdravko Čolić April u Beogradu – poco importa che sia agosto – e traduco.

Ispod Savskog mosta
Dok se sumrak sprema
Više mene nema

Sotto il Savski most
Mentre il tramonto scende giù
Io non ci sono più

Il Savski most e la pensilina a Novi Sad non sono affatto le uniche catastrofi infrastrutturali del paese. Tra gli appalti assegnati senza concorso a compagnie cinesi lo scorso luglio lo stesso Vučić ha aperto un tratto dell’autostrada Miloš Veliki nella Serbia sud-occidentale percorrendola con un autobus a due piani. Il segmento è privo delle autorizzazioni necessarie e di revisione tecnica, mentre le autorità hanno chiuso gli occhi riguardo i requisiti di sicurezza nelle gallerie, solo e soltanto affinché Vučić venisse ripreso nel modo migliore. Il principale esecutore del progetto è il consorzio China Communications Construction Company Ltd., che ha preso parte anche alla ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

Un mese prima viene promosso il progetto per l’ampliamento di “Belgrado sull’acqua” fino all’altra sponda della Sava, nonostante le 10mila firme raccolte nel giro di pochi giorni dalla pubblicazione. A luglio il piano di ampliamento di Mordor viene approvato. Questo e gli inconsulti programmi legati all’Expo 2027 mettono in serio pericolo anche il parco Ušće – la più grande area verde della capitale – e il complesso della Fiera di Belgrado (Beogradski sajam), protetto in quanto bene culturale nazionale.

Un altro edificio minacciato è il cosiddetto Generalštab. Si tratta dell’enorme complesso modernista che fino alla fine del secolo scorso ospitava il ministero della difesa e il quartier generale dell’esercito jugoslavo. Progettato e costruito tra il 1955 e il 1965 e gravemente danneggiato durante i bombardamenti NATO su Belgrado nel 1999, assume subito un carattere emblematico. Qualche anno dopo è posto sotto tutela in qualità di bene culturale.

A marzo 2024 però il governo serbo firma un memorandum che prevede la cessione per 99 del complesso alle Kushner Realty e Atlantic Incubation Partners Llc., compagnie offshore di Jared Kushner, genero di Donald Trump. A gennaio 2025 l’imprenditore dichiara che il suo obiettivo è costruire un lussuoso hotel dal costo di 500 milioni di dollari, che avrà il nome di Trump Tower. L’Istituto per la protezione dei beni culturali di Belgrado, l’opposizione, i cittadini e gli studenti che protestano si oppongono immediatamente al progetto, mentre il governo tenta di rimuovere lo status di bene culturale. Del caso si interessa anche il movimento civico paneuropeo per la conservazione dei beni culturali e naturali Europa Nostra.

Meno di una settimana dopo il massiccio raduno a Novi Sad, 130 dei 171 deputati del parlamento serbo votano a favore della lex specialis riguardante il Generalštab, che ne autorizza la demolizione. Scattano immediatamente manifestazioni per la difesa dell’edificio.

Un condominio a Novi Beograd (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)

Dopo dieci giorni di viaggio torniamo nella capitale serba, il tour è agli sgoccioli. Usciamo dall’autostrada a Novi Beograd e dietro una curva, nel bel mezzo del brutalismo jugoslavo ci tende un agguato un altro striscione, dove stavolta è scritto in cirillico Земљя за нас (“Zemlja za nas”). Senza punto interrogativo, senza punto esclamativo, bensì con un grande cuore rosso.

Insieme all’autista e al mio collega sentiamo alle nostre spalle le voci delle due ragazze nel gruppo che sanno il russo: leggono la frase e la indicano agli altri. Poco dopo sentiamo anche la voce di Milan Mladenović ripetere le stesse parole dagli altoparlanti del minibus. Noi tre sorridiamo. Non c’è bisogno di spiegar loro nient’altro.


Questo articolo è stato originariamente scritto e pubblicato in bulgaro per il media online Toest. La traduzione è dell’autrice.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice e interprete. S’interessa di letteratura, storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia “San Clemente di Ocrida”. Collabora con varie case editrici e viaggia a est con Kukushka tours. È autrice della guida letteraria “A Sofia con Georgi Gospodinov” (Giulio Perrone Editore).