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L'incrocio davanti alla facoltà di giurisprudenza di Belgrado bloccato per i sedici minuti di silenzio alle ore 11:52, 16 ottobre 2025 (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
In un pomeriggio di aprile con una quindicina di italiani passeggiamo tra gli enormi blok e lungo gli ampi viali di Novi Beograd. Stiamo conducendo un tour per la capitale serba toccando non solo le classiche attrazioni turistiche della città, ma anche luoghi più peculiari: cimiteri, quartieri residenziali e ovviamente i migliori esempi dell’architettura brutalista jugoslava, di cui Belgrado è disseminata.
Ci siamo appena goduti la vista della torre Genex e stiamo aspettando che scatti il semaforo per attraversare la strada e rifarci gli occhi con altro jugobeton. Prima ancora di calcare le strisce pedonali ci sfreccia davanti una macchina dalla quale si sentono degli inconfondibili spergiuri in serbo: Jebite se, blokaderi! Era forse rivolto a noi?
Una decina di minuti dopo raggiungiamo un altro edificio emblematico, il blok 28. Da una scuola materna nei paraggi escono due donne con un passeggino. Ci osservano in modo cauto, preoccupato. Ci chiedono intimorite ma con gentilezza se abbiamo intenzione di bloccare qualcosa nel quartiere, se ci sarà a breve una qualche blokada.
In quel momento già da quasi sette mesi la Serbia è attraversata da un’ininterrotta ondata di proteste antigovernative, più massicce di quelle che 25 anni fa hanno costretto il presidente Slobodan Milošević a dimettersi.
Tutto inizia venerdì 1 novembre 2024
Dall’edificio della stazione ferroviaria di Novi Sad entrano ed escono persone. Un’ordinaria mattinata trafficata nella seconda città per grandezza e importanza nel paese. Studenti rientrano dalle facoltà per il fine settimana, parenti si incontrano e congedano, amici si aspettano. All’inizio di luglio dello stesso anno l’edificio è stato ufficialmente aperto dopo tre anni di ricostruzioni effettuate secondo gli organi competenti “in conformità con gli standard europei”.
Alle 11:52 la pensilina di cemento sopra l’ingresso, lunga circa 48 metri, all’improvviso crolla. Muoiono in totale 14 persone, tra cui due bambini. Circa 30 i feriti, due dei quali moriranno più tardi.
La reazione è immediata, l’intera nazione è scossa. Davanti alla stazione si raduna una folla a lasciare fiori, accendere candele e osservare un minuto di silenzio per ciascuna vittima. Compaiono immediatamente anche i primi slogan: Ruke su vam krvave, Korupcija ubija, Ostavke (“Le vostre mani sono insanguinate”, “La corruzione uccide”, “Dimissioni”). Il motivo principale di quanto accaduto secondo i cittadini scesi in strada è l’esecuzione approssimativa di nebulosi progetti infrastrutturali dovuta alla corruzione dilagante nel paese, la quale si diffonde sotto gli occhi del presidente Aleksandar Vučić (ex ministro dell’informazione ai tempi del presidente Milošević, poi ministro della difesa, vicepremier e premier) e del suo Partito progressista serbo (Srpska napredna stranka, SNS), che governa senza interruzioni da ormai 13 anni.
Il 22 novembre gli studenti della Facoltà di arti drammatiche fermano la circolazione in centro a Belgrado per osservare 15 minuti di silenzio e vengono attaccati da simpatizzanti del SNS, come si evincerà poi da alcune registrazioni. Allora i giovani decidono di occupare le università, impresa nella quale vengono sostenuti da molti dei loro docenti. Continuano a protestare ogni venerdì alle 11:52, dopodiché iniziano a organizzare raduni e manifestazioni davanti ad altre istituzioni e in altre città.
Degna di nota è la decisione di attraversare l’intero paese a piedi per parlare direttamente con le persone che abitano in provincia, e raccontare quanto sta accadendo. Ad aprile un gruppo raggiunge in bicicletta Strasburgo, mentre a maggio un altro corre quasi 2.000 km fino a Bruxelles.
Agli studenti si uniscono ben presto insegnanti, agricoltori, imprenditori, veterani, avvocati, pensionati – tutti quei cittadini che vogliono vivere in una “nazione funzionante”. Le proteste diventano ben presto massicce, con picchi di 100mila persone il 22 dicembre, quasi un milione di passanti in piazza Slavija il 15 marzo (giorno in cui il governo ha usato un’arma sonica per disperdere la folla) e circa 140mila il 28 giugno, solo a Belgrado. Novi Sad, Niš, Kragujevac, Užice, Novi Pazar e altre città nel paese si aggiungono al contempo alle proteste.
