Ylla e la genesi della fotografia di animali

Oggi non stupisce nessuno conservare nella galleria del telefono quantità industriali di foto e video dei propri animali domestici. Anzi, cani, gatti e altri coinquilini pelosi compaiono costantemente sui social media, sfoggiati dai propri amici umani o sfruttati dagli algoritmi per ottenere maggiori visualizzazioni. Eppure, quando una fotografa emergente negli anni Trenta si interessò a questi soggetti non-umani, la sua scelta venne vista come un caso curioso, del tutto stravagante. In parte anche perché si trattava di una donna, che non mostrava alcuna paura nemmeno entrando nelle gabbie degli animali rinchiusi allo zoo pur di avvicinarsi al proprio soggetto d’elezione. 

Ylla (pseudonimo di Kamilla Koffler) è tutt’oggi ricordata come la più grande fotografa di animali mai esistita. Pioniera del genere, ha lasciato innumerevoli fotografie (e venticinque libri) che mettono in luce l’approccio originale dell’artista: Ylla riusciva a catturare, potremmo dire, la personalità degli animali che immortalava. Questo prisma antropomorfo nella sua fotografia, irriverente e modernissimo, poneva il mondo animale sullo stesso piano di quello umano, scardinando le gerarchie.

Una biografia “asburgica”

Kamilla Koffler nacque a Vienna, capitale dell’allora impero austro-ungarico, nel 1911: la madre era croata, il padre romeno, entrambi dunque (secondo l’Ausgleich) cittadini ungheresi. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, si spostò continuamente con la madre, a piedi, all’interno dell’Impero e in Jugoslavia. Dal 1919 al 1926 frequentò la scuola tedesca a Budapest, per poi raggiungere la madre a Belgrado. Qui iniziò a studiare scultura all’Accademia di Belle arti sotto la guida di Petar Palavičini, noto scultore di origine dalmata. 

Quando scoprì che in serbo il suo nome significava “cammello” (камила), scelse di ri-nominarsi semplicemente Ylla. Eppure, si potrebbe dire, nomen omen: agli animali sarà sempre legata la sua attività artistica.

Belgrado fu per lei culla, oltre che dello pseudonimo, anche dell’interesse nei confronti del mondo animale: non solo si impegnò molto nei confronti di cani e gatti randagi, ma qui le fu commissionato, da un cinema della città, un bassorilievo raffigurante figure animali.

Se a Belgrado nacque l’interesse, fu a Parigi (dove Ylla si trasferì nel 1931) che questo si concretizzò nella fotografia: continuò gli studi all’Académie Colarossi, mentre si manteneva assistendo la fotografa, anch’essa di origini ungheresi, Ergy Landau. Fu quest’ultima a convincere Ylla a dedicarsi del tutto alla fotografia, a organizzarle la prima mostra, alla Galerie de La Pléiade, nonché a incoraggiarla ad aprire il primo studio di fotografia dedicato esclusivamente a ritratti di animali.

Da Parigi a New York

Attraverso Landau, Ylla entrò nel mondo della fotografia parigina della zona di Montparnasse. Conobbe così Charles Rado, a sua volta di origini ungheresi, che nel 1933 – radunando altri artisti ungheresi come Brassaï e Nora Dumas – fondò Rapho, la prima agenzia francese di fotogiornalismo. Così le foto di Ylla iniziarono a comparire a livello internazionale. 

Nel 1936 nove suoi scatti furono esposti alla prima mostra fotografica tenutasi in un museo statale, l’Exposition internationale de la Photographie contemporaine al Louvre. Tre sue fotografie furono invece incluse in una mostra al MoMA di New York l’anno successivo. Dopo due piccole collezioni di ritratti di cani e gatti, nel 1938 uscirono il suo libro Petits et Grands e quello del biologo evoluzionista britannico Julian Huxley Animal Language illustrato da fotografie di Ylla.

A causa della Seconda guerra mondiale, nel 1941 Ylla emigrò a New York, dove aprì un proprio studio. Le sue fotografie ora comparivano sulle riviste statunitensi e nel giro di un decennio riuscì a pubblicare dieci volumi, tra cui il suo classico Animals (1950), che nella versione inglese contiene uno scritto di Julian Huxley, mentre in quella francese (Des Bêtes…, 1950) include una poesia di Jacques Prévert. 

Sempre a Prévert è legato un altro suo importante volume, destinato in questo caso al pubblico più giovane: Le Petit Lion (Il piccolo leone), un testo dalla storia travagliata che in Italia è uscito solo nel 2023 nella sua versione integrale (edizioni Orecchio Acerbo): la pubblicazione del 1947 infatti era stata tagliata in più parti, ufficialmente per motivi di impaginazione, che il poeta francese invece definì una vera e propria censura. Dopotutto, come si legge nella postfazione all’edizione italiana, “i libri per bambini sono pericolosi” e questo volumetto è “pericoloso” per la serietà con cui affronta l’antropocentrismo e l’utilitarismo del nostro sguardo sul mondo e per la prospettiva ribaltata del “piccolo leone” ritratto da Ylla. 

Il piccolo leone non è il solo volume dedicato all’infanzia di Ylla. Tra i suoi meriti va infatti ricordato quello di aver portato la fotografia all’interno della letteratura per l’infanzia, dando alle stampe alcuni (oggi) classici del genere, quale, oltre a Il piccolo leone, Due piccoli orsi (1954; in Italia edito sempre da Orecchio Acerbo). Lavorare per l’infanzia voleva dire dare a una serie di scatti una linea narrativa, costruendo una storia d’avventura che andava oltre alla singola fotografia.

Dall’Africa all’India

Nel corso del tempo in Ylla maturò un desiderio sempre più impellente di andare in Africa, lasciandosi alle spalle la limitante prospettiva degli zoo e delle loro gabbie. Fu così che nel 1952 trascorse tre mesi tra Kenya e Uganda, un’esperienza che ne arricchì lo sguardo, l’approccio e la comprensione:

Quando li rividi [gli animali in cattività], erano come amici di origine straniera di cui si è conosciuta la famiglia e la terra natia. Gli animali mi erano più vicini. Li capivo meglio.

All’Africa seguì l’India, su suggerimento del regista francese Jean Renoir. Fu il Maharaja di Mysore a invitarla a partecipare al festival Dussehra nel 1954 dopo aver ricevuto il volume di Ylla Animals in Africa (1953). Dopodiché fu invitata dal Maharaja di Bharatpur; qui, il 30 marzo 1955, fotografando una corsa di carri trainati da buoi, Ylla cadde dalla jeep, trovando così la morte.

Il suo Animals in India uscì postumo nel 1958. A raccogliere l’archivio dopo la morte è stato Pryor Dodge, figlio del miglior amico della fotografa, il ballerino Roger Pryor Dodge. Proprio a lui si deve l’importante volume Ylla: The Birth of Modern Animal Photography (2024) e la mostra omonima tenutasi a Budapest nel 2025 (al link sono disponibili anche svariate fotografie realizzate da Ylla).

Ti piace scoprire altri mondi e altre culture? Visita la nostra sezioni Esplorazioni!

Condividi l'articolo!
Martina Napolitano
Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica, è docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Trieste, si occupa in particolare di cultura tardo-sovietica e contemporanea di lingua russa. È traduttrice, curatrice di collana presso la casa editrice Bottega Errante ed è la presidente di Meridiano 13 APS.