Le richieste degli studenti sono la pubblicazione di tutta la documentazione sulla ricostruzione della stazione ferroviaria di Novi Sad e la presa di provvedimenti penali nei confronti dei responsabili della tragedia che ha causato la morte di così tante persone; l’identificazione e la sanzione di coloro che hanno attaccato i manifestanti; il ritiro delle accuse nei confronti delle persone arrestate durante le manifestazioni, l’aumento del budget delle università del 20% (messo in atto il 12 dicembre 2024). Nel mese di giugno a queste si aggiunge anche la richiesta di elezioni anticipate con un ultimatum fissato per il 28 giugno.
Le aggressioni verso chi protesta non si fermano, i manifestanti vengono arrestati e minacciati. Allo scadere dell’ultimatum gli studenti invitano chi protesta alla disobbedienza civile. La reazione del regime di Vučić si fa quindi sempre più brutale. Ma le manifestazioni proseguono.
A un anno dalla tragedia la documentazione riguardante la ricostruzione non è ancora interamente disponibile. I contratti non sono di dominio pubblico. E non c’è alcun colpevole. Chiaro è però che il progetto viene eseguito dal maggiore investitore della Serbia negli ultimi anni: la Cina.
Dal 2013 il governo cinese porta avanti una strategia di partenariato globale nota come Belt and road initiative, che comprende investimenti in circa 70 paesi e organizzazioni internazionali per lo sviluppo di progetti infrastrutturali via terra e mare. La Serbia è tra i paesi che ne ha attratto il maggior numero in Europa, con la Cina che effettua grossi investimenti nella costruzione di strade, ferrovie e reti energetiche nel paese.
La ristrutturazione della stazione a Novi Sad è realizzata dal consorzio statale CRIC&CCCC, composto dalle società China Railway International Group Co., Ltd e China Communications Construction Company, Ltd. La seconda è tra le più grandi compagnie edili al mondo, operante in oltre 150 paesi e già sottoposta a interdizione dalla Banca Mondiale. Il governo serbo sostiene che i lavori sulla pensilina non facessero parte del progetto legato alla stazione. Non sono stati però indicati altri responsabili.
Le reazioni dell’esecutivo
Nel tentativo di placare i manifestanti già il primo mese dopo la tragedia si dimettono il ministro dell’edilizia, dei trasporti e delle infrastrutture Goran Vesić e il ministro del commercio Tomislav Momirović. Mesi dopo entrambi vengono trattenuti con l’accusa di corruzione. A gennaio danno le dimissioni anche il premier Miloš Vučević e il sindaco di Novi Sad Milan Đurić dopo i brutali attacchi contro i manifestanti nella stessa città da un gruppo di membri del SNS.
Fino al 15 marzo, giorno in cui sono previste ampie manifestazioni “contro la corruzione che uccide”, le contromisure di Vučić sono principalmente costituite da un gretto minimizzare la portata delle proteste e le intenzioni di chi vi partecipa; insinuare la presenza di una “rivoluzione colorata”; e ovviamente condurre una massiccia e spregiudicata campagna di diffamazione nei confronti dei manifestanti sui media statali, controllati dal governo.
Qualche giorno prima delle grandi proteste, nel parco di fronte al parlamento serbo e nelle zone adiacenti compare un accampamento di tende popolato da “studenti che vogliono studiare”, personalmente accolti dallo stesso Vučić. Giorno dopo giorno il parco si fa sempre più affollato, mentre l’età media dei presenti e il modo incredibilmente primitivo in cui si esprimono mette in serio dubbio il loro ruolo di “studenti”.
Quando un giornalista del media indipendente N1 riesce a infiltrarsi sotto mentite spoglie nell’accampamento scopre che in realtà si tratta di persone appositamente portate dalla provincia e dalla Republika Srpska, le quali vengono pagate tra i 50 e gli 80 euro al giorno per campeggiare lì. Tra le tende vengono notati anche veterani del gruppo paramilitare dei “Berretti rossi”, iniziato dalla Guardia militare serba guidata da Arkan, più tardi confluiti nelle forze speciali dei servizi segreti della Serbia.
I media
Al tempo stesso i media statali, compresa la Radiotelevisione serba (RTS), sono accusati dai manifestanti di stare dalla parte dell’esecutivo, mentre i giornalisti dei mezzi di informazione indipendenti sono costantemente minacciati e attaccati. A gennaio 2025 decine di migliaia di studenti e cittadini si riuniscono davanti alla sede della RTS con la richiesta di riportare in maniera oggettiva quanto sta accadendo. Allora una parte degli impiegati della RTS esce sul balcone dell’edificio mostrando dei manifesti a sostegno degli studenti. Il 1 marzo i telegiornali della RTS trasmettono dal vivo le proteste a Niš anticipando il servizio al discorso di Vučić, che l’indomani definisce pubblicamente la corrispondente televisiva “un’idiota”. I tabloid filogovernativi si mettono a parlare di “colpo di stato”.
A metà aprile gli studenti bloccano i due studi della RTS a Belgrado in segno di protesta per il fatto che da novembre 2024 l’organo regolatore dei media serbi è senza direttivo e per l’assenza di copertura nei confronti degli studenti che si stanno dirigendo in bicicletta verso il Parlamento europeo di Strasburgo. Allora gli impiegati della RTS richiedono pubblicamente un cambio della politica editoriale della rete. Dopo l’indizione di un nuovo concorso per la direzione dell’organo regolatore dei media il blocco di 14 giorni volge al termine.
La blokada davanti alla sede della tv nazionale serba RTS a Belgrado ad aprile (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
A un anno dalla tragedia di Novi Sad gli studenti serbi continuano ad agire in modo incredibilmente coraggioso e organizzato. Da un lato prendono ciascuna decisione nel modo più democratico possibile, radunandosi in plenum, mentre dall’altra non hanno una figura leader pubblica. Le comunicazioni passano interamente attraverso i loro canali social. A differenza dei propri genitori non hanno vissuto gli anni Novanta e non hanno sperimentato l’amara delusione che li ha seguiti.
Nel novembre 1996 le strade di Belgrado e di altre città si riempiono di migliaia di studenti dopo che Milošević si rifiuta di riconoscere i risultati delle elezioni locali. Nella capitale in testa a un corteo si vede uno striscione con la scritta Beograd je svet (“Belgrado è il mondo”) – nonostante il regime autoritario e repressivo la città non si arrende al nazionalismo e non ha alcuna intenzione di perdere lo spirito cosmopolita che l’ha sempre caratterizzata. Gli studenti protestano parallelamente ai cittadini e alla coalizione di opposizione Zajedno, di cui fa parte anche il Partito democratico (Demokratska stranka) di Zoran Đinđić. La repressione della polizia è brutale.
Manifesto del Partito democratico di Zoran Đinđić (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
Il 24 settembre 2000, dopo alcune modifiche legislative, si tengono le elezioni presidenziali anticipate. La vittoria del candidato della coalizione democratica di opposizione DOS(Demokratska Opozicija Srbije) Vojislav Koštunica, principale sfidante di Milošević, non viene riconosciuta. Si scoprono inoltre irregolarità nelle votazioni. Ciò scatena l’indignazione generale in tutto il paese e migliaia di cittadini si riversano a Belgrado. Milošević annuncia che si dimetterà alla fine del proprio mandato, a giugno 2001.
Nel giro di pochi giorni però la situazione nella capitale serba si acuisce. Il 5 ottobre i manifestanti prendono il controllo dell’edificio della RTS e incendiano il parlamento. Quello stesso giorno Milošević si dimette. Nel frattempo contro di lui viene mossa l’accusa di crimini contro l’umanità dalla corte internazionale dell’Aja. Nell’aprile 2001 è arrestato, e a fine giugno consegnato al tribunale. Alcuni mesi prima il Partito democratico vince le elezioni e Đinđić diventa il nuovo primo ministro. Si diffonde la speranza di un futuro democratico per la Serbia, ma anche il profondo risentimento dei nazionalisti per l’estradizione dell’ex presidente.
Il 12 marzo 2003 Zoran Đinđić viene assassinato da un cecchino mentre sta entrando nell’edificio del governo dall’ingresso di servizio. Il ricordo di quel momento è impresso nella memoria di molti serbi, ma non in quella degli attuali studenti. Probabilmente anche a questo si deve la loro costanza, che continua a infondere ispirazione nel paese.
La tomba di Zoran Đinđić al Novo groblje di Belgrado (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
Davanti al blok 28 a Novi Beograd le due donne ci guardano e attendono di sapere se ci sarà o no una blokada. Spieghiamo loro che queste persone sono un gruppo di turisti italiani, e li stiamo portando in giro per la città. Allora le donne ci fanno un grande sorriso. O, iz Italije! Kako divno, dobro nam došli! (“Oh, dall’Italia! Che bello, benvenuti!”). Il gruppo chiede di cosa abbiamo parlato, e noi cogliamo l’occasione per continuare a parlare di cosa sta succedendo in Serbia. Anche quelli italiani, così come altri media stranieri, riportano di rado quanto accade qui.
L’ultimo giorno del tour come sempre chiediamo un riscontro ai nostri ospiti. Una coppia dice:
Ammettiamo di essere venuti con molti pregiudizi sui serbi, perché l’ultima volta che da noi si è ampiamente parlato di loro è stato in relazione ai crimini di guerra e altri momenti cupi legati agli anni Novanta. Dopodiché silenzio assoluto. Adesso ci siamo resi conto che nonostante il silenzio qui non ci sono soltanto criminali di guerra e propaganda. C’è anche una società dalla coscienza civile sveglia e attiva, che si batte per la democrazia. Questo bisogna saperlo, nonostante il silenzio. Bisogna sapere che Beograd je svet, di nuovo.
Traduttrice e interprete. S’interessa di letteratura, storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia “San Clemente di Ocrida”. Collabora con varie case editrici e viaggia a est con Kukushka tours. È autrice della guida letteraria “A Sofia con Georgi Gospodinov” (Giulio Perrone Editore